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Il sindaco nella fontana (7) - In utrumque paratus

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Il sindaco nella fontana (7) - In utrumque paratus

 



 

Caro lettore, ti ho lasciato in sospeso, chiudendo il capitolo, mentre l'ispettore Lampo e tutti i nostri amici assistevano alla rimozione del cadavere di Ermete Bonaccia, il pazzo prodigo della nostra storia, dal giardino della casa di Giorgio Vasari.

Sono ancora lì. Seduti silenziosamente nel bordo della rotonda vasca. Silenziosi, penserai, perché vinti dalla mestizia di aver dovuto assistere ad un ulteriore ritrovamento del cadavere di un politico locale. Silenziosi, penserai,  perché presi dal tentativo di risparmiare alla città nuovi lutti e nuovi omicidi.

Pensi male caro lettore. I nostri 5 soggetti sono silenziosi solo perché gli è stato portato il pranzo e, in questo preciso momento, stanno impegnando tutte le loro risorse emotive nel concludere degnamente il pasto.

L'ispettore, che non è un poliziotto americano, non sta mangiando una ciambella ma, nel pieno rispetto dello stereotipo statunitense, ho deciso di farlo pranzare con del cibo cinese take away. Sta tentando di attofizzolare nella forchetta di plastica dei viscidissimi e sfuggenti spaghetti di riso con non identificati e croccanti oggetti rotondeggianti mescolati a guisa di condimento (quando  vedo o penso a questo piatto mi viene sempre in mente l'assembramento di parti umane nomato come Bruno Vespa... se qualcuno fra voi lettori avesse coscienza del perché e volesse espormene le motivazioni mi sentirei, verso colui/colei, eternamente grato). Mentre mastica inveisce fra se e se ostentando telepaticamente un sentimento astioso verso il sottoscritto: "...e ce la metterai la macchina in divieto di sosta anche te no? Ti ci beccherò senza cinture o con quel cazzo di telefonino all'orecchio mentre guidi. Accident'alli scrittori spiritosi e a chi 'gni da la carta da 'mbrattare. Mi c'era già entrato l'occhio d'anda' dall'Agania a mangiare i grifi e 'st'imbecille me mette a sede' sul duro, in mezzo a 'n'orto a pieno sole, a luglio, co' 'l mangiare cinese che te sguilla 'n gola prima che riesci a masticallo. Dico a te merdina sa'? Scrivi scrivi..." 

Ma rivolgiamo la nostra attenzione agli altri prima che i pensieri dell'ispettore Lampo mi feriscano più del dovuto o umilino irreparabilmente le mie artistiche velleità letterarie. O prima che mi venga la tentazione di spiegarli che alcuni scrittori, ultimamente, si avvalgono di strumenti tecnologici che non necessitano dell'uso di materiale cartaceo. E che l'unica carta da imbrattare, in questo contesto, sarà quella che dovrà utilizzare lui dopo aver concluso il pasto (lo scrittore sono io e dentro quegli spaghettini collosi ci faccio comparire una bella famigliola di coxsackie virus).

Bruno sta assaporando, in maniera quasi mistica, un trancio di pizza tartufata, addizionata al fungo porcino geneticamente modificato, che mostra uno spessore variabile fra i 2 e i 5 cm. Per capirsi: quella che per essere digerita abbisogna di stomaci simili a betoniere, o di lunghe pennichelle postprandiali o, in alternativa, di interventi farmacologici pesanti. Tutto sommato sembra abbastanza coinvolto, papillativamente parlando. Sopporta stoicamente la temperatura elevata senza rendersi conto dello sguardo maniaco dell'ispettore che, osservandolo mangiare con tanto gusto, ha l'illusione delirante di vederlo trasformarsi nella fumante montagnola di polenta al ragù di grifi che Bruno ha artisticamente ritratto in una sua nota guida della città. Quando si dice che a volte l'artista viene identificato con l'opera... 

Franco, incapace di sottomettere il suo gusto a qualsiasi forma di compromesso, si sarebbe accontentato di un cappuccino. Purché degno di questo nome! In realtà, dall'interno di un contenitore in polistirolo marroncino, si intravede una sostanza indefinibile la cui schiuma assomiglia a quella che rimane attaccata alle pareti del lavandino al termine della lavatura dei piatti. Il liquido ha lo sgradevole sentore di quello che viene estratto dalle macchinette dei coffe space degli uffici pubblici e, anche lui, sta formulando pensieri ignobili nei miei confronti. Che prenda atto, quindi, della mia indignazione  per non esser stato ufficialmente invitato ai suoi rendez vous del sabato pomeriggio nel coffe store più trendy di Arezzo. Che sappia e beva in silenzio la ciofeca che gli ho fatto recapitare e patisca anche il senso di colpa per farmi sentire, in questo momento, come un mezza piotta.

Marco, sornionamente, sta sorseggiando un the freddo alla menta mentre immagina di mandarmi allegramente in culo. È fra i pochi a conoscere la mia identità e non si sarebbe mai fatto fregare lasciando a me la scelta del suo pasto...

A Lucio è toccato in sorte un kebab e, come la maggioranza dei degustatori di questo impasto esoterico, lo sta affrontando in un corpo a bocca impietoso: gli ingredienti ad ogni attacco dei denti sembrano schizzare in ogni direzione possibile, forse nella paternalistica speranza di salvare i condotti arteriosi e le coronarie del primate ingordo dai grassi di cui sono insani portatori. Qualsiasi movimento delle mani che abbia lo scopo di tenere insieme il cartoccio informe si risolve in una colata di unto dal colore catarifrangente che, una volta ingerito e digerito, lo vedi riaffiorare giornalmente nella capigliatura e nella pelle dell'avventuroso imbottitoio umano dal gusto multietnico.

I commensali guardavano sconsolati, e invero un po' disgustati, il piacere che Lucio sembrava provare nel riempirsi di sostanze indecifrabili ai più mentre, decorosamente, ripulivano lo spazio del perverso pic nic dagli avanzi. Di lì a poco avrebbero tentato di fare il punto della situazione e di trovare una buona strategia per individuare i responsabili delle morti e per cercare di evitare altri 4 defunti.

L'ispettore Lampo, nel frattempo, sembrava subire i primi effetti del coxsachie virus ed era corso, scusandosi, verso la toilette di servizio con il viso che improvvisamente aveva assunto una sfumatura verdognola e lasciandosi dietro una scia graveolente.

Capitolo 7

In utrumque paratus

- Cominciamo dalle cose che sappiamo per certo! - a Marco, quello meno intorpidito dalla digestione, era toccato il compito di condurre l'improvvisata operazione di brainstorming indetta da Lampo. Aveva accettato suo malgrado, consapevole che in mezzo allo storming sarebbe stato assai complesso individuare l'operatività dei brains. Rivolse lo sguardo verso Lucio per invitarlo a parlare per primo (tanto lo avrebbe fatto lo stesso).

- I morti per ora sono tre. Tutti e tre hanno partecipato o partecipavano alla vita politica della città. Non sono di un solo schieramento e questo ci porta a pensare che la morte non ha niente a che vedere con le posizioni ideologiche o con vendette di partito.

Era il turno di Bruno:

- Accanto ad ogni vittima è stato sempre ritrovato un messaggio. Un messaggio costruito con i versi tratti da una commedia di Goldoni "Arcifanfano re dei matti". Il riferimento al sindaco è fin troppo chiaro.

- Oddio gente che lavoro! - Lampo, pallido, comparve nel giardino approssimandosi al bordo della vasca con andamento traballante ed incerto - Ma oh che c'era in queli spaghetti? Odio odio...

La compagnia, in piena digestione, non sembrò apprezzare particolarmente il richiamo alla fase finale di quest'ultima e sembrò anche poco attratta dal pensiero di Lampo seduto sul cesso con gli strizzoni addominali. Bruno, quindi, riprese a parlare nella speranza che il discorso scivolasse verso gli omicidi e non finisse allegramente in merda.

- Come ha giustamente sottolineato l'ispettore i due ex assessori, con i quali la nostra testata è andata giù dura, sono stati fatti trovare morti in luoghi in cui sarebbe stata sicura la presenza di noi tutti di lì a poco. Ognuno di loro porta con sé la presentazione del personaggio della commedia che è un aspirate suddito di Arcifanfano: il pazzo prodigo e la pazza superba.

- E l'omicida alza il tiro. Gioca con noi e ad ogni morto aggiunge tasselli simbolici che però hanno sempre un richiamo diretto alla nostra città - Franco appariva preoccupato - e cresce anche l'impressione che non si parli di un solo omicida vendicativo o completamente squilibrato. L'impressione è quella di avere a che fare con un gruppo ben organizzato e anche ben informato sulle nostre mosse. 

- Più ci penso più la teoria di Orsini...

- Bruno, ispettore, mi chiami Bruno, va bene lo stesso!

- ...dicevo: più ci penso più la teoria dell'Orsini Bruno mi convince. Trasportare cadaveri da un luogo ad un altro in tempi brevi, senza essere notati richiede il lavoro di più persone...

- oh perché trasportati? - chiese Lucio perplesso - Non potrebbero essere stati ammazzati nel posto?

- Non ci sono tracce di violenza sui cadaveri, il primo esame autoptico è chiarissimo.

- E allora non potrebbero essere morti lì di quello che poi si saprà che li ha ammazzati perché non hanno fatto in tempo a morire ammazzati da un'altra parte? - oh, d'altra parte questo Lucio sa fare! Che glielo vogliamo impedire?

- Va bene per il sindaco e il Bonaccia - si intromise Marco - Il sindaco potrebbe essere caduto dentro la vasca in seguito ad un malore e il Bonaccia essersi accasciato nell'incavo della nicchia prima di morire - spiegò indicando con la testa il luogo in cui era stato ritrovato l'assessore - Certo ci vuole un po' di fantasia, fidarsi parecchio di Occam ed evitare di tener conto che sarebbe strano che uno, prima di morire, si sistema in modo da apparire al meglio. Resta però il fatidico elemento che scompiglia le carte: oh perchè la Diavolini si sarebbe sentita male dentro un forno a legna, avrebbe chiuso lo sportello prima di morire e si sarebbe sistemata per benino a favore dei rinvenitori?  

Lucio convenne: - Mi sa che c'hai ragione. L'hanno ammazzati da un altra parte e poi l'hanno portati lì - ma d'altra parte era facile convincerlo di una cosa. Per il semplice motivo che le sue opinioni le sparava verbalmente prima di averle passate al vaglio del cervello. Di conseguenza, nel momento in cui si riconnetteva, prendeva atto della temporanea disconnessione e passava oltre.

- Manca il movente - Lampo tutto sommato il suo lavoro lo sapeva fare e la sua affermazione fece calare l'entusiasmo dello  storming e come prevedibile inibì, bloccandole, le attività dei brains.

Il movente, questo pallossisimo inconveniente che si frappone sempre tra la voglia dello scrittore di incastrare il personaggio che in quel momento gli sta più antipatico facendolo finire, simbolicamente, nella schiera dei reietti e la coerenza della storia. Se volessi fregarmene della coerenza avrei già scelto il gruppo di assassini. Ma in un romanzo la credibilità della storia ha le sue esigenze e, tutto sommato, in un thriller (che si rispetti anche pochino pochino) la storia alla fine deve "quagliare" e non si può pensare di evitare l'esistenza di un movente.

Ovviamente i nostri protagonisti se lo dovranno trovare da soli. Io lo so già e, secondo me, i lettori più vispi lo dovrebbero già avere intuito da alcuni piccoli particolari.

- Il movente serve in tribunale, però. A noi ci serve di evitare altri quattro morti - Lucio, per quanto disconnesso,  riusciva a volte a sbancare al tavolo della rozza logica.

- Evitare altri tre morti! -  sentenziò cupo Franco digitando nervosamente sul tablet. Non alzò gli occhi nonostante sentisse su di sé gli sguardi di tutti gli altri.

- Chi è stavolta Franco? - Lampo, improvvisamente, era passato al "tu" e all'abolizione del cognome a favore del nome di battesimo.

- Ho appena ricevuto sul mio profilo facebook la notifica che mi hanno taggato in una foto. Nessuna buona nuova. Da uno strano profilo mi si avverte di un nuovo cadavere - tutti i presenti si
accalcarono sopra la testa di Franco per osservare la foto postata sulla bacheca del loro amico.

Ce n'erano di dettagli sui quali disquisire o interrogarsi in quello strano messaggio. Ma non era il momento. Tutti gli uomini del gruppo, nonostante l'afa, sentirono improvvisamente freddo e si mossero all'unisono verso l'uscita.

Lucio inviò un messaggio a Georgina: "C'è un altro morto nella sala consiliare. Corri"

Scelsero di fare a piedi i 400 metri che li separavano da Piazza della Libertà, sede del Palazzo Comunale e della nuova macabra scoperta

Per i commentatori ossessivi con l'impulso wikipedistico della puntualizzazione nozionistica: i metri sono proprio 400 dalla soglia di casa di Giorgio Vasari alla soglia della Casa del Sindaco. Misurati proprio da google map lui medesimo, ma se per puro caso li avete misurati e vi risultano 399 o 401 mi scuso in anticipo. Potete sempre farcelo notare qui sotto. 'n s'aspetta altro che voi per diventare migliori.

Normalmente un aretino che si avventurasse in quei luoghi, ed è veramente molto raro, copre la suddetta distanza in 7 minuti (per i commentatori di cui sopra: lo dice sempre google map) salvo impedimenti motori. O, in alternativa, impedimenti di origine intellettuale: il tragitto che è necessario compiere, via San Domenico con la sua Piazza, Via Sassoverde e Via Ricasoli, conserva muto e meravigliato un insieme di storia, arte, mito e spiritualità che si fa quasi tangibile. Ma solo per chi rallenta e ascolta. Solo per quei rari turisti che vogliamo spaesati a vagare incerti. Per l'aretino medio è un "posto forimano... 'n c'è manco 'l parcheggio".

Ai nostri cinque amici i 7 minuti avanzarono. Arrivarono infatti qualche minuto prima delle auto della polizia e dei furgoni della scientifica.

Grazie ad un portiere illuminato dal distintivo di Lampo salirono fino alla sala consiliare senza incontrare particolari opposizioni. Entrarono ma, il primo sguardo d'insieme, non rivelò loro alcuna anomalia, nessun cadavere.

La luce del pomeriggio estivo, che entrava filtrata dagli spessi tendaggi porpora di una delle grandi finestre, sbatteva contro l'armatura della copia della Minerva e rimandava un'immagine sinistra ed insufficiente. La Custos Urbis, in quella penombra, sembrava voler proiettare sui convenuti un segno della saggezza della quale era detentrice e dispensatrice.

Fu Marco che indicò a tutti gli altri un quadro che si trovava alle loro spalle. Rimasero lì, imbambolati. Consci che se c'era il cadavere sarebbe stato proprio lì sotto, fra i banchi dell'opposizione e sotto il ritratto che Franco aveva ricevuto su facebook con la nuova strofa e che, qui, faceva bella mostra di sé in originale sulla parete a sinistra rispetto ai banchi della giunta.

Nessuno osò controllare. Fu Georgina, entrando dalla porta a far capire a tutti gli altri che non si erano sbagliati. Rimase immobile guardando un punto preciso degli spazi fra gli scranni:

- È una donna ma il volto non si vede. È ricoperto da un cappuccio nero. Ha un abito che sembra un saio e sandali di cuoio. Sembra giovane a guardargli le mani e le gambe. Cosa dice il messaggio?

Franco si avvicinò circospetto e, cercando di evitare di gettare lo sguardo oltre i sedili, passò il tablet con la foto a Georgina.

- È Semplicina, la pazza ritrosa.

- E quel barbuto nero chi è? - Lampo non aveva staccato mai gli occhi dal ritratto. Una tela con predominanza di colori neri e marroni a raffigurare un uomo inquietante, arcigno. In una posa arrogante e provocatoria insieme che sembrava guardare l'osservatore maledicendolo apertamente. 

Quello sguardo irrisorio sembrava captare magneticamente l'attenzione di quanti vi posavano gli occhi. Anche Bruno, che lo conosceva perfettamente, lo guardava, ora, con sentimenti diversi. Con timore e con un senso di riverente ed angosciante premonizione.

Georgina ruppe il silenzio.

- È Pietro Del Tura. Ma lo conosciamo meglio come Pietro Aretino. Il quadro è di Sebastiano del Piombo che lo dipinse nel 1525 e di cui ci ha lasciato per iscritto una bella descrizione. La definisce una sua "pittura stupendissima" proprio per tutte quelle sfumature di nero che danno al quadro quel particolare tono di mistero. Adesso se ne coglie poco di ciò che questo quadro dev'essere stato perché, nel tentativo di restaurarlo, a metà del 1800 subì molti danni e quelle gravi slavature di colore che hanno stemperato e confuso i neri. Ok...

Si era accorta che gli ascoltatori stavano scalpitando poco o per nulla interessati a disquisizioni tecniche.

- Comunque il quadro fu donato a Pietro Aretino che a sua volta lo donò alla città di Arezzo nel 1526 e fu messo nella sala del Pubblico Consiglio dov'è ancora oggi...

- ...quante sa duralla? - Lucio materializzò verbalmente l'insofferenza di tutti.

- Comunque... Gli aspetti più intriganti del quadro sono i dettagli: il cartiglio che Pietro Aretino tiene nella mano destra stretta a pugno e che riporta il nome di Papa Clemente VII e il ramo di alloro a segno di gloria. Sotto due maschere. Quella sorridente rappresenta la Virtù l'altra il Vizio. L'iscrizione ancora sotto recita "in utrumque paratus".

- Che per i mortali illetterati sta per...

- Pronto per entrambe - Bruno scuoteva la testa con gli occhi lucidi. Si era seduto sullo scalino di un piano di scranni e dava tutta l'impressione di essere vicino al crollo nervoso - è un motto, un inno alla vita di Pietro Aretino. Un uomo che ha sempre avuto posizioni estreme. Nella politica, nella visione religiosa, nello stile di vita. Un irriverente, blasfemo e devoto. Ha vissuto scappando per salvarsi la vita da una città ad un'altra perché non ha mai rinunciato ad esprimere, anche in forma di burla, quello che pensava. Non si é mai tirato indietro e ha pagato. Anche il dono di questo quadro ai suoi concittadini è stato un falso gesto di generosità, uno schiaffo morale.

- Vizio e Virtù. Entrambi compresi nella stessa persona che ha saputo pagare le conseguenze dell'uno e dell'altra - chiosò Marco 

- Come per gli assassini non ha saputo fare lei... - disse Franco indicando il corpo inerme.

 

 

 

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