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La formazione professionale: un business da decine di miliardi di euro. Ma per chi?

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La formazione professionale: un business da decine di miliardi di euro. Ma per chi?

Negli ultimi 10 anni c’è stato un vero boom della formazione realizzata attraverso il Fondo Sociale Europeo.

 

 

 

Per avere delle cifre approssimate più per difetto che per eccesso di quanto sia ormai imponente questo business, bisogna tenere conto che si parla di qualcosa come 80 miliardi di euro spesi per l’Italia in 10 anni, a fronte di versamenti fatti dal nostro paese alle casse dell’Europa per circa 130 miliardi, sempre in un periodo di 10 anni.

In pratica noi versiamo ogni anno una valanga di denaro per concorrere al bilancio dell’Europa, e questa ci restituisce una parte dei nostri soldi, spiegandoci come li dobbiamo spendere. Accade così che questi flussi di denaro, partono attraverso la burocrazia italiana, arrivano nelle mani della burocrazia europea, dove qualche oscuro dirigente decide come devono essere spesi, e poi tornano in Italia, passando per qualche burocrate nazionale che li ripartisce a qualche collega regionale, che li affida a qualche burocrate provinciale, che li gira ai formatori.  

Si tratta di 7 o 8 livelli di burocrazia, diversi e spesso conflittuali fra loro, del tutto privi di una cultura della formazione. Per fare un paragone, è come se la gestione degli ospedali e la medicina di base, fosse gestita dalla Nato, che la demanda alle forze militari nazionali, che a loro volta le decentrano ai vigili urbani: i risultati raggiungerebbero il grottesco. Questa è la formazione in Italia ed in Europa, messa a punto nelle commissioni di selezione dei progetti  (così come anche negli uffici dove si mettono a punto i formulari), ove non siedono formatori di lunga e comprovata professionalità, ma solo burocrati, tutt’al più esperti in procedure legali e pubblica amministrazione, ma non di formazione.

Norme sempre più contraddittorie e controverse (come si conviene a chi si crea un mondo virtuale fatto solo di carte bollate e la distanza dai veri centri del potere), hanno generato una quantità incredibile di enti di intermediazione: uffici (spesso farlocchi) a Bruxelles o a Roma, sportelli di informazione, imprese di gestione dei progetti, consulenti in tuttologia applicata e mediatori delle istruttorie. Decine di enti pubblici e privati che intermediano lucrando, in termini economici se sono privati, o in servizi pubblici se sono gestiti da politici, ma la cosa fantastica è che tutti sono assolutamente privi di qualsivoglia minima competenza formativa. Tutti pretendono di spiegare cosa sia la formazione e quali obiettivi debba raggiungere, senza sapere assolutamente nulla di ciò che stanno proponendo. Questi uffici di intermediazione sono spesso composti solo da una segretaria e da un esperto in contatti "politici", che riesce a farsi assegnare progetti che poi vengono realizzati alla meglio, pescando qua e là i formatori. In altre parole prima ci si inventa un progetto qualsiasi, basta che sia e che convinca il burocrate di turno che comunque non ci capisce nulla a prescindere, poi si pensa a come metterlo in piedi e quindi a come scassettare.

La cosa sbalorditiva è che non viene richiesto alcuno standard che garantisca la qualità dei formatori: bastano un diploma per i ruoli tecnici e una laurea qualsivoglia per le docenze. Molti Enti raccattano i passanti nominandoli formatori, perché con costoro è anche più facile il gioco della doppia fatturazione. Questi nuovi arrivati non hanno alcuna spinta a qualificarsi, e gli operatori già qualificati non trovano alcuna motivazione a perfezionarsi. Negli ultimi anni il numero dei formatori è aumentato in modo spropositato, ma inversamente proporzionale alla loro qualità.

Con una spesa di 80 miliardi di euro (significa che ogni anno spendiamo più del doppio dell’IMU prima casa) dovremmo essere un popolo preparatissimo, dovremmo avere manodopera altamente specializzata, operai supertecnologici e discutere di automazione in inglese anche al bar. A qualcuno pare che sia così?

Più si spende in questo genere di formazione, più si prende atto della inadeguatezza delle risorse umane a fronteggiare le sfide produttive, economiche e sociali del nuovo millennio. Su scala nazionale (non si conoscono i dati provinciali) si sa che l’utilità marginale di questi corsi è intorno al 3%. In soldoni, se abbiamo speso 80 miliardi, significa che 78 di questi non sono serviti a niente, mentre le nostre scuole non hanno i fondi per acquistare i gessi e le cimose, mentre le università chiudono e gli studenti abbandonano, l’Europa continua a propinarci la formazione fantasma.   

E’ difficile trovare qualcuno che non sia stato toccato in questi anni da uno dei famigerati Corsi FSE, o da iniziative di formazione similari (anche se finanziate da altre voci del sistema europeo). Lavoratori in servizio, lavoratori espulsi dal ciclo produttivo, disoccupati di lunga e media durata, donne, giovani, handicappati, tossicodipendenti, immigrati, studenti delle Scuole Superiori e laureati "deboli", funzionari di Enti Locali.

Quelli che ne sono sfuggiti come utenti, sono stati coinvolti come consulenti, valutatori, organizzatori, tutors, docenti, segretarie, contabili, intermediari.  La verità che appare sempre più oscena, è che l’unico vero problema occupazionale alleviato dal FSE è quello degli addetti alla formazione.  Se ci domandassimo a cosa serve fare una certa azione formativa, la risposta sarebbe di quelle che ti lasciano senza parole: "perché possiamo ottenere un pacco di milioni". Il problema è che questi milioni vengono dalle tasche dei contribuenti italiani!  

Accade così che pochi si pongono il problema se sia utile far fare corsi di inglese ai metalmeccanici disoccupati, o di informatica alle casalinghe disperate. L’importante è fare qualcosa di intrigante che risponda alla idea di formazione che qualche oscuro burocrate conserva in un angolo remoto del suo cervello. La risposta sul come si fanno i corsi di formazione sarà la più ovvia: "si fa nel modo più aderente ai formulari".  Potremo allora incontrare progettisti che fanno progetti coscientemente assurdi, sapendo che però rispondono agli oscuri criteri degli esaminatori.

In un sistema così contorto, finisce che su tutto regni  il formalismo degno del più ferreo sistema burocratico. Intendiamoci: forma e regole sono garanzia di obiettività.  Le regole del gioco servono a difendere i più deboli dai più forti, e sono una garanzia di controllo impersonale.  Ma quando restano solo le regole come puro rituale formale insensato, si trasformano in un guscio irreale che sta in piedi solo in nome della finzione, come sistema di ricatto permanente.  Accade allora che la mancanza di una firma o di una ricevuta può causare detrazioni, ritorsioni, penali più o meno gravi.  Mentre nessuno controlla se la formazione si compone solo di una serie di lezioni inutili ed idiote.

E’ possibile così spendere e sperperare i soldi dei contribuenti, senza accertarsi che l’investimento sia fatto grazie a veri formatori, ma se il numero dei bagni o la larghezza dei corridoi non sono a norma, succede il pandemonio. Solo la forma deve essere salvata. A nessuno importa se i partecipanti passano il tempo a leggere il giornale in aula, tanto alla fine quello che conta è solo che tutto sia formalmente perfetto, che i formulari, i moduli, i rendiconti le procedure siano impeccabili, perché alla burocrazia non interessa la realtà, ma solo la sua rappresentazione cartacea, fino al punto in cui ciò che ricerchiamo non è più la qualità della formazione, ma la complicità con la burocrazia, che attraverso il formalismo perpetua se stessa.  

Se leggiamo gli obiettivi della formazione attraverso questa lente, non potremo che lasciarci catturare dall’amaro umorismo di cui sono pervasi

-          stimolare e sviluppare un ampio partenariato territoriale o internazionale

-          riorganizzare o sviluppare interi comparti produttivi o geografici

-          ridurre la disoccupazione e l’emarginazione sociale

-          qualificare i processi di formazione o valutazione

-          produrre sussidi cartacei o multimediali

-          aumentare le competenze.

(Notare che l’obiettivo competenze viene ben ultimo!)

Ci sono casi in cui è prevista anche la Commissione Esaminatrice di fine corso: la commedia diventa allora farsa esilarante. Gente che non sa quasi nulla dell’argomento su cui è chiamata a giudicare, che è stata inviata per dovere e che è anche sottopagata, recita la parte di un finto esame, senza però perdere l’occasione di fare un centinaio di firme qua e là.

Tralasciando lo scandalo della Sicilia, ove i corsi sono organizzati direttamente dalle mogli dei politici isolani, in molte zone d’Italia ormai quella del "corsista" è diventata una vera occupazione, ed a Napoli ci hanno costruito sopra anche un sindacato, perché ormai si è  aperta la caccia al partecipante.  Gli enti formatori che hanno ottenuto un finanziamento, per non perderlo, arrivano ad offrire anche rimborsi orari più vari benefits, fra i quali quello di poter frequentare pro-forma.  I più abili, navigando fra la benevolenza interessata dei formatori e i regolamenti sulle assenze ammissibili, riescono ad iscriversi a più corsi contemporaneamente recuperando doppi o tripli rimborsi. Nel migliore dei casi invece, si fanno investimenti pubblicitari su larga scala. Volete un esempio? Non c'è sito web (eccetto il nostro) che in questo periodo non sponsorizzi il settore formativo provinciale.

E allora che fanno i corsisti dopo questa formazione? probabilmente tornano a fare quello che facevano  prima, qualcuno magari spera nella prossima sfornata di corsi, per guadagnare 500/600 euro, continuando a collezionare attestati di tecnico delle produzioni lattiero caseario o esperto di turismo religioso, ma forse qualcuno trova anche lavoro nel settore per cui è stato formato. 

Non è il caso della nostra provincia, facile da controllare e semplice da organizzare, ma quando questi compiti saranno demandati alla gestione delle aree vaste, il solo pensiero di cosa potrebbe succedere, riesce a suscitare solo scherno e sollazzo. Provincia però che al momento si pone mete prestigiose:  accompagnare ogni cittadina e cittadino della provincia di Arezzo, fin dall'età di 15 anni, nel proprio personale percorso di "apprendimento lungo tutto l'arco della vita". Le principali attività riguardano l'orientamento scolastico e professionale, prevenzione della dispersione e del disagio scolastico, formazione per l'inserimento nel mondo del lavoro, formazione per adattare le proprie capacità alle transizioni durante la vita professionale, formazione superiore.

Proviamo a chiederci invece quante risorse stiamo buttando via, risorse che potrebbero essere impiegate per rendere più competitivo il sistema impresa, che sta invece drammaticamente e lentamente morendo. Quante persone avrebbero potuto essere assunte in questi 10 anni, con 80 miliardi di euro pari ad almeno tre manovre finanziarie (centosessantamilamiliardi di lire), se le aziende fossero state incentivate da interventi di sostegno alla prima occupazione? Quanti 50enni avrebbero potuto trovare il modo di essere reimpiegati? Quanti giovani avrebbero oggi una occupazione vera? Il circolo virtuoso dei consumi, si fonda prima di tutto sui guadagni. Niente lavoro, niente guadagni - niente guadagni, niente consumi - niente consumi, niente lavoro. E la frittata è fatta. 

Ecco il danno che produce la formazione inutile, non solo quello di alimentare false speranze, correndo il concreto rischio di farla diventare perfino un anestetico a tempo, ma anche, anzi soprattutto, il perdere diversi mesi dietro un corso di formazione, che poi non consentirà di poter spendere concretamente nel mondo del lavoro la professionalità acquisita: non è forse meglio dedicarsi ad altre attività,  che potrebbero consentire concretamente di produrre vera ricchezza?

La cosa più sbalorditiva di tutta questa giostra è il silenzio: se non riusciamo a spendere i nostri stessi soldi, offerti gentilmente all'Europa, che pomposamente ce li ritorna indietro con il nome di finanziamenti europei, ci consideriamo dei coglioni che non sanno gestire la paghetta che così munificamente ci viene elargita. E allora la consegna del silenzio continua. Una ipocrita finzione che non ha nè successo, nè futuro, con la complicità dei nostri politici, che su questa greppia controllano il loro potere.  

Continuiamo pure a baloccarci sui corsi di tombolo, sulla cura degli animali domestici, sui barman acrobatici o sulle tecniche di Shiatsu, a spese naturalmente di chi produce (ormai sempre meno) un po’ di ricchezza: foschi orizzonti sono di fronte al nostro paese.    

 

 

 

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