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I polli di Renzo e il futuro della nostra Camera di Commercio

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I polli di Renzo e il futuro della nostra Camera di Commercio

In un quadro che prevede in un futuro non troppo remoto, un nuovo tentativo di riordino delle Province, quale futuro per la Camera di Commercio?

Non dovrebbe mancare molto ad un nuovo disegno di legge che preveda il riordino dell’assetto istituzionale delle Province e quindi è il momento di chiedersi cosa succederà al mondo delle camere di commercio, considerata la competenza che hanno su di un territorio che oggi corrisponde proprio a quello della provincia. 

Quello che serve oggi, è però una riflessione sul che cosa si vuole fare: le Camere di Commercio dovrebbero  essere i soggetti che programmano il futuro dell’economia di un territorio, senza subire la politica sulle proprie spalle. Se è vero che i territori sono sistemi economici e sociali che devono organizzarsi in modo autonomo, occorre dare un nuovo significato alla parola territorio, visto che almeno fino ad oggi, si intende la sua dimensione provinciale.  

Le provincie italiane hanno un costo politico compreso tra i 600 e gli 800 milioni di euro, ma amministrano qualcosa come 20 miliardi di euro di investimenti sul territorio. Dalla manutenzione delle strade e delle scuole, alla tutela del territorio e alla gestione dei rifiuti. Sostituire l’interfaccia politico con un corpo manageriale (così com’era nella legge spending review), potrà incidere (forse) sui quei 600/800 milioni, ma certo non ci potrà far risparmiare i 20 miliardi che ci servono per sostenere tutte le attività correlate.

Il vero risparmio, avevano pensato gli estensori della legge geniale che aboliva la dimensione territoriale corrispondente alle provincie, è da un lato nella riorganizzazione di quella miriade di enti che si identificavano nella dimensione provinciale, e dall’altro nel trasferimento degli investimenti che l'ente provincia deve sostenere ogni anno, direttamente ai comuni o ad enti di secondo livello sotto il controllo regionale.  Basta pensare a quanto spendiamo ogni anno per il solo riscaldamento delle scuole o quanto costa la manutenzione dei plessi scolastici. Lo scopo finale, nemmeno troppo celato, era mettere in conto ai bilanci comunali queste  spese, senza fornirgli, o quasi, adeguata copertura. Che si arrangiassero loro.

Questa forma di risparmio, fondata sulla tecnica dello scaricabarile, trova una sponda perfetta nelle politiche regionali, che da tempo privilegiano la creazione delle aree vaste per la gestione dei territorio. Enti di secondo livello, appunto, che sfuggono a qualsiasi forma di controllo dal basso e che generano enti che si autodefiniscono privati o semiprivati, che operano in regime di monopolio assoluto e che vivono  e prosperano esclusivamente coi soldi dei contribuenti, i quali non potendo più definirsi azionisti, non possono fare altro che pagare in silenzio.  

Le regioni a loro volta amministrano come un sovrano assoluto, intervenendo solo su progetti definiti e preapprovati,  spesso inutili ed incomprensibili, ma che vengono finanziati coi soldi dei contribuenti perché fanno look, piacciono al trombone di turno, servono al controllo del territorio. Accade così che i comuni si ritrovano opere faraoniche semiconcluse coi finanziamenti regionali, mentre la manutenzione ordinaria non trova le risorse adeguate e necessarie e mentre i cittadini sono sempre e giustamente più incazzati per l’uso che viene fatto dei loro soldi.

Qualcuno crede che questa storia sia finita qui? E’ finito solo il primo round. Diamogli tempo di riprendere fiato e torneremo presto a ridiscutere di accorpamenti, di cancellazione degli enti territoriali, di aree vaste,  vastissime o gigantesche. Abbiamo raggiunto il limite demografico previsto dalla vecchia Spending Review, ma non è detto che in futuro verrà utilizzato lo stesso parametro.

Le Camere di Commercio saranno il primo obiettivo della prossima legge di riforma  del territorio e sono destinate a subire l’amara sorte di tutta la gestione dell’amministrazione locale. Un obiettivo anche facilmente individuabile, perchè riscuotono ogni anno una valanga di diritti camerali, rappresentano una forma alternativa di potere locale e possono diventare facilmente un poltronificio per politici trombati da ricollocare sul mercato. Se la nostra città è la terza per dimensione anagrafica e per ampiezza e per volume di affari, ha invece uno scarso peso politico. Ha per giunta forme di controllo dal basso molto accentuate, grazie anche ad un tessuto politico locale molto vivo e quindi tutto sommato, minori necessità clientelari. Il risultato sarà drammatico: è destinata a soccombere!   

Quasi 10 anni fa, l’allora presidente di Unioncamere Carlo Sangalli,  auspicava un passaggio all'interno del sistema delle imprese e a livello istituzionale verso una democrazia economica piu' completa,  verso cioè l'elezione diretta anche all’interno delle Camere di Commercio.  

Dichiarava Sangalli: ''Nei sistemi camerali dell'Europa c'e' l'elezione diretta da parte degli imprenditori: dalla Francia alla Spagna, all'Austria, alla Germania. Nel processo di costruzione di un'Europa dei cittadini e delle imprese , il primo impegno e' quello di rendere piu' uniformi le amministrazioni dei paesi: questo significa che prima o poi sara' l'Europa e le altre Camere di commercio europee a chiederci di adottare lo stesso sistema di selezione della classe dirigente''.

Il nostro governo in questi quasi 10 anni,  ha saputo guardare in tutte le altre direzioni possibili, ma mai certamente verso un allargamento del sistema democratico di controllo delle Camere di Commercio

In questo quadro, le associazioni del territorio che si guardano in cagnesco e che si organizzano in cordate per il controllo dell’ente camerale, ci ricordano molto l’amara storia dei polli di Renzo, che continuavano a pizzicarsi anche quando il loro destino era la padella! 

Oggi come mai prima nella storia moderna della nostra città, abbiamo bisogno di una coesione forte o rischieremo presto di finire in padella e di diventare satelliti di altri.

 

 

 

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