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L’arte contemporanea, elitaria ma priva di bellezza

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L’arte contemporanea, elitaria ma priva di bellezza

 

Da non esperto vorrei parlare di arte contemporanea, e quindi di Icastica, senza polemica o goliardia, ma entrando nel merito e sforzandomi di non essere particolarmente noioso. Me ne ha fornito l’occasione la lettura di uno straordinario libretto di Karl Popper, filosofo del secolo scorso, dal titolo “I tre mondi”, un capitolo del quale, di poco più lungo del testo riportato di seguito, parla di teoria dell’arte:

"Secondo la teoria dell'arte, della musica e della poesia in assoluto più influente e più diffusa, tutta l'arte è essenzialmente espressione di se stessi, vale a dire espressione o rivelazione della personalità dell'artista, e in specie delle sue emozioni. Ritengo che questa teoria sia completamente sbagliata. E' banalmente vero che esprimiamo il nostro stato interiore in tutto quello che facciamo, ivi compresa ovviamente l'arte. Ma esprimiamo il nostro stato interiore anche nel modo in cui camminiamo, tossiamo o ci soffiamo il naso. Non si può pertanto ricorrere all'espressione di se stessi come elemento caratterizzante dell'arte.
Tuttavia non ritengo che questa teoria espressionistica dell'arte sia semplicemente sbagliata; credo che essa abbia addirittura un'influenza perniciosa e distruttiva sull'arte. Nella grande arte l'artista considera importante la sua opera, non se stesso. La teoria che considera l'arte espressione di se stessi mette a repentaglio proprio questo atteggiamento salutare".

Queste poche righe mettono in crisi il presupposto stesso su cui si basa buona parte dell’arte contemporanea (e anche dell’architettura) e cioè il fatto che per apprezzare un’opera occorra prima conoscere la storia del suo autore, il percorso artistico e teorico che lo ha portato a quel risultato, insomma il concetto che l’ha generata. L’arte contemporanea richiede quindi, prima di tutto, paradossalmente prima ancora dell’opera stessa, molte parole per spiegare come e perché quell’opera, o istallazione, sarà fatta o sia stata fatta in quel determinato modo e cosa essa esprima e ci racconti del suo autore e quali impressioni intende lasciare (l’intenzione è più importante dell’impressione stessa) sullo spettatore. E’ corretto parlare di spettatore perché la teatralità è un’altra componente importante. L’opera quindi è l’espressione di un concetto ma non ha alcuna valenza estetica, essendo anzi le istallazioni, molto spesso, volutamente sgradevoli (cumuli di spazzatura o di stracci, cadaveri sotto plastilina, bare, merda d’artista in scatola ecc).

Tra i tanti concetti possibili, quello della bellezza non appartiene a questo tipo di arte contemporanea. Si può dire anzi che di fronte ad un’opera concettuale non abbia alcun senso, per l’autore stesso, che il pubblico reagisca con un “mi piace” o un “non mi piace”, proprio perché l’intenzione non è estetica né in senso assoluto né in senso relativo. Piuttosto l’autore e il critico si aspettano, si dovrebbero aspettare, sarebbe logico si aspettassero dallo spettatore o il silenzio ponderoso di chi non trova le parole o un fiume di parole ermetiche che tentino di interpretare il “significato” dell’opera.

Se quindi il cuore dell’arte contemporanea è la storia dell’autore e il filone culturale, l’ismo entro cui l’opera si inserisce e se, senza la conoscenza di queste componenti è impossibile decriptare l’opera, e se manca, come in effetti manca, la componente estetica oltre a quella essenziale della manualità, della tecnica dell’artista tradizionale, ne consegue necessariamente che quest’arte è per pochi, pochissimi appassionati che seguono le vicende per piacere o per affari o per entrambi. Questo fatto conferisce all’arte contemporanea un’aura elitaria in base alla quale chi è dentro è dentro, chi è fuori non sa, non capisce, non può capire ma deve accettare e, spesso, subire. Questo è il meccanismo consapevole in base al quale l’appassionato di questo genere si sente autorizzato a considerare chi è fuori dal cerchio magico un ignorante e/o un provinciale se si azzarda a criticarla o, peggio, a negare che sia arte. E in questo modo si accentua ancora di più la distanza tra chi è dentro il cerchio magico e chi è fuori.

Ma ecco che arriva in soccorso del povero provinciale il grande Popper che, attenzione, non era un parruccone tradizionalista ma il filosofo antidogmatico per eccellenza, il teorico della società aperta e della necessità di confutazione di ogni teoria, il quale dice: “Eh no, caro il mio artista e il mio critico, l’espressione di te stesso non è arte più di quanto lo sia l’espressione di come cammini per strada o di come ti soffi il naso. Non è conoscendo le tue espressioni che io giudico la tua opera, ma è l’opera, senza nemmeno sapere chi ne sia autore, che deve possedere un valore artistico intrinseco deducibile a colpo d’occhio dalla qualità dell’opera stessa”.

E infatti, di fronte ad un quadro di Raffaello, chiunque ne rimane colpito, chiunque vede, sente, percepisce la sua appartenenza alla sfera dell’arte, chiunque ne coglie la straordinarietà, il suo essere fuori dal comune per bellezza e forma. Poco importa se colui che non ha studiato ignora l’esistenza di un pittore di nome Raffaello e se non ne conosce l’epoca e il contesto in cui ha vissuto, perchè egli non può, nonostante tutto, non riconoscerne la bellezza. E’ ovvio che lo studio, la conoscenza della storia dell’arte arricchisce e affina la percezione estetica e la rende più compiuta e consapevole, ma quella sensazione, cioè quel percepire con i sensi, con la parte più istintiva dell’uomo, non richiede qualcuno con il dito alzato che decida per lui cosa sia bello e cosa sia brutto perché l’arte appartiene a tutti, l’arte vera è democratica e tutti la possono riconoscere e godere.

Ecco un difetto dell’arte concettuale contemporanea: non è democratica, non è per tutti, è per pochi appassionati che vogliono imporla a molti. Con una metafora politica potremmo dire che l’arte tradizionale è democratica, quella contemporanea concettuale è oligarchica. E poco importa che sia povera, che si mostri povera, al limite del miserabile, con stracci appesi o tronchi di legno grezzi, che occupi lo spazio urbano con atteggiamento apparentemente democratico. Occupa invece lo spazio urbano per farti sentire un ignorante, un povero diavolo che non sa. In realtà è l’arte contemporanea ad essere parruccona e codina perché non spiega, impone, non ammette critiche, non vuole confronto, non cerca dialogo, è cristallizzata in una teoria indiscutibile. Forse perché ha poco da dire e da mostrare. Quindi, di fronte ad un atteggiamento di questo genere, l’unica risposta possibile è quella, certamente rozza, certamente scontata ma liberatoria di Fantozzi e la corazzata Potemkin o quella di Alberto Sordi in vacanza intelligente con la moglie alla biennale di Venezia. O quella più raffinata di Jacques Tati e la casa dell’architetto contemporaneo. E’ una forma di difesa necessaria di fronte all’arroganza di un’arte escludente, contraddizione di termini perché l’arte vera è invece naturalmente inclusiva.

Attendo popperianamente aperto la confutazione argomentata di quanto da me affermato, che credo sarà molto facile fare per gli esperti in materia.

 

 

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