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Sante Tani, Don Giuseppe Tani, Aroldo Rossi

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Sante Tani, Don Giuseppe Tani, Aroldo Rossi

Un selvaggio delitto fascista da non dimenticare

 

Strano Paese il nostro, nel quale chi si avventura a parlare di Resistenza e lotta di Liberazione deve guardarsi dal cecchinaggio di fascisti vecchi e nuovi che, oggi come allora, camuffati da “patrioti”, inneggiano magari alla pacificazione e al superamento delle ideologie in nome di una inaccettabile parificazione di ruoli fra combattenti partigiani e componenti dell’esercito del fascismo repubblicano ed ai quali, pure, è garantita libertà d’espressione dalla Costituzione che nacque proprio in virtù di quella lotta.

Certo, nel tempo, si è esagerato con la retorica: si sono considerati “martiri della libertà” tutti i caduti nelle stragi e nelle rappresaglie nazifasciste, ma si tratta di una scelta che venne compiuta allora, magari sull’onda della decisione del Ministero della Guerra di attribuire il riconoscimento di partigiano o patriota a chiunque fosse rimasto vittima dello stragismo nazista e fascista. Ed anche, certamente, dal clima politico e dallo spirito del tempo.

Ma non c’è retorica quando i caduti dei quali parliamo sono dei combattenti, uomini e donne che consapevolmente erano entrati in guerra contro l’esercito tedesco, allora il più potente al mondo, ed i lacché della Repubblica di Salò che si erano messi al loro servizio. Combattenti che scesero nel campo di battaglia senza aspettare di essere liberati dall’esercito angloamericano, per amore di libertà e come modo per riscattare l’onore del proprio Paese. Combattenti che prepararono la vittoria Alleata talvolta pagando di persona con la vita. Commettendo errori, perché qui da noi la Resistenza fu un movimento giovane e spesso inesperto sotto il profilo militare, che non aveva avuto tempo, dopo l’8 settembre 1943, per strutturarsi come sarebbe poi avvenuto al nord.

Ecco perché voglio tornare a parlare di Sante Tani, dopo che nei giorni scorsi una memoria pubblicata da InformArezzo aveva fatto storcere qualche bocca.

Mi scuso se userò molto spazio, ma molto di più ne sarebbe necessario per comprendere meglio la figura di questo eroe aretino e per questo debbo rimandare - chi abbia voglia di approfondire - alla lettura del bel libro curato da Luca Berti “Sante Tani. Lettere dal carcere e dal confino”, Franco Angeli ed., 1999 e a quelli documentatissimi di Agostino Corradeschi “Sante Tani 1904-1944. Il suo tempo e la sua storia”, FJE, 2004,  e “Sante Tani e l’antifascismo cattolico”, contenuto nel volume della Società Storica Aretina “Protagonisti del Novecento aretino” a cura di Luca Berti, Leo Olschki Editore, 2004.  Per chi si dovesse accontentare di una sintesi biografica sarà sufficiente consultare, ad vocem, http://www.societastoricaretina.org/Biografie.asp?chr=T

“La cella è di quelle piccole. C’è ancora la branda in ferro ribaltabile al muro e legati e arrotolati in un angolo due pagliericci e degli stracci che avevano funzione di coperte. Uno dei pagliericci presenta ancora al centro una vasta gora nerastra frastagliata come una carta geografica: è il sangue dei caduti. Il tessuto che fa da guscio al pagliericcio, secondo il primo verbale di recognizione che risale al 3 agosto 1944, presenta venti fori di proiettili.

Sempre con lo stesso verbale furono accertate le tracce di altri ventiquattro colpi sulle pareti e 27 bossoli furono repertati. Frugando ieri con un dito in uno dei grossi fori esistenti sotto la finestra uno dei presenti ha rinvenuto un proiettile ancora conficcato nel muro che il sottufficiale armaiolo del distretto militare di Arezzo, convocato come perito, il maresciallo maggiore Andrea D’Angelo, dichiarava appartenere a un moschetto automatico modello 38° calibro 9, cioè un mitra, mentre il bossolo esibito ieri mattina alla Corte da padre Caprara risulta appartenere a una grossa pistola d’ordinanza modello 70-89 calibro 10,35. I colpi sul muro appaiono evidentemente sparati dalla porticciola della cella alta m. 1,80 e larga sessanta centimetri. Ma alcuni hanno lasciato orme sull’impiantito che non possono confondersi con i grasselli di cemento e furono sparati da persone che si trovavano già nell’interno della cella con ai piedi probabilmente i corpi degli agonizzanti.

Dopo viene seguito il percorso dei fuggiaschi, identificato il punto dove il tenente Nucci scoprì il Rossi e vista la posizione dell’automobile e quella dell’autocarro presso il quale erano il Mattei, il Guadagni e il Cavari. Tutto è segnato a verbale”.

Questo il resoconto, breve, lucido ed inequivocabile del sopralluogo che la Corte d’Assise straordinaria eseguì nel 1947 nel Carcere aretino di San Benedetto presso la cella dove erano stati assassinati Santino e don Giuseppe Tani e Aroldo Rossi.

L’infermiere Ferruccio Babbini, che fu tra i primi, assieme a padre Caparara, ad accorrere alle carceri dopo la strage, a comporre i corpi per poi traslarli nella Chiesa di San Domenico, ne descrisse la posizione ed in particolare si soffermò sulle condizioni di quello di Sante Tani: «Ne dovetti fasciare il corpo perché la spina dorsale era stata troncata dalle raffiche e, nel tentare di sollevarlo, una intera mano che avevo poggiato all’occipite, entrò nella cavità cranica».

Probabilmente non sapremo mai con certezza cosa avvenne invece nelle ore che precedettero l’eccidio. Di quelle ore abbiamo resoconti parziali, di diversa provenienza, che danno soltanto l’idea del lavorio febbrile che il CLN aretino e la Curia avevano attivato per liberare il più importante prigioniero politico nelle mani dei fascisti repubblichini.

Sante Tani, cattolico, di specchiata fede antifascista, perseguitato, arrestato, confinato, ricercato, era stato catturato a Casanovole, nella canonica del fratello don Giuseppe, anche lui arrestato, assieme ad un altro partigiano aretino, il “rosso” Aroldo Rossi.

Un reparto dell’O.P di Bergamo, ossia “Ordine Pubblico”, i “bergamaschi”, che amavano definirsi allora “SS italiane” e che oggi sono raccontati dalla retorica (questa si) fascista come “ragazzi di Salò” era da tempo sulle tracce di Tani. Una spia fascista aveva indicato la canonica di don Giuseppe come luogo di frequentazione partigiana. Il 30  maggio 1944 i fascisti, lasciata la divisa, si presentarono alla canonica e si dissero desiderosi di andare con i partigiani. Don Giuseppe cadde nella trappola.

I due Tani e Rossi vennero arrestati e condotti dapprima al castello di Montauto, quindi al carcere di Arezzo in celle separate. Il trattamento che venne loro riservato è inenarrabile, ma le sue conseguenze furono descritte dal capo delle guardie carcerarie Antonio Aceti in sede processuale.

Il 31 maggio 1944, verso le 17, due noti e tristi figuri di torturatori della g.n.r. aretina,  il tenente Vecoli (definito nelle carte della questura di Arezzo “criminale di guerra”) ed il maresciallo Cerasi Umberto Abbatecola (l’assassino di Pio Borri e di Pilade ed Ada Bellucci, rastrellature e torturatore di partigiani e che fu poi fucilato alla schiena l’11 marzo 1946  a Ganna dopo sentenza passata in giudicato e dopo che la richiesta di grazie era stata respinta dal Ministero), informarono l’Aceti che stavano per essere tradotti i tre detenuti. Ecco il suo  racconto: «Chiusa la porta, accostatosi alla scrivania il Vecoli disse: “Stasera a tarda ora ti manderò tre pesciolini, freschi freschi, che metterai in una cella ciascuno perché non debbano comunicare tra loro. Sorvegliali bene che ne risponderai con la tua vita”. Verso le ore 22 una decina di SS italiane della Compagnia dei bergamaschi accompagnarono i tre detenuti sospingendoli a pugni e a calci.

I disgraziati avevano la testa insaccata in una federa da guanciale e per sottrarli ad altre sevizie li feci introdurre subito in cella. Quando i repubblichini si furono allontanati andai a vedere chi erano.

Nella cella n. 19 trovai il primo che inginocchiato fervorosamente pregava. Era don Giuseppe Tani, ma non vestiva l’abito talare che gli feci avere più tardi. Nella cella n. 7 trovai Aroldo Rossi ed infine nella cella n. 9 riconobbi l’avv. Santi Tani. Questi lamentò di essere caduto nel tranello dei falsi partigiani e rimase seduto sullo sgabello non potendosi distendere nel giaciglio avendo tutto il corpo contuso».

Secondo Enzo Droandi il 7 giugno si sarebbe tenuta una prima riunione a Palazzo del Pero (dove risiedeva Curina, capo del CLN) fra Siro Rosseti, Arnaldo Funaro, Eugenio Calò, Angelo Ricapito, Mario Catone e qualche altro, per valutare la possibilità di un assalto al carcere per liberare i prigionieri.

Il giorno dopo Curina ne parlò con il Vescovo Mignone e Mons. Tanganelli ed insieme valutarono troppo pericolosa un’azione del genere, anche perché a ridosso del carcere c’era la caserma Piave, occupata dalla gnr ed un eventuale conflitto a fuoco avrebbe potuto causare molte vittime.

Il Vescovo Mignone, da parte sua, era subito intervenuto sulle “autorità” fasciste ottenendo soltanto la promessa di clemenza, in un processo da tenersi a Firenze, in cambio di un atto di sottomissione da parte di Tani. Una via che Tani fece sapere di non accettare.

L’11 giugno avvenne una nuova riunione alla quale presero parte sicuramente mons. Mignone, Curina e Ciarpaglini nel corso della quale si ipotizzò che Padre Raimondo Caprara avrebbe dovuto cercare di “convincere” il capo delle guardie, Aceti, ad agevolare l’evasione dei tre detenuti. In proposito si parlò di un “compenso” di 30.000 lire per l’Aceti, messe a disposizione da Ciarpaglini (ossia dal partito comunista).

Lo snodo della vicenda avvenne il giorno dopo: don Tanganelli e padre Caprara seppero che i tre detenuti sarebbero stati trasferiti assieme a tutti i fascisti in fuga da Arezzo. Le possibilità erano solo due: la migliore, che i detenuti sarebbero stati condotti al nord; la peggiore, che sarebbero stati fucilati prima della partenza. Nel timore di qualche “colpo di coda”, l’Aceti aveva provveduto a trasferire i tre detenuti, come per nasconderli, nel sotterraneo del carcere, magari con la speranza che i fascisti li credessero già trasferiti o li “dimenticassero”.

Ma l’azione era ormai stata decisa. Un “commando” sarebbe penetrato all’interno del carcere e, col tacito consenso dell’Aceti, avrebbe liberato i tre prigionieri simulando un’azione militare, la cui ricostruzione sommaria si ebbe in sede processuale.

Il tentativo «fu compiuto da un solo uomo, il Giannini, penetrato nel carcere, fatte alzare le mani sotto la minaccia della pistola all’ex detenuto Vincenzo Migliorato che era venuto a ritirare le sue robe e all’agente Carboncini, volle essere accompagnato anche dall’Aceti alla cella dei Tani e del Rossi, che si allontanarono con il salvatore. Pensando l’Aceti alla responsabilità che ora gravava su di lui e salito di sopra, trovato corridoio, giardino, cortile vuoti e porte e cancelli spalancati, pensando che la fuga fosse già avvenuta sparò un colpo all’aria».

Ci fu subito un accorrere congestionato di armati, una sparatoria, un pattugliamento per tutte le direzioni di miliziani bergamaschi imbufaliti.

«Fu il tenente Nucci, che uscendo e trovando un cancelletto laterale aperto andò, seguito da lui, in quella direzione e mentre stava per voltare, intravista la faccia del Rossi, sparò delle raffiche di mitra che fecero accorrere altra gente. I fratelli Tani ed il Rossi avuta assicurazione che non sarebbe stato fatto loro del male vennero su e furono rinchiusi tutti in una cella. Gli armati si allontanarono. Ma poco più tardi tornò il Nucci con alcuni e toltagli la chiave di mano andò giù. Mentre l’Aceti veniva spinto in una cella e guardato da un milite col mitra puntato udì delle raffiche nella cella vicina. L’infame assassinio era stato così compiuto».

Questione di attimi, insomma: l’Aceti pensò che i prigionieri e il partigiano di Quarata Alfredo Giannini fossero ormai in salvo e così sparò un colpo in aria.

Scrive Droandi: «L'avvocato, il sacerdote ed il Rossi non erano già fuori, come i minuti trascorsi facevano sperare; erano ancora nel carcere, così come lo era il partigiano.

Giannini ricorda di aver indirizzato gli evasi all'uscita e di aver tenuto l'Aceti sotto la minaccia dell'arma, per dare ai fuggitivi il tempo di allontanarsi; dopo alcuni minuti lasciò l'Aceti e stava guadagnando l'uscita, quando sentì un colpo di pistola. Prima riuscì a nascondersi e, poi, approfittando del trambusto, ad affiancarsi alle guardie ed uscire».

L'unico che aveva interesse a sparare per crearsi un alibi era ovviamente l'Aceti, che sparò quando pensò che Tani e gli altri fuggitivi fossero già usciti dal carcere; anche il Giannini dovette pensare la stessa cosa, altrimenti non avrebbe lasciato libero l'Aceti.

I tre prigionieri furono subito ripresi, ricondotti in cella e, inermi, massacrati a freddo.

All’esterno, forse su segnalazione di una donna, i “bergamaschi” catturarono, in mezzo al grano, fuori porta San Biagio, il giovanissimo Jean Maurice Justin Meuret, partigiano belga, che  stava aspettando i gli evasi per unirsi a loro, e lo assassinarono senza ragione (visto che la “operazione” era ormai conclusa) e ne lasciarono il corpo ad imputridire sul posto, contrassegnandolo con un cartello che lo indicava come “Ignoto 1”, per distinguerlo da quello di un altro fucilato, il cui corpo fu trovato nei pressi della Caserma Piave e contrassegnato come “Ignoto 2” e che poi si seppe essere il partigiano Giuseppe Oddone, diciannovenne orafo di Valenza Po, in provincia di Alessandria che tempo prima aveva disertato dall’esercito fascista.

Al processo, sul banco degli imputati c’erano:

Girolamo Bacchetti, da Lugo di Romagna, 43 anni, Comandante provinciale della g.n.r., “imputato di collaborazionismo, per avere successivamente all’8 settembre 1943 collaborato col tedesco invasore nella sua qualità di comandante provinciale della gnr rendendosi responsabile di avere disposta ed eseguita la uccisione nel carcere di Arezzo dei detenuti politici Tani avv. Sante, Tani don Giuseppe e Rossi Aroldo”.

Maggi Giuseppe, di anni 23, da Poppi; Ferruccio Ugolini, di anni 34, da Stia; Michele Bigini, di anni 30, da Foiano; Enrico Barbieri, di anni 23, da Roma, per avere, in concorso con Bacchetti Girolamo, Nucci Armando e Fiorentini Giuseppe (questi ultimi fucilati nel 1945 a Milano e a Monza) partecipato alla strage delle carceri di Arezzo.

Siro Tommasi, di anni 24, da Montevarchi, già condannato alla pena capitale e contro il quale sarà rinnovato il giudizio dell’Assise di Firenze, per avere partecipato ad un’azione di rastrellamento intesa a catturare i partigiani che avevano tentato di liberare i detenuti politici dalle carceri di Arezzo, uccidendo un partigiano belga e partecipando, nella sua qualità di sergente della guardia nazionale repubblicana, alla fucilazione di Giuseppe Oddone nella caserma della milizia di Arezzo, in precedenza catturato dai tedeschi perché partigiano; inoltre alla partecipazione ad altra azione di rastrellamento nella zona di Sansepolcro a seguito della quale vennero catturati 36 giovani di cui due furono fucilati per avere tentata la fuga.

Domenico Braccini, di anni 24 da Ficulle (Terni) per avere partecipato alla uccisione del partigiano belga.

Con la propria sentenza, la Corte di assise condannò il colonnello Girolamo Bacchetti e il capitano Giuseppe Fiorentino alla pena di morte e gli altri imputati a pene variabili fra i 24 ed i 30 anni di reclusione.

 

Enzo Gradassi

 

 

 

     

 

 

  

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