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Eikastikós. Non solo panni stesi al sole.

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Eikastikós. Non solo panni stesi al sole.

Da giorni sento e leggo critiche a non finire su Icastica ( femminile di Icastico, dal greco Eikastikos ). Il web e i giornali, sono inondati letteralmente da commenti, articoli, interventi, non solo di critici o giornalisti ma anche di politici e cittadini, un vortice di polemiche tale da superare di gran lunga il valore artistico dell’evento.

 

Io per primo sono sempre stato critico sull’operato dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Arezzo, mostre inutili che si succedono da troppi anni, totale assenza di un museo civico permanente che raccolga la collezione del Comune ammassata in uffici e magazzini, il Teatro Petrarca da troppi anni chiuso e una infinita querelle sui restauri.

Pur condividendo le criticità espresse su molti aspetti, riguardanti sia l’organizzazione dell’evento che lo scarso coinvolgimento del territorio, non posso non ammettere che Icastica è una bella opportunità per la nostra città, una mostra che sognavo di vedere ad Arezzo. Sorvolando sul lavoro di Yoko Ono, che non trovo esaltante e che propone un concetto di morte/vita abusato, e sul genio di Marina Abramovic che non ha bisogno dei miei commenti, come è possibile non appassionarsi al lavoro di Alicia Martin e non vedere Arezzo ( anche solo per i volumi utilizzati ) nelle sue opere in Corso Italia? Perdersi attorno alla cascata di libri è esaltante, sfogliarli, leggerli, toccarli è come entrare a far parte dell’opera stessa.

Non è nulla di nuovo certo, mostre del genere si fanno da tempo nelle grandi città, da Igor Mitoraj ai mercati di Traiano a Roma nel 2004, quindi con una identità molto più invasiva di quella di Icastica essendo le opere posizionate in mezzo a scavi archeologici o l’intervento a Firenze dello scultore svizzero Pascal Knapp, che con “Cow Parade” realizza un pascolo di mucche in città. Nulla di nuovo per l’Italia ma qualcosa di nuovo per Arezzo, qualcosa che anche nelle critiche ha rivitalizzato una città piatta e sonnolenta, che ha creato polemica, dibattito, che ha colorato la città di opere realizzate da artiste di tutto il mondo, ma che non deve dividere, deve unire.

Il dibattito non deve mai diventare volgare e offensivo, deve essere costruttivo e servire a migliorare e migliorarsi. Un evento del genere deve essere supportato dalla città, i commercianti e i ristoranti dovrebbero promuoverlo, gli stessi cittadini dovrebbero informarsi e saper dare spiegazioni, così come accade a Ferrara dove tutti sanno che esposizione si tiene a “Palazzo dei Diamanti” e a Bologna dove in occasione di mostre importanti, la città si apre alla collaborazione in maniera spontanea. Ciò che manca alla nostra città è la cultura di questi eventi, non ci siamo abituati, come non siamo abituati a vedere turisti che fanno foto alle altalene di Tamara Ferioli o alle istallazioni volanti di Kaarina Kaikkonen, oggetti strani che fin quando sono al chiuso di uno spazio espositivo non destano problemi, al limite non si  entra a vedere la mostra, ma se invadono pacificamente la città e siamo costretti a conviverci diventano un addobbo inutile o un orpello fastidioso che sembra imbrattare e abbruttire ciò che amiamo.

Perché non facciamo un passo in più e cerchiamo di capire il messaggio di queste opere, approfittiamo della possibilità dataci per iniziare ad avvicinarci all’Arte Contemporanea, per abituarci ad una trasformazione culturale che potrebbe anche non essere così deleteria? Se la vocazione della città fosse il dialogo fra l’antico ed il contemporaneo, fra le tradizioni e le innovazioni ne trarremmo profitto tutti. Io sostengo da anni che la vocazione di Arezzo è il turismo culturale, in modo particolare legato all’Arte Contemporanea, e se Icastica funzionerà come spero, grazie alla cadenza biennale arriveranno il museo con la collezione permanente, un teatro degno di questo nome e credo anche molte altre cose e forse vedremo più i vantaggi che le criticità.

Resteranno forse le antipatie per lo snobismo di taluni che organizzano eventi, i nostri pareri personali, il rammarico del tempo perduto prima di capire che la cultura poteva già da anni risollevare Arezzo, ma vedrete che le istallazioni di Piazza Grande non saranno più solo panni stesi al sole.

 

Danilo Sensi

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