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Io di ICASTICA io ho capito questo:

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Io di ICASTICA io ho capito questo:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caro Pietro

 io di ICASTICA io ho capito questo:

  • ICASTICA è glocal, ma non ha niente di local se non la location. Ma se non è local e a chilometri zero, non è progressiv. Motivazione scarsamente sufficiente.
  • E’ da provinciali criticare il local, anche se non è local
  • Le artiste hanno curriculum lunghi un chilometro: ad Arezzo solo curriculum autoprodotti.
  • E’ da provinciali criticare i curriculum autoprodotti perché dobbiamo “credere, obbedire, combattere”che solo il local a chilometri zero ci salverà dalla crisi
  • Forse non porterà tanti turisti manco se ce li trascini a forza
  • E’ da provinciali criticare la crisi, of course
  • I quartieristi sono incazzati per i panni stesi (su questi non ci piove, almeno finchè c’è il sole)
  • Non è da aretini veraci pensare che panni stesi e bandiere di quartiere stiano bene insieme. Stanno male e basta.
  • Il dialogo tra l’antico e il nuovo è un mischiume. Infatti le stagioni sono ormai tutte uguali: siamo a giugno per poco non nevica. E infatti i panni stesi sono da mezza stagione.
  • E’ da provinciali parlare di mischiume. O forse l’incontrario: è da provinciali criticare il mischiume. O forse è da provinciali, a prescindere
  • Il Sindaco invita ad abbassare i toni. Anche i rettori in incognito avevano approvato e i quartieristi, sempre in incognito, avevan donato le la maglie per essere appese. Ma poi si sono pentiti  e son andati da don Alvaro a fare penitenza
  • Fa bene al cuore tenere i toni alti perché pulisce le vene dal colesterolo. Quelli scioc hanno sempre i toni bassi. Nei salotti non si urla si ……. (censura)
  • Solo la Giostra del saracino potrà rappresentare nel mondo la città di Arezzo. Pardon, Saracino
  • Solo i rettori rappresentano la città. Il prossimo sindaco le eleggeranno i consigli di quartiere, i fantini saranno la giunta e i capitani faranno gli scrutatori.
  • Se ICASTICA avrà ricadute importanti per l’immagine di Arezzo nel mondo, va abolita immediatamente, perché i turisti disturbano la quiete pubblica e i cavalli si impressionano
  • E’ da provinciali non avere cura di questi poveri animali, eppoi le lance si impigliano nei panni stesi
  • In caso di fallimento futuro, sarebbe però da provinciali non dire  “io l’avevo detto!” Sarebbe da stolti tacere
  • E’ da provinciali criticare la maionese
  • Aigggiovani ICASTICA fa cagare. E’ scritto nel web.  
  • Tutti i pareri hanno pari dignità, però è da provinciali dire che l’arte contemporanea è intrigante. L’arte contemporanea fa cagare. 

Gli aretini si dividono in due grandi categorie: gli aretini morti e quelli vivi. Se date retta ai cronisti e agli storici, cogli aretini vivi fu sempre difficile andar d’accordo. Dante li disse ringhiosi, ma se ricordava l’Archiano (vedi area Casentino) poteva aggiungere che mordono. Di natura loro motteggevoli, più che un tantino irrisori, i nemici naturali degli aretini restano gli sciocchi, e sempre Dante pensava che agli sciocchi si dovesse talvolta rispondere “col coltello”. Gli aretini però si contentavano del motto e della burla; non si risparmiano e non risparmiano; spreca più ingegno un aretino in un giorno a canzonare, che un genovese a comprare e a vendere in un mese …

Se con gli aretini vivi e facile leticare, in compenso con i morti si va d’accordo. Ciascuno si può scegliere l’aretino morto che fa per lui: da Michelangelo a Piero della Francesca, dal Petrarca (salvando il salto) all’Aretino, poche città del mondo possono mettervi attorno un pantheon così sonoro.

Nell’ora che su Arezzo la canicola spacca mi ricovero a San Francesco. Il beatissimo coro di Piero della Francesca mi recinge e astrae a un tratto con la potenza rapida de’ versi che, a mezzo del canto VII del Purgatorio, aprono e recludono la valletta de’ Signori:

Oro e argento fine, cocco e biacca,

indico legno lucido e sereno,

fresco smeraldo …         

A vespro, batto le lastre della più vecchia Arezzo, salgo la piaggia di San Vito e busso alla porta di Giorgio Vasari. Dal murello dell’orto nella casa del Vasari, presso il tondo dell’acqua, tra gli alberi da frutto, l’occhio riposato raccoglie in prospettiva i digradanti tetti di Arezzo, misura in basso gli spazi delle vie e delle piazze con il nitido rilievo d’un’incisione. Finché la campana grossa e vicina di Santa Maria in Gradi, e quella leggiera di San Vito poi, e via via dell’Annunziata, di San Domenico, di San Lorentino e tutte le campane d’Arezzo, non riempiono il cielo e volgono la giornata.

Ma la sera quando, calato il sole, la vampa delle pietre si raffrena al primo venticello dal Casentino e, ad annunciare la luna, qualche velo bianco di nube si stende allo Scopetone, e le finestre si socchiudono, gli usci s’aprono sulle vie, e ne escono al corteggio serale le più belle e avventanti ragazze; alle prime ombre della sera, i volti dei grandi si ritirano nelle pareti, rientrano nel ricordo le parole e i fantasmi, e sugli aretini del passato tornano a prevalere, donne e uomini, gli aretini del presente.

Settembre 1925 da: Donne e buoi de’ paesi tuoi di Pietro P. che non sta per Pagliardini ma per Pancrazi 

(Vallecchi editore. Firenze, 1940)

 

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