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Centrali a biomasse, il business e il buon senso

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Centrali a biomasse, il business e il buon senso


Assistiamo a un botta e risposta tra coloro i quali fiutano un business e coloro che, lungi dal chiudere a prescindere, pretendono che si realizzino opere ecosostenibili, non invasive dal punto di vista ambientale e della salute, ma soprattutto tassativamente inserite all’interno di un quadro normativo che solo un piano attuativo, redatto secondo criteri scientifici, può garantire.

Centrale a biomasse di Rigutino. Ringraziamo la ditta proponitrice, per aver generosamente concesso ai nostri polmoni di ricevere un po’ meno polveri sottili e altre benefiche essenze abbassando di ca. 5 volte la potenza nominale della capacità produttiva della centrale che vogliono regalarci; la ringraziamo davvero, ma vorremmo spostare il discorso ad altro livello.

Tralasciamo solo un istante il fatto che possano essere state dette inesattezze riguardo la capacità produttiva dell’impianto proposto dal richiedente, quando questi aveva apportato modifiche di sostanza senza darne notizia a chi poteva esserne interessato (vedi gli abitanti della zona in oggetto) – non che sia dovuto ma sicuramente gradito - e pensiamo piuttosto a quanto previsto oggi sul piano legislativo.

Non esiste una legge, un regolamento, un piano che sulla base di studi scientifici, basati su prove certe e svolti da enti indipendenti, stabilisca a quale distanza da civili abitazioni possano provocarsi emissioni derivanti dalla combustione di quelle materie che vengono utilizzate al fine di ottenere energia elettrica e termica per riscaldamento, e, soprattutto, quali limiti debbano essere rispettati nella concentrazione nell’aria dei fumi derivanti dall’incenerimento di tali sostanze.

Per essere ancora più chiari, cosa ce ne facciamo della promessa di una centrale più piccola quando al di là di una autocertificazione, manca la possibilità di un assiduo controllo sulla tipologia di sostanze combuste ma, soprattutto, manca un vincolo al numero massimo realizzabile di detti impianti?

Chi potrebbe porre un veto all’autorizzazione di altri successivi innumerevoli impianti dello stesso tipo? Ci vogliamo annerire i polmoni tutti allegramente?

Siamo felici di sapere che non verrà bruciato olio di palma indonesiano, ma non possiamo essere felici di respirare quantitativi illimitati di potature e scarti di legname vari.

La filiera corta (scarti derivanti dalle industrie e aziende agricole locali) è sicuramente meglio di quella lunga o lunghissima, ma chiediamo alla Provincia e a tutti gli organi interessati di non procedere ad autorizzare impianti di nessun genere fin quando non sarà stabilito dalla Regione un limite massimo in tal senso, nonché una distanza minima da popolose frazioni come quella di Rigutino. Dove peraltro non è nemmeno chiara l’effettiva possibilità di realizzare simili manufatti per lo svolgimento di attività classificate “insalubri”.

Siamo qui a rivendicare un diritto sacrosanto, che è quello della salute, per noi e i nostri figli, non la vogliamo buttare sul patetico o passare per quelli del “no” a prescindere. La produzione di energia elettrica tramite combustione di biomasse non va demonizzata, ma regolamentata e incentivata secondo giusti criteri. Siamo consapevoli di vivere tempi di crisi e mancanza di lavoro, ma siamo anche consapevoli che non se ne crea autorizzando impianti alla rinfusa e, comunque, non sarebbe giusto crearne arrecando pregiudizio alla salute delle persone. Perché di questo si tratta.

Auspichiamo maggior sensibilità e una presa di coscienza da parte dei soggetti chiamati in causa e chiediamo a tutti gli Imprenditori capaci e onesti, che costituiscono la spina dorsale di questo Paese, di mettersi una mano sulla coscienza e dare il loro contributo affinché possiamo essere tutti un po’ meno disfattisti e tornare a sperare nel futuro.

Alessio Marchi

 

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