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Fero fers "TULLI" latum ferre...

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Fero fers "TULLI" latum ferre...

Intorno al 2000 si venne a creare in Italia, in Europa e nel mondo un movimento molto forte. Quel movimento, chiamato dai detrattori, ‘no global’, fu un movimento particolarmente innovativo per due ragioni: da una parte riuscì a far dialogare pezzi davvero lontani e diversi della società civile e politica di allora e dall’altra inventò modalità nuove di accesso alle decisioni. Le sue parole d’ordine furono: democrazia diretta, no al liberismo e alla finanziarizzazione della politica, no al processo di privatizzazioni quale precondizione alla svendita di diritti e di dignità delle persone, equità, riconversione ecologica per dirla alla Langer, ripensamento del concetto di crescita e sviluppo, no alla guerra.

 Allora nessun partito politico aveva individuato nelle grandi corporazioni o nelle grandi banche i responsabili principali di quella che si sarebbe delineata come la più grave crisi economica dal ’29 ad oggi.

Ci furono milioni di persone in piazza e il ‘movimento’ italiano fu uno dei più attivi. Gli elementi messi sul tavolo descrivevano un’ipotesi credibile e plausibile di ‘nuova sinistra’ sia per la profondità delle analisi sia per l’alto numero di persone coinvolte. Finalmente si stava prospettando una nuova idea complessiva, dopo la caduta del muro di Berlino e lo smarrimento ideologico che questo aveva provocato a sinistra.
Allora ci fu molto fermento. Sindacati, grandi associazioni nazionali e una grande parte della società civile erano pronti ad avviare un percorso di costruzione di una nuova rappresentanza e anche gli allora partiti a ‘sinistra’ di quello che poi è diventato PD parlavano, prima dei loro congressi nazionali, di ‘sciogliersi nel movimento’, per dare gambe a qualcosa di nuovo, assente in Italia. 

Poi vennero le elezioni. I gruppi dirigenti degli allora partiti più vicini a quel movimento decisero, evidentemente, di non sciogliersi da nessuna parte e, adducendo da una parte la ‘responsabilità’ di governo (andate a vedere le interviste di allora) e dall’altra la necessità di non perdere la loro sacra identità, cominciarono a fare una diffusa campagna sulla necessità della libertà del movimento (appoggiandosi e utilizzando per questo le ali più anarchiche), sulla sua differenza rispetto ai partiti politici, sul suo ruolo propulsivo si, ma assolutamente inadatto ad altro, perché ‘carsico’, fatto da persone inesperte (me li ricordo bene quei discorsi, tra l’altro sostenuti con forza proprio da coloro che poi sarebbero diventati parlamentari italiani e europei). 
Quei partiti entrarono in parlamento grazie alla forza di quel movimento, impedendo però l’idea di una nuova rappresentanza e, al contempo, condannandosi alla marginalità e alla scomparsa. Marginalità e scomparsa perché risultò subito non credibile quella loro rappresentanza, di fatto scippata, rispetto alla visione ampia, innovativa e desiderosa di partecipazione di quel movimento. 
Quello ‘scippo’ proseguì ancora, in maniera sfacciata.

Si arrivò all’idea della ‘Sinistra Arcobaleno’. Le parole d’ordine erano sempre quelle: no alla guerra, al liberismo, alla privatizzaizione, etc, etc, ma la ‘rappresentanza’ non poteva renderle credibili, perché tutto lo sforzo era concentrato nel trovare il modo di entrare in parlamento, senza accorgersi che, senza aver dato spazio a nessuno, se la stavano cantando e suonando da soli. Si avviarono numerosi tavoli locali dove, dal basso, tantissimi cittadini (e successe anche ad Arezzo), chiesero un cambio di passo (sostanzialmente maggiore partecipazione e vero rinnovamento, utilizzando quegli strumenti di democrazia diretta che il movimento aveva insegnato al mondo). La risposta fu uno stuolo di notabili e dirigenti candidati, senza ascolto e senza ritegno (clamorosa fu allora la candidatura di Caruso, di Rifondazione Comunista, nel nord est di Casarini, come a dire: viviamo fuori dal mondo). Fu il canto del cigno.

Le ultime speranze di poter raccogliere quell’esigenza urlata da dieci anni di rinnovamento fu la nascita di Sinistra e Libertà. 
Molti pensarono allora che poteva essere il giusto laboratorio per continuare quel percorso. Tanto è vero che anche le percentuali erano piuttosto alte, ma soprattutto c’era grande aspettativa di partecipazione e di rinnovamento…di coerenza.

Ma piano piano, come è successo in passato, all’appropinquarsi delle elezioni cominciano a suonare le sirene della ‘responsabilità’ (alias dobbiamo entrare in Parlamento, dobbiamo ‘noi’ sostanzialmente la classe dirigente) e quando si tratta di essere responsabili, come già in passato, si può soprassedere alla democrazia diretta (anche se la mettiamo nel programma), al coinvolgimento (anche se lo mettiamo nel programma), alle istanze che provengono dal basso (anche se le mettiamo nel programma), al rinnovamento e all’apertura (anche se li mettiamo nel programma), al nostro stesso programma, vedi diritti, lavoro, guerra, ecologia (TAV, Inceneritori, etc), etc (anche se li mettiamo nel nostro programma).
A questo si aggiungono due o tre questioni di banalissima strategia:
1) nella società dello spettacolo, se stai lontano dallo spettacolo della campagna elettorale, non esisti. E essere in coalizione con un PD non rinnovato, ha significato non esistere, ovviamente, visti i rapporti di forza, anzi, ha significato essere associati completamente a quel non rinnovamento.
2) Allearsi in questo modo con PD (che a sua volta non è riuscito a rinnovarsi), vuole dire esserne fagocitati, visti i rapporti di forza.
Per fare questa scelta di alleanza, mai condivisa con la base, nonostante l’importanza, le scuse sono state le più varie e sempre le stesse: responsabilità, governabilità, spostare a sinistra il PD (questa davvero fantascientifica), etc, etc….Badate che ciò non significava non decidere, successivamente ed in maniera chiara, di appoggiare provvedimento per provvedimento il PD.
Adesso sono in Parlamento, noi al 3 per cento, tutti a corteggiare Grillo che, guarda caso, è entrato in Parlamento da primo partito, parlando di rinnovamento, democrazia diretta, finanziarizzazione delle banche, ecologia, etc, etc,…ma guarda un po’ che sorpresa!!
Perché tutta questa lunga storia?

Perché buona parte degli artefici di questa storia di depauperamento SONO GLI STESSI. 
La dirigenza che esisteva alla prima riga di questa noiosa lettera, è la stessa di adesso!! Quasi gli stessi nomi! 
Io non sono per il rinnovamento fine a se stesso, ma dico che NON E’ POSSIBILE, per questioni di scelte POLITICHE evidentemente fallimentari, che GLI STESSI non facciano autocritica e che noi accettiamo in silenzio questa situazione.
Abbiamo perso, anche quando dovevamo vincere senza nessuna fatica: perché questa è la verità. E che ci meravigliamo a fare se Grillo ha raccolto gran parte di quella eredità lasciata a terra da una DIRIGENZA, sempre la stessa, che con la menata della responsabilità si è sempre cercata un posto al sole, in barba alla storia e ai programmi?
Pensiamo davvero che sia colpa degli Italiani? Assolutamente non ci credo. 

Io penso che si renda necessario ora un ripensamento totale. Basta con i faraoni e i lungimiranti responsabili. Se vogliamo ricostruire qualcosa, dobbiamo ripartire da un rinnovamento reale, prima di tutto nei metodi. E dimostrarsi credibili perché coerenti. Giocare di fioretto non paga più, non è responsabile.
Io sono pronto a ripartire se però da qui, da Arezzo, lanciamo un segnale chiaro a livello nazionale: democrazia diretta, rinnovamento, coerenza. 
Altrimenti continueremo, giustamente, ad essere meno credibili di un comico.

 

NDR: Fero fers tuli latum ferre, è la coniugazione del verbo latino: portare, dire, narrare, sopportare. Abbiamo raddoppiato la elle sul passato, per assonanza con il cognome.

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