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A 4 anni dalla morte di Eluana. Lettera di un pavido e ipocrita

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A 4 anni dalla morte di Eluana. Lettera di un pavido e ipocrita

Le riflessioni di Raffaele Luigi Billi in merito all’eutanasia, ispirate dall’anniversario della morte di Eluana e pubblicate su questa testata pochi giorni fa (qui), sollecitano alcune riflessioni che chiederei al direttore di poter condividere con i suoi lettori.

 

 

 

La lettera di Raffaele, per la verità, un po’ mi imbarazza. Non mi piace scomodare la fede per discutere di un tema – quello dell’eutanasia – dove la fede, semmai,conferma ciò che la ragione, precedentemente, suggerisce. Ma va beh, seguendo appunto l’esempio dei Raffaele, discutiamo di fede ed eutanasia e vediamose è vero, come lui suggerisce,che la prima dovrebbe spingere i politici ad autorizzare la seconda (alla faccia di santa Laicità e di tutti i raffaellini pronti a difenderla). La sua lettera, del resto, si fa maestra dei «cattolici veri», dei «veri credenti»e, pertanto, chi non ha voglia di sentir parlare di santi e magistero,sarà girato già alla larga e lo stesso farà con questa lettera.

Raffaele ci ricorda anzitutto come, in tema di fede, si confrontino sempre due alternative. Una più gratificante, che tende ad autogiustificare preesistenti convinzioni (e che dà ampio credito, in questo senso, alla geniale intuizione di Marx, che definì la religione “oppio dei popoli”); l’altra un po’ più rognosa, che può invece esigere lacum-versione, la rinuncia alle proprie idee a favore di altre (esperienza genuinamente liberante, almeno per chi scrive e l’ha sperimentata). Insomma: possiamo affidarsi al magistero o affidarsi al ragionamento ideologico, ovvero convincersi a priori di una cosa e, come fa Raffaele, pescare qua e là fatti e brani che, opportunamente manipolati, possano darci l’illusione di avere ragione. Non occorre che si tratti di tracce “dirette” (Raffaele, guarda caso, non cita santi, papi o evangelisti che si esprimono a favore del suicidio): basta un sant’Agostino che disprezzava il corpo a vantaggio dell’anima, considerando cristianamente il primo un simbolo di materialità, per dire che i cristiani dovrebberoesser favorevoli all’eutanasia. Basta un monacoa gattoni a brucare l’erba per dire che Eluana poteva (doveva!) morire. O una santa che mangia pane muffito per trovare le travi negli occhi dei cattolici che si sarebbero opposti  a quella morte.Eppure ho amici frati che consumano regolarmente alimenti scaduti (non più commerciabili), e che, pavidi e ipocriti come me, hanno reagito con disgusto dinanzialla morte per fame di Eluana. Come si mette? Del resto ci sono tanti cattolici che digiunano il venerdì: perché non si lasciano morire? Esatto: se è la relatività del corpo a dispetto dell’anima che giustificherebbe la morte d Eluana, perché fermarsi all’eutanasia? Se uno ha ansia di incontrare Cristo, stando alla ideo-logica del buon Raffaele, perché dovrebbe aspettare di ammalarsi di SLA? Un brindisi alla cicuta il giorno della Cresima e via, tutti tra le braccia di Cristo con l’applauso dei «cristiani veri».

La verità – almeno quello testimoniata dal magistero e dalla ragione, su cuiRaffaele fa aperta e consapevole violenza – è che sì, il cristiano è chiamato a sopportare il sacrificio; è persino legittimato a cercarselo (Mt 5), come i santi citati. Si tratta però di un sacrificio che non ha per scopo il discioglimento diretto della propria vita, ma che rappresenta l’offerta del corpo in espiazione dei peccati propri e dei propri fratelli; nient’altro che una imitatioChristi, altro che suicidio, altro che eutanasia, altro che battaglie di Pannella, a cui Raffaele vorrebbe persino allineare i cristiani. E mi pare strano che Raffaele ignori una cosa così ovvia: il sospetto è che il recente carnevale lo abbia convinto a travestirsi da agnello per essere più credibile. Travestito da agnello diventa più facile far digerire le peggiori ideologie, anche quelle che giungerebbero, paradossalmente, a benedire il suicidio del cresimato per accelerare il suo incontro con Cristo.

Io non ho, come Raffaele, la pretesa di conoscere come debba agire il «cattolico vero». Forse Raffaele ha ragione: sono un pavido ed un ipocrita. Lo sono a tal punto che, nei panni di Eluana, vi chiedo fin d’ora di non staccare la spina (sì, d’accordo, non c’era, ma continuiamo pure a farlo credere) e di fermarmi se vorrò farlo io: tenetemi lì; tenetemi a soffrire; permettete a quelle suore di continuare a cambiarmi il pannolone e di imboccarmi; dite pure che sono un vegetale, ma ritardate più a lungo possibile il mio incontro con Cristo. Sì, perché a quell’incontro (ammesso che saprò meritarmelo), anche io, come i santi citati da Raffaele, vorrò provare ad arrivarci– se sarò chiamato a farlo, perché la forza di cercare il sacrificio da solo non ce l’ho – dopo aver portato più a lungo possibile la Sua croce; vorrò arrivarcicol mio «povero corpo putrescente»,perché solo col mio sangue, col mio marciume e col piscio del mio pannolone potrò lavarequalcuno dei miei tanti peccati o di quelli di chi mi ha voluto bene. O, appunto, tenetemici perché sono pavido e ipocrita, perché non solo il bravo cattolico che si batte con Pannellaoperché la mia fede nella risurrezione è solo aria fritta. Tenetemici per la ragione che meglio credete,ricordatemi pure come un caga-sotto terrorizzato dalla morte: sulle vere ragioni della mia scelta, del resto,non ho bisogno di convincere Raffaele, perché è a qualcuno di più importante che voglio rendere conto.

Anzi, meglio: Raffaele, non fidarti di me, che sono (e lo sono davvero) un pessimo cristiano. Hai ragione in quel tuo commento: il magistero citiamolo. E lasciamo stare i documenti specifici come la Iura et bona o l’Evangelium vitae, che offrono risposte incontrovertibili in tema di eutanasia. Andiamo alle fonti che più piacciono a Raffaele.Andiamo al suo Sant’Agostino, «l’autore – cito proprio Raffaele – che più influenzerà la speculazione filosofica e teologica successiva sulla natura umana».Prendiamo, ad esempio, la lettera 204, dove il grande santo spiega al suo fedele Dulzicio (e al suo altrettanto fedele Raffaele, la cui presenza aleggia in ogni riga) per quale ragione siano da considerare contrarie al volere di Dio tutte le forme di suicidio, persino quelle dettate dallo zelo religioso. Temo che quella lettera (disponibile qui) sia sfuggitaa Raffaele, ragion per cui mi permetto di segnalargli l’estratto che incollo in calce a questi pensieri: si potrà così rendere conto che aprire citando Sant’Agostino – il grandissimo cum-vertito, che rinunciò alle sue verità per conformarsialla verità di Cristo – sia stato l’autogol più grande che ilsuo ragionamento, a questo punto provatamente ideologico, poteva farsi.

Gilbert Chesterton

 

Caro Dulzicio,era mio dovere soddisfare la tua richiesta per cui desideravi d'essere istruito sul modo più opportuno col quale rispondere agli eretici […]. Alcuni di loro, ingrati verso Dio e verso gli uomini sotto l'istigazione del loro disgraziato furore, quando non riescono a seminare strage tra i nostri con le loro carneficine, credono di procurarci spavento con la morte che si danno da se stessi, cercando la propria gioia nella morte che seminano tra i nostri o l'afflizione con la morte che si danno da se stessi. Ma il furioso errore di pochi individui non deve impedire la salvezza di tanti e molto più numerosi fedeli. Che cosa noi desideriamo per loro lo sa bene non solo Dio e la gente con la testa a posto ma lo sanno anche essi stessi, malgrado siano i nostri più accaniti nemici.  […] Riguardo poi al fatto che alcuni di loro sono tanto esaltati da darsi la morte da se stessi, per cui sogliono riuscire detestabili e abominevoli perfino a molti loro compagni di scisma non ancora invasati da sì furiosa follia, abbiamo risposto molte volte alla stregua della Sacra Scrittura e secondo i princìpi della morale cristiana, poiché sta scritto: “Verso chi mai sarà buono, chi è malvagio verso se stesso?” Se ciò non fosse vero, chi crede utile e lecito uccidere se stesso, potrebbe uccidere anche il prossimo che si trovasse nelle sue medesime angosce e desiderasse morire, poiché sta scritto: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”, mentre, senza alcuna autorizzazione delle leggi o delle legittime potestà, non è lecito uccidere un altro anche se lo volesse e lo chiedesse e non fosse più in grado di vivere [...]. Poiché dunque chi uccide un uomo senza averne licenza dalla legittima potestà è un omicida, chiunque uccide se stesso non sarebbe omicida, solamente se non fosse un uomo. Tutte queste verità le abbiamo ripetute in diversi modi e in moltissimi altri nostri discorsi e lettere.

 

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