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LA PORTA DEL PARADISO

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LA PORTA DEL PARADISO

Intervista ad Alfredo Colitto

 

 

Quanto si è disposti a pagare per riscattare la propria dignità? Ve lo siete mai chiesti?

Non è una domanda sulla quale ci soffermiamo comunemente. Ma è la domanda che troverà una risposta alla fine dell’ultimo romanzo di Alfredo Colitto: «La Porta del Paradiso» [Edizioni Piemme – qui e-book http://www.edizpiemme.it/libri/la-porta-del-paradiso). Alla fine del romanzo il protagonista, Leone Baiamonte, scoprirà che per quanto il prezzo possa essere alto, il riscatto per se stessi, per il proprio nome e per la propria famiglia vale ogni sogno rubato dall’astio e dall’invidia; ogni donna amata; ogni amico trovato o perso ed ogni nemico ucciso.

Questo è un romanzo epico: un segreto da nascondere traccia i destini inconsapevoli dell’intera famiglia Baiamonte. Leone, giovane barone napoletano e unico figlio maschio della famiglia, si troverà a dover riportare l’equilibrio osteggiato da una Nemesi accanita. Sarà costretto all’eroismo ed alla vita adulta fra viaggi in mare dal sapore salgariano e speranze di ricchezza nelle miniere d’argento del Messico seicentesco. Conoscerà l’amore più volte ma anche la rabbia femminile, l’inganno, il tradimento e l’odio. Scoprirà che il ritorno non è sempre tale fino a che non è definitivo anche dentro sé stessi. Nella cornice dell’Italia immersa nella guerra dei trent’anni, in una Napoli sconvolta dalle insurrezioni popolari guidate da Masaniello, il giovane Leone perderà tutto per ritrovare se stesso e la sua storia, nell’arco di dieci anni, si intreccia alla Storia con la S maiuscola, quella che cambierà gli assetti politici ed economici dell’Europa intera.

Questo è un romanzo di formazione: il viaggio e il ritorno non chiudono i conti con la propria storia. Proprio come per il grande protagonista del romanzo di Dumas che incarna il senso del riscatto  (Il Conte di Montecristo) la cui evoluzione non si completa attraverso la vendetta. Il cerchio si chiuderà solo quando Leone dovrà attraversare una “porta”, dovrà andare oltre le chimere inseguite dal bisogno di riscatto… e ricominciare!

Un grande romanzo.

INTERVISTA 

Alfredo Colitto nasce a Campobasso ma vive stabilmente a Bologna dove lavora come traduttore per alcune fra le maggiori case editrici italiane. È docente presso la Scuola di Scrittura Narrativa “Zanna Bianca” di Bologna nata nel 2003.  Il suo genere letterario si articola fra il thriller storico e il mistery con sfumature noir. Fra i suoi romanzi più noti: «Il Candidato», «Duri di Cuore» e «Cafè Nopal». Numerosi i suoi racconti inseriti in altrettante antologie: degna di menzione l’Antologia «Scosse» in cui 14 scrittori raccontano la loro terra dopo il terremoto del 2012 ed i cui introiti saranno devoluti alla ricostruzione della Biblioteca di San Felice sul Panaro.  Per Piemme ha pubblicato la trilogia che racconta le inchieste del medico bolognese Mondino de Liuzzi (vedi foto sotto), un medico medioevale (realmente esistito) alle prese con strani omicidi e inchieste condotte con un metodo che ricorda vagamente un CSI ante litteram. Una vera delizia per gli appassionati del genere: ve lo assicuro!

Laura – La «Porta del Paradiso» mi è apparso fin dal suo prequel (parlo di «La sfida» – qui l’e-book gratuito http://www.edizpiemme.it/libri/la-sfida)  come un romanzo di formazione. La formazione di un giovane nobile spensierato, Leone Baiamonte, attraverso la povertà, l’amore ed il lavoro. È un messaggio che vuoi dare al lettore o una mia interpretazione distorta?

ALFREDO – Nessuna delle due. La tua interpretazione è esatta, tuttavia io non scrivo mai con l’intenzione di mandare messaggi ai lettori. Mi limito a sviluppare la storia, cercando di renderla appassionante. Entro nella mente dei personaggi e penso: cosa farebbe lui/lei in questa situazione? Così loro prendono decisioni, spesso difficili, sognano, amano, odiano, modificano la realtà che li circonda. E naturalmente, nel corso della storia, proprio a causa di tutte le loro peripezie, cambiano. Alcuni in meglio, altri in peggio. Leone cambia in meglio. Le sue vicissitudini, e il modo in cui le affronta, nel corso di dieci anni, alla fine lo portano a considerare la realtà, e la società umana, in un modo molto diverso da quando era un barone che non sapeva neppure cosa fosse il lavoro.

Laura – Leone, rispetto a Mondino de Liuzzi, è un personaggio che nasce completamente dalla tua fantasia. A cosa ti sei ispirato?

ALFREDO – Ai grandi romanzi della narrativa francese. Dumas, Hugo, Stendhal. E un po’ anche al Ken Follett de’ «I pilastri della terra». Volevo un eroe con tutti i crismi: giovane, bello, indomito, che viene messo alla prova dalla sorte fino al limite delle sue possibilità.

Laura – Da aretina non posso trattenermi dal chiederti il motivo per il quale il leggendario mostro della “Chimera” (simbolo come sai della nostra città) è stato scelto come simbolo dell’avventura della famiglia Baiamonte.

ALFREDO –  L’impresa in cui Leone decide di imbarcarsi, all’inizio del romanzo, è quasi una follia. E l’obiettivo che si ripromette di raggiungere, ovvero riportare la sua famiglia caduta in rovina ai fasti del passato, pur essendo ormai poverissimo e ricercato per omicidio, è appunto una chimera. Rappresentare questo mostro mitologico sullo stemma nobiliare dei Baiamonte dà alla vicenda un ulteriore valore simbolico. Poi, quando si è trattato dell’immagine di copertina, la scelta è caduta sulla chimera di Arezzo semplicemente perché è bellissima!.

Laura – Spero di averti ad Arezzo un giorno. Il romanzo descrive un personaggio storico: Masaniello, il “quasi” leggendario capo della rivolta napoletana contro le gabelle spagnole. Cosa ti affascina nella tragica vita di questo giovane uomo?

ALFREDO – Tutto. Masaniello è un eroe tragico degno di Shakespeare. Illetterato, ma indomito e con grande carisma, aveva davvero a cuore il benessere del suo popolo. Poi, trovatosi all’improvviso tra le mani un potere immenso, non fu capace di gestirlo e questo lo condusse a compiere le follie che causarono la sua fine. In «La porta del paradiso» ho fatto in modo che Masaniello conoscesse i miei personaggi, interagendo con loro, così che la rivolta da lui guidata avesse un ruolo preciso nella storia, e non facesse solo da contorno.

Laura – Il lungo viaggio di Leone da Napoli al Messico rende felici gli appassionati dei romanzi d’avventura di Stevenson o Salgari. Dentro ci si ritrova il viaggio di crescita alla Dumas o alla Twain… ma quanta fatica, quanto lavoro, quanta ricerca richiedono un romanzo storico che attraversa l’oceano?

ALFREDO – La ricerca storica per questo romanzo è stata imponente, proprio perché le “location” principali sono tre, molto diverse tra loro: il Regno di Napoli, il Messico, e il viaggio in galeone attraverso l’oceano. Napoli è una miniera di curiosità storiche, lì il vero problema è stato non cedere alla tentazione di mettere nel romanzo tutto ciò che ho trovato. Per quanto riguarda il Messico, mi sono dovuto documentare bene sulla situazione politico-religiosa dell’epoca e sul sistema di estrazione dell’argento, mentre per ambiente e paesaggi sono andato a memoria, in quanto ho vissuto un paio d’anni proprio nella zona delle grandi miniere d’argento dell’epoca coloniale, e per fortuna montagne e deserti nei secoli cambiano poco. La ricerca riguardante la navigazione della “Flota de Indias” e la vita a bordo dei galeoni, nonché la loro struttura, è stata la parte più bella. Mi sono divertito come un ragazzino che gioca ai pirati. Ho lavorato con molta documentazione scritta, ma anche con tante foto e spaccati di modellini di galeoni. Così mi riusciva più facile immaginarmi le scene a bordo.

Laura – …e quanta passione?

ALFREDO – Le ore passate al computer, a volte dodici o tredici di fila, di giorno e di notte. Tutto il lavoro di ricerca, la riscrittura dopo aver finito la prima bozza. L’editing. Tutto questo non è realmente quantificabile, secondo me. E si spiega solo con una grande passione, che ti fa vivere la fatica come un divertimento e un piacere, come una sfida sempre nuova.

Laura – In ogni tuo romanzo spiccano figure femminili che tu scolpisci in maniera decisa e coraggiosa. Collochi donne straordinarie in periodi storici che le vedevano relegate in ruoli subalterni. Mi piacerebbe tu ci parlassi di questa tua prerogativa.

ALFREDO – Il tipo di donne che descrivo nei miei romanzi sono le stesse da cui resto affascinato nella vita: donne che non si adattano al ruolo deciso per loro dalla società, ma lottano per affermare un loro modo di essere. Nei romanzi, in genere cerco di non relegare il personaggio femminile principale a un ruolo di spalla, ma di dargli una dignità pari a quella del protagonista (che di solito è un uomo, perché mi riesce più facile identificarmi con il modo di pensare maschile). In «La porta del paradiso», che è una storia di più ampio respiro rispetto alle precedenti, di donne importanti ce ne sono addirittura tre.

Laura – Mi piace immaginare che la fine del tuo romanzo sia un ulteriore viaggio, magari solo simbolico. È il momento in cui Leone realizza che la sua vita è dolore, fatica ma anche e soprattutto riscatto e passa oltre quella “porta”… ma quell’oltre, lo ritroveremo in un altro romanzo o ci è dato solo immaginarlo ancora più avventuroso?

ALFREDO – È proprio così, il momento finale segna il passaggio di tutti i personaggi sopravvissuti a un’altra vita, un altro viaggio. E chissà, potrebbe anche darsi che qualcuno di loro torni in un prossimo libro, ma non è detto. Durante la scrittura io mi affeziono ai personaggi e vorrei sempre farli tornare, in seguito. A volte però quando una storia finisce ci vuole il coraggio di chiudere. Probabilmente questo vale in molti campi, e non solo nei romanzi…

Laura – Mi rendo conto che è inopportuno ma devo chiedertelo: Mondino lo incontreremo di nuovo presto o tardi?

ALFREDO – Credo di no (vedi la risposta precedente). Il Mondino storico ha ancora una dozzina d’anni di vita, dopo la conclusione del Libro dell’Angelo. Penso che abbia diritto di goderseli in pace, con la seconda moglie e con i figli che gli darà, senza che arrivi io a metterlo in situazioni impossibili.

Laura – Notizia tremenda! L’ultima domanda: ci consigli un libro? Uno di quei libri che consideri fondamentali per raccontare ciò che sei adesso.

ALFREDO – Vorrei consigliarne due, un romanzo classico e uno moderno, molto diversi tra loro. Il primo è «Il rosso e il nero» di Stendhal, una delle più belle storie d’amore che abbia mai letto. Il secondo è «Il potere del cane» di Don Winslow, una storia epica sul narcotraffico messicano. Ciò che io sono adesso forse si può trovare nella tensione e nelle differenze tra questi due romanzi.

Laura – Grazie Alfredo.

 

 

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