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FESTA DELLA BEATA VERGINE MARIA DEL CONFORTO

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FESTA DELLA BEATA VERGINE MARIA DEL CONFORTO

Omelia dell'arcivescovo Fontana e a seguire del card. Betori Arcivescovo Metropolita di Firenze

 

 

 

 

Omelia dell'Arcivescovo Fontana

Mie sorelle, miei fratelli,

            La Madonna è il segno della Misericordia di Dio, ne è la misura. Dio non giudica, risponde; non condanna, aiuta; non discrimina nessuno, accoglie tutti. La Madonna del Conforto è icona della maternità a cui la Chiesa vuole ispirarsi, attuando il progetto di Dio.

1.      La Madonna del Conforto e la fede aretina

            Questa comunità ecclesiale che oggi è in festa, nel ricordo di un evento prodigioso che ha segnato la fede dei padri, chiede a Dio la grazia di fare come la Madonna, che ai piedi della croce di Gesù ha raccolto la missione affidatale dal Figlio di Dio, nel dialogo con  cui in Giovanni sono coinvolti tutti i giovani credenti delle generazioni a venire: “Donna ecco tuo figlio…[Giovanni] ecco tua madre” (Gv 19, 26-27). L’Oriente cristiano identifica questo passo della gloriosa passione di Cristo come il segno di identità del popolo di Dio, è la δέησις (deesis), cioè l’intercessione che arreca la salvezza.

            Oggi ci è data l’opportunità di misurare quale maternità fummo capaci di praticare come Chiesa aretina, per dare senso alla devozione che in questi giorni ha spinto decine di migliaia di persone in Duomo. La nostra diocesi sarà capace di generare cristiani, se riuscirà ad accogliere con amore gli uomini e le donne del nostro tempo, provati da mille difficoltà, cresciuti nell’incertezza, segnati da un sistema di valori per cui tutto è relativo, delusi  per un mondo che si dissolve come una favola al risveglio del reale. Vogliamo imparare dalla Madonna, fedele discepola del Signore: praticare la misericordia è ancora  la strada per incontrare la gente, per riuscire a parlare di Dio, per ridare speranza. Occorre usare paternità verso i giovani. Con loro, spesso, ci manca perfino il linguaggio per coinvolgerli nello splendore del Vangelo. Sono i figli di una cultura postcristiana, che piena di pregiudizi, impedisce talvolta di accedere allo stesso Gesù. Ci si chiede perfino se l’“Evangelium sine glossa” di San Francesco e dei Santi riformatori della Chiesa medievale riesca ad arrivare nelle semplificazioni dei social network, senza perdere il fascino del Divino Spirito.

            Occorrerà avviare un costruttivo dialogo con i molti ai quali si è dissolto, con il matrimonio, anche la propria storia d’amore. La Chiesa vuole accogliere, non giudicare, non segnare a dito: ricostruire, dove si può, puntare comunque ad includere le persone e le famiglie, almeno per quel tanto che le varie sensibilità e il Vangelo consentono.

            Occorre fare come la Madonna del Conforto. Dobbiamo provare a ricostruire una Chiesa che, a cominciare dai più poveri, senza escludere nessuno, si faccia sempre più vicina alla gente, magari innovando alcuni ruoli che la sociologia del passato ha attribuito al clero e ai fedeli che gli erano accanto.

2.      Formare cristiani maturi

            Formare cristiani maturi è, più che un ideale astratto, una necessità del tempo presente. Un costruttivo dialogo con tutti è realizzabile soltanto, se tutti i credenti in Cristo si attivano di nuovo a formare le coscienze alla libertà, che è un attributo di Dio, e una necessità dell’uomo. Non c’è altra via nella nostra tradizione che aiutare la gente ad accostarsi sistematicamente alla Parola di Dio, a pregare con la Parola di Dio, a giudicare gli eventi del mondo e la cronaca quotidiana alla luce del Vangelo.

            Non è solo una questione di metodo, è una pedagogia assolutamente necessaria. Nell’Anno della Fede lasciate che ricordi agli aretini che la Parola di Dio ha tre dimensioni assolutamente efficaci per noi: il valore noetico, dinamico e poietico del testo sacro. Al di là del genere letterario, la Scrittura è il modo privilegiato con il quale Dio comunica con il suo popolo. Non va ridotta a morale della favola, innanzi tutto perché favola non è, ma Buona Novella, o, detto meglio bella notizia. Intrinsecamente la Parola è per comunicare un contenuto. Cerca di capire che cosa dice e ancor più che cosa dice a te.

            La Grazia dello Spirito Santo che ci viene comunicata attraverso la Scrittura muove i cuori oltre che le intelligenze. Rimuove le durezze interiori, avvicina a Dio purché ciascuno si ponga in ascolto. Israele antico sperimentò per secoli che lo Shemà, l’ascolto, è ciò che Dio si aspetta da noi. Attraverso questo cammino interiore ci rende adatti a cambiare il mondo e le sue ingiustizie. La Madonna del Conforto è immagine plastica di questo processo dell’anima: se lo avvii sperimenti la liberazione dal male e la forza che ti fa andare avanti, verso la meta, che è per tutti la Gerusalemme del Cielo.

            La Parola di Dio è sempre creativa. La continua meditazione della Scrittura genera l’uomo nuovo, “creato in Cristo Gesù” (Ef 2,10). I Santi Padri insegnarono che la Madonna prima accorse il Verbo nella fede, poi nel suo seno purissimo. La Chiesa è chiamata a fare altrettanto: accogliendo la Parola di Dio generare cristiani, cioè uomini e donne capaci di assumere responsabilità, di spendersi per il Regno di Dio, la Giustizia e la Pace. Questo processo interiore è il conforto che noi chiediamo alla Madonna: in modo implicito le decine di migliaia di persone che sono sfilate davanti alla sua prodigiosa immagine in questa Cattedrale negli ultimi dieci giorni, ma anche da due secoli, i cristiani prima di noi; in modo esplicito, consapevole quanti si lascino coinvolgere dal Santo Vangelo.

            Questa sera due giovani figli della Chiesa aretina, nel loro cammino di discernimento verso il sacerdozio, ricevono il Ministero del Lettorato: Matteo Ghezzi, della comunità di Santa Firmina e Gabriele Donnini della comunità di Santa Maria in Gradi.

            Il gesto che la Chiesa fa per loro che hanno già avviato un percorso di formazione interiore e di maturità cristiana è chiamarli ad un sempre maggior rapporto con la Parola, perché di giorno in giorno sempre più diventino uomini di Dio. È anche affidare loro il “tesoro”. La Chiesa non ha bisogno di  ricchezze di questo mondo, se non per parteciparle a chi ha meno e per adempiere la sua missione d’essere anima del mondo. Non può invece fare a meno di quella illuminazione interiore che solo viene dalla Parola.

3.      L’etica della responsabilità e del servizio

            Si raggiunge il progetto di Dio “che tutti siano una cosa sola” facendo assomigliare la nostra vita a quella di Gesù, il servo di Dio per eccellenza, che dà la propria vita per tutti gli uomini e donne della Terra. Avviarsi verso il sacerdozio vuol dire progressivamente lasciarsi trasformare dalla Parola per diventare liberi e significativi: capaci di donarsi. Come Papa Benedetto XVI ricordava nella sua omelia il giorno delle Ceneri il Sacro Ministero ci è donato dall’Alto per servire la gente di ogni generazione, non per servirsene, non per ottenere privilegi, non per sottrarsi al peso della storia. Con efficace chiarezza il Papa ci ha richiamato alla dimensione soprannaturale della Chiesa che di Gesù Cristo e va rispettata: «Il profeta […] si sofferma sulla preghiera dei sacerdoti, i quali, con le lacrime agli occhi, si rivolgono a Dio dicendo: “Non esporre la tua eredità al ludibrio e alla derisione delle genti. Perché si dovrebbe dire fra i popoli: ‘Dov’è il loro Dio?’ (Gl 2,17). Questa preghiera ci fa riflettere sull’importanza della testimonianza di fede e di vita cristiana di ciascuno di noi e delle nostre comunità per manifestare il volto della Chiesa e come questo volto venga, a volte, deturpato. Penso in particolare alle colpe contro l’unità della Chiesa, alle divisioni nel corpo ecclesiale. Vivere la Quaresima in una più intensa ed evidente comunione ecclesiale, superando individualismi e rivalità, è un segno umile e prezioso per coloro che sono lontani dalla fede o indifferenti»[1].

            Ciò che affidiamo questa sera a Gabriele e a Matteo è l’avvio consapevole di un percorso che conduce alla santità, ma anche che trasforma chi lo esercita in benefattori del popolo. Lettore, già nel linguaggio medioevale e ancor oggi nell’uso accademico è colui che legge capendo ciò che il testo dice ed è in grado, studiandolo, di spiegarlo ai fratelli. Non è dunque un titolo onorifico che diamo a due giovani della nostra Chiesa. È come il dono di una bicicletta che si faceva ai ragazzi perché imparassero che con un po’di fatica si diventa liberi, veloci, capaci di andare lontano e in grado di vedere il bello del mondo. È un servizio che richiede uno studio fatto con amore di ciò che il Testo Sacro dice in sé nei 72 libri di cui è composta la Bibbia, ma anche l’impegno che durerà una vita a trovare i linguaggi giusti perché chi ascolta possa capire e soprattutto possa essere messo in grado di raccogliere il dono di Dio. La frequentazione quotidiana della Parola di Dio è assimilata dai Padri alla manna nel deserto. I ragazzi di oggi sono avviati ad attraversare un deserto popolato di gente, spesso pieno di rumore, ma dove è difficile comunicare. La Parola è il cibo quotidiano per avventurarsi dentro il mistero di Dio e dentro il mistero dell’uomo, per progredire nella conoscenza e per avanzare nelle virtù. Il profeta insegna che la Parola è come una spada a doppio taglio che mai lascia come ti trova.

            La comunità del Seminario gioisce per l’attenzione che la Chiesa diocesana rivolge a questi due giovani figli che volentieri affido alla preghiera di tutta la Chiesa aretina-cortonese-biturgense e soprattutto alla materna protezione della Madonna del Conforto.     


[1] Omelia del Santo Padre Benedetto XVI per il Mercoledì delle Ceneri 2013

 


Omelia del  card. Betori Arcivescovo Metropolita di Firenze

La pagina del vangelo di Giovanni ora proclamata ci conduce sotto la croce del Signore, nei momenti finali della sua passione. Poco prima di consegnare il suo spirito al Padre, egli volge lo sguardo a chi lo ha seguito fino a quella collina su cui egli da compimento al suo dono di sé per l’umanità. «Presso la croce» scorge la figura di Maria, «sua madre», e quella di un discepolo senza nome, ma ben conosciuto ai lettori del vangelo, perché con l’appellativo di «discepolo che egli amava» (Gv 19,25.26) era stato protagonista di vicende significative della vita di Gesù e, nell’appellativo, veniva mostrato come colui che deteneva un legame speciale con il Maestro. La tradizione lo identifica con l’autore stesso del vangelo, l’apostolo Giovanni, ma nella logica del racconto assume un ruolo non semplicemente biografico, bensì simbolo: egli rappresenta il vero discepolo, colui che può dirsi tale perché ha accolto l’amore di Gesù e se ne è lasciato plasmare. In quel ruolo il vangelo vorrebbe che si potessero collocare tutti i suoi lettori, tutti i discepoli di Gesù, di ogni tempo, anche del nostro tempo, anche noi.

         «[Gesù] disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”» (Gv 19,26-27). Ai piedi della croce, Gesù unisce, «da quell’ora» (Gv 19,27), in un legame indissolubile di maternità e figliolanza, Maria e il discepolo. Questa collocazione nello spazio e nel tempo dell’atto del reciproco affidamento ha un valore su cui occorre attentamente riflettere. Non è una collocazione in qualche modo dovuta, quasi che a Gesù potessero mancare altre occasioni di compiere questo gesto. Egli, infatti, una volta risorto, continuerà e dialogare con i suoi discepoli e questi si troveranno ancora insieme a Maria. Ma questo gesto non si pone nella luce della risurrezione, bensì sull’orizzonte della morte del Signore: in esso non splende tanto il trionfo della vita, ma la definitività del dono.

Se le parole di Gesù sul reciproco affidamento della madre e del discepolo discendono dalla sua croce, il loro significato va cercato proprio a partire dal significato della croce. Nella croce come rivelazione suprema dell’amore di Dio per gli uomini va ricercato il senso della reciproca appartenenza che il Figlio di Dio chiede a sua madre e al suo discepolo. Non si tratta di intessere un legame affettivo, giustificato dal bisogno di coprire psicologicamente il vuoto che la morte sta per lasciare – peraltro solo provvisoriamente, in quanto essa di lì a tre giorni sarà vinta dalla potenza della risurrezione –, un legame che se restasse a questo livello sarebbe subito preda del sentimentalismo, dando luogo poi a uno sterile devozionismo. Si tratta invece di prendere parte a quel dono di sé che il Signore sta consumando sulla croce, un dono che per Maria è iniziato al momento dell’annunciazione, quando dichiarò all’angelo il suo totale abbandono, come una serva, alla parola del Padre, e che per il discepolo era iniziato con il mettersi al seguito del profeta di Nazareth, dal quale aveva imparato che il compimento di sé non si ha nel dominare, ma nel servire e nel dare la vita per gli altri. Sentire Maria come un dono per noi e comprendere se stessi come un dono che nella mani di Maria ci ricongiunge al Figlio è il senso ultimo di questo gesto che nasce dalla parole di Gesù sulla croce, da cui scaturisce un progetto di vita intesa come dono, solo come dono.

         Nelle parole che seguono, l’affidamento assume la forma di un’accoglienza affidata all’immagine della dimora: «E da quell’ora il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19,27). Ma prendere dimora, abitare o rimanere, è immagine che va ben oltre il dato materiale e serve anzitutto a illuminare il mistero stesso di Dio e poi quello della nostra divinizzazione. Così Gesù prega: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). Nel mistero stesso di Dio e in quello della nostra salvezza occorre attingere i caratteri che deve assumere la nostra accoglienza di Maria.

         Il legame e l’accoglienza impegnano la Madre e il discepolo, ma in modo diverso: l’una da donna e madre, l’altro da discepolo e figlio. Da una parte un amore che dà vita, la genera e la rigenera; dall’altra un amore che esige abbandono, fedeltà e gratitudine. Il nostro amore deve superare gli ostacoli della superficialità e dell’egoismo; l’amore della Madre chiede che ci lasciamo plasmare da esso e conformare a sua immagine.

         All’interno di questo amore materno e fonte di vita si colloca l’attitudine del “conforto”, che dà titolo a questa nostra festa e che apre orizzonti di novità di vita nei momenti di oscurità e di sofferenza. In momenti dolorosi e tenebrosi accaddero i fatti prodigiosi che sono all’origine della devozione di tutta Arezzo alla “Madonna del Conforto”, dal 1796 ad oggi. Nei momenti dell’afflizione e dell’angoscia l’immagine luminosa di Maria appare come un orizzonte di speranza e una forza di vita, cui ci si è rivolti con fiducia nei secoli e ancora oggi questa città si rivolge con tenero affetto e confidente attesa.

         Il conforto che Maria ci dona ha le sue radici nella consolazione che distingue il volto paterno di Dio. Dai testi biblici che abbiamo proclamato possiamo cogliere i tratti di tale sentimento divino e quindi cosa possiamo attenderci dal conforto di Maria.

         Una pienezza di vita scaturisce dalla consolazione che l’amore di Dio diffonde nella città santa, secondo il profeta Isaia, un’immagine di prosperità, «un torrente in piena» (Is 66,12), che contrasta l’immagine di privazioni e rinunce con cui nella cultura diffusa attorno a noi si cerca di ostacolare la fede. È una vita piena che conduce alla gioia: «gioirà il vostro cuore» (Is 66,14); una gioia vera, che nulla ha a che fare con le soddisfazioni effimere di piaceri che non bastano mai, perché incapaci di colmare l’inquietudine profonda del cuore. Dal cuore di Maria sgorga per noi una vita che risponde ai nostri sogni più belli e alle nostre speranze più autentiche, perché fondata sull’amore stesso di Dio, il solo capace di fare nuove tutte le cose.

         Nella sua lettera l’apostolo Paolo ci introduce ad ulteriori passi in questa rivelazione della consolazione divina. Essa è strettamente unita alla sofferenza e costituisce la risposta di Dio al bisogno dell’uomo, Lui che è «Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione» (2Cor 1,3-4). Secondo Paolo, l’afflizione dell’uomo invoca la consolazione di Dio e questa si manifesta fedelmente. Questa fedeltà è fondata sulla persona stessa di Cristo, in cui sofferenza e consolazione si intrecciano come due volti della stessa esperienza. Nella sofferenza di Cristo si rivela la consolazione di Dio e seguire lui significa vivere anche noi questa esperienza: «Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione» (2Cor 1,5).

Un’esperienza che supera ogni confine personale e si fa fondamento di comunione e di solidarietà: «Quando siamo confortati, è per la vostra consolazione» (2Cor 1,6). Dal conforto che Maria ci dona nasce una forza comunitaria, quella che i primi discepoli sperimentarono nei giorni di trepidazione che seguirono l’ascensione del Signore; ne abbiamo bisogno anche oggi in giorni nuovi e complessi per la Chiesa, che sa però di avere sempre la guida del suo Signore e la dolce protezione della Madre.

Da ultimo, l’apostolo ricorda che la consolazione divina è il fondamento di una «speranza… salda» (2Cor 1,7). Quella solidità che nessuna risorsa umana può assicurare, vittime come siamo di molteplici fragilità, è invece il dono di una misericordia che è il volto stesso di Dio. Il conforto che attendiamo da Maria è il frutto di questa misericordia e al vertice di questo conforto si pone il riconoscimento di Dio come misericordia, contro ogni contraffazione del suo volto e contro ogni mistificazione della nostra identità. In questo Anno della Fede chiediamo che Maria ci conforti illuminando la nostra mente e sostenendo il nostro cuore per fare una esperienza vera di Dio, il «Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione!» (2Cor 1,3)!

 

Giuseppe card. Betori Arcivescovo Metropolita di Firenze

 

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