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Destra, centro, sinistra: semplicemente un cittadino che pensa

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Destra, centro, sinistra: semplicemente un cittadino che pensa

 

 

Qualche giorno fa, in un pezzo, mi sono definito “di destra”: avevo appena finito di scrivere che già mi chiedevo se non fosse un modo sbagliato di esporre una visione politica. Riflettendoci credo di aver sbagliato, usando una descrizione di un passato da superare: non voglio pensarmi come uno che cerca di andare avanti guardando indietro.

La caduta del muro di Berlino nel 1989 e lo sfaldamento dell'Unione sovietica con il suo frazionamento in una miriadi di staterelli litigiosi ha modificato radicalmente la definizione stessa di destra quale contraltare alla sinistra.

Nel secolo 19º, il potere - anche le sue forme democratiche - era detenuto dalle categorie più abbienti, nobili e proprietari terrieri, in virtù delle caratteristiche di censo. Il fatto stesso che l'espressione di voto fosse garantita ad un numero ristretto di elettori rafforzava una prassi che si è modificata dopo le teorie di Engels e di Marx, con le prime lotte sociali e di classe. Gli oppositori al potere consolidato scelsero di sedere a sinistra del presidente dell'assemblea, creando di fatto una rappresentazione anche grafica delle contrapposizioni. Nell'Italia dei primi del novecento erano già significative le presenze dei socialisti e con la scissione del 1921 comparvero i comunisti che facevano della Russia leninista il proprio modello.

Dopo la fine del mai abbastanza vituperato ventennio fascista, con la diffusione del suffragio universale, le rappresentanze parlamentari che sedevano a sinistra divennero una realtà numericamente molto importante, a testimonianza dell'elevatissimo numero di elettori di sinistra, con un forte seguito femminile che ne apprezzava l'attenzione. La guerra fredda rese ancora più radicali le differenze ideologiche e di schieramento, anche a causa dell'impropria ingerenza delle sfere cattoliche vaticane nella vita sociale del paese.

Per sviluppi politici all'estero e specificatamente in Sudamerica, la destra veniva rappresentata con una connotazione illiberale, giustizialista, settaria e repressiva.

La situazione italiana trovava riscontro solo in Francia; nelle democrazie anglosassoni: in specifico negli Stati Uniti, democratici e repubblicani sono più conservatori dei nostri riferimenti, in Inghilterra il partito laburista ha caratteristiche socialisteggianti.

Il partito comunista italiano era indubbiamente il più significativo partito politico dell'Europa occidentale apertamente schierato a favore e a sostegno della Unione sovietica. La sinistra in Italia ha apportato delle decisive modifiche a favore dei lavoratori e non solo, ma ha scelto di dedicare le proprie energie alla occupazione di due centri di potere importantissimi, la giustizia e l'istruzione, lasciando ai postumi del regime fascista il controllo degli interni e della difesa.

Questa contrapposizione è di fatto divenuta priva di significato con la fine della guerra fredda, anzi mi domando quale imbarazzo possa rappresentare per un comunista vedere la Russia di oggi sotto Putin. La sinistra italiana - che aveva giustamente esecrato il comportamento della classe padronale italiana - ha poi finito per contrapporgli il potere di sindacati  e cooperative con l'unico scopo di partecipare alla distribuzione dei denari pubblici: tanti ne prendeva la Fiat quanti ne prendevano a sinistra, oltre a quelli che arrivavano dall'estero su ambo gli schieramenti. La costruzione di un sistema giudiziario - che tutelasse ogni limite logico la difesa - ha creato di fatto una situazione insostenibile in ambito di giustizia penale e civile perché chi ha ragione difficilmente se la vede riconoscere in un tempo ragionevole. La strategia del sei politico ha sfornato migliaia di laureati scarsamente preparati e -seguendo le dottrine sovietiche- sminuito il merito, ottenuto con sacrifici ed impegni tanto che il merito era divenuto un valore borghese ossia un non-valore.

Un movimento che fa degli scontri di piazza e dello scontro politico la propria bandiera, che vede nelle forze dell'ordine uno strumento repressivo, che declama nel comunismo la soluzione di tutti problemi, condiziona lo sviluppo sociale e civile di un paese, fino a gettarlo nell'incubo del terrorismo.

Un movimento che fa del profitto a tutti i costi, specialmente a carico dei lavoratori, il proprio credo e che mantiene una struttura classista sino allo scontro generazionale e all'incubo del terrorismo, condiziona lo sviluppo sociale e civile di una nazione.

Una religione che trasforma la missione pastorale in ricchezza e potere condiziona lo sviluppo sociale civile di un popolo.

Un partito che si definisce democratico, un partito che mette la parola libertà nel suo nome, entrambi di agiscono scorrettamente a significare che chi non vota per il primo è un tiranno e chi non vota per il secondo è uno schiavo.

Purtroppo questa  la realtà che abbiamo vissuto dopo la caduta del muro di Berlino che di fatto ha sancito la fine della guerra ed il conseguente obbligo morale di fare una scelta di campo: destra e sinistra mi appaiono in verità definizioni e insiemi del passato.

Nel dopoguerra le frizioni ideologiche trovavano una comune composizione nel destino che aveva affiancato comunisti e liberali nella lotta contro il fascismo: questi personaggi non ci sono più, li abbiamo sostituiti con  affaristi esclusivamente impegnati a mungere la vacca per portare soldi ai loro compari.

 In Toscana poi la supremazia della sinistra ha prodotto una nuova monarchia con totale perdita di efficienza, tramite l'affidamento di ingenti risorse pubbliche agli amici del partito. Siccome ritengo che i guasti provocati da questo modo di governare della sinistra Toscana siano superiori ai pregi, io mi sono schierato a destra. Semplicemente perchè loro di definiscono di sinistra; conosco comunisti con cui tuttora mi confronto con piacere, la volontà di fare meglio non è esclusiva di una parte. Ritengo che i loro riferimenti siano falliti alla prova dei fatti, ma non credo che dall'altra parte sia tutto oro colato.

Si presenta un'occasione con le prossime elezioni politiche di cambiare, di fare punto a capo. Personalmente non darò il mio voto a liste create da capitalisti finanzieri perché l'esperienza Berlusconi ci deve ricordare che gli interessi di un ricco, di uno che rappresenta forse il 1% della popolazione italiana, non combaciano con quelli di un popolo. Parimenti non darò il mio voto a capipopolo mediatici che costruiscono il loro seguito sulla negazione e non sulla proposta.

Rifiuto il dogma e chiunque me lo voglia imporre, anche mascherandolo col nuovo.

Quando il merito non conta, quando l'appiattimento e l'abbassamento del livello dei servizi viene vissuto come un fatto positivo, quando lo sventolare una bandiera italiana o alzarsi in piedi per l'inno di Mameli ti espone al sarcasmo o alle offese di quelli che si proclamano di sinistra, allora io non posso essere altro che di destra.

Ma affiancati a me vedo anche (ex) comunisti che si fanno, come me, delle domande.

Aspetto la politica, quella vera, quella alta, che sappia vedere ad un domani al di sopra degli interessi particolari: spero proprio che ci sia qualcuno che sia capace di rappresentare il mio sogno. Spero gli altri seguano il proprio pensiero e non quello che la tv ci spara addosso. Spero che la gente vada a votare. Spero che la gente ritorni all'impegno ed al confronto. Sennò è inutile lamentarsi.

 

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