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PIETRO ICHINO ALLA LEOPOLDA: L’ANTI-CONFORMISTA DI SINISTRA CONTRO IL DECLINO ITALIANO

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PIETRO ICHINO ALLA LEOPOLDA: L’ANTI-CONFORMISTA DI SINISTRA CONTRO IL DECLINO ITALIANO

Per sentire finalmente dopo tanti anni un discorso di Sinistra, occorreva ascoltare il discorso di Ichino alla Leopolda.

 

Nel suo discorso alla grande kermesse renziana, potevi assistere ad una strana esperienza: il vino vecchio della Sinistra, l’anima laburista, l’anima che interpreta il ruolo della “classe lavoratrice” come “classe generale” trasfuso nell’otre nuovo di un pragmatico approccio law and economy, attento a coniugare lavoro e proiezione dell’economia italiana alla competitività internazionale, attento a declinare una cultura sindacale e lavoristica, lontana dalla retorica (pur giusta) dei diritti, portatrice al contrario di una grande scommessa sul Sindacato, protagonista di un progetto di rinascita del Paese, all’insegna della competitività e della produttività.

Sono note le polemiche di Ichino contro i pletorici (e teorici) processi di riconversione industriale, tipo Alfa Romeo di Arese, da lui visti come operazioni di artificioso prolungamento degli ammortizzatori sociali fatti apposta per portare alla pensione una nicchia di lavoratori sindacalmente forti. Come sono note, le sue polemiche, da tempo conclamate, sui fallimenti di molti investimenti stranieri in Italia per il sistematico rifiuto della CGIL di aprirsi al “nuovo”.

C’è la convinzione nel Sindacalismo italiano tradizionale (“rosso”, ma non solo) che il diritto del lavoro, il diritto dei licenziamenti, dei riposi, delle pause etc., per come in Italia si è venuto a configurare dal 1942 allo Statuto dei Lavoratori sia scolpito nella “pietra del Sinai”, che sia “sacro e inviolabile”, intoccabile come il nucleo più sacro della Costituzione. Il mantra del Sindacalismo italiano si chiama, deroga in pejus: retribuzione minima, ferie, licenziamenti, orario o si regolano nei confini stabiliti dal diritto italiano, oppure si determina un peggioramento della tutela del Lavoratore!

Come se le tutele, le garanzie del lavoratore non potessero articolarsi diversamente; come se non fosse possibile aprire a gestioni sperimentali (sotto la tutela sindacale) di una nuova articolazione del diritto del lavoro (penso all’orario, penso ai licenziamenti etc.) recepite da ordinamenti stranieri. E passi, se si tratta di recepire norme “alla cinese” che non contemplano alcune garanzie per i lavoratori! Ma se si tratta di recepire intese sindacali straniere di deroga temporale e parziale in vista di specifici investimenti innovativi, allora inovocare la rigidità lavoristica diventa auto-lesionistico. Specie se il cambio non è con un assetto de-regolato, ma (come succede negli ordinamenti sindacali europei più civili) caratterizzato da tutele diversificate e aggiuntive: ad esempio previdenza aziendale, salario variabile di produttività, incentivi marginali più diffusi e più consistenti (in termini di voucher per asili nido etc.) …

Qual è quel lavoratore assennato che non è disposto ad accettare un simile scambio, passando sopra la “pietra del Sinai” del ns. diritto del lavoro? Se si è evoluta la Bibbia degli Ebrei, allo stesso modo può evolversi il diritto del lavoro, purchè, al cambiamento della “lettera” delle disposizioni e delle tutele, si accompagni la conservazione dello “spirito” del diritto del lavoro, la tutela di base del lavoratore, contraente debole. Ma questo, lor Signori Sindacalisti mostrano proprio di non volerlo capire!

Tralascio l’analisi sociologica delle cause del declino del Sindacato; è communis opinio che sia la predominanza lobbistica ed associativa dei pensionati ad aver portato ad un simile irrigidimento. A me interessa il dato politico. E il dato politico è questo: che per una Politica davvero nuova non si può prescindere dalle tesi neo-laburiste di Ichino.

Normalmente, i moderati, gli esponenti di centro, pur esprimendo molta stima verso Ichino, lo hanno sempre bollato come un originale, un isolato, ma che parla pur sempre alla Sinistra: nossignori, Ichino parla a tutti, e sta da anni ammonendo l’Italia intera, non solo i partiti di Sinistra e i Sindacati che con un ordinamento lavoristico così ingessato nelle regole e nei costi del lavoro esorbitanti, il sistema industriale italiano sta andando a rotoli.

“Fermare il Declino” dell’Italia, che oggi è espressione in uso dopo le campagne di fondazione dell’omonimo movimento di Oscar Giannino, era uno slogan coniato da Ichino anni e anni prima. Ichino è scomodo e snobbato non solo dalla Sinistra, ma anche dai moderati, perché ha la colpa di denunciare da anni ciò che da qualche mese denuncia Luigi Zingales, e cioè che la rigidità e l’ottusità sindacale sono lo specchio di un sistema economico mediocre, che scambia la sua perdita di spinta propulsiva con pretese di assistenza e di tutela statale e politica.

La retorica, le frasi fatte (sia il pan sindacalismo corporativo, sia l’astratta e oziosa professione di “liberismo”, della serie la libera la domanda e offerta di lavoro, il problema si risolve da se e non c’è bisogno di regole e Sindacati), comodo alibi di una Politica, che è appiattita ad amministrare una Mediocrità economica, industriale e sociale per trarne rendite elettorali. Ichino è scomodo e isolato, perché richiama il Paese a crescere, a innovare. In un Paese di retori, tutti tesi a disquisire su inutili sovrastrutture concettuali, Ichino è scomodo, perché propone una via per affondare il bisturi nel marcio vivo della Struttura produttiva italiana, additando i problemi reali.

Una grande lezione di anticonformismo politico, nel Paese dei don Abbondio. Può darsi che non tutto quello che propone Ichino sia giusto; ma se davvero c’è qualcuno in Italia che ha davvero voglia di ricominciare e iniziare a “fare sul serio”; costui è obbligato a confrontarsi con la lezione di Pietro Ichino.

Renzi, alla Leopolda, ha iniziato: chi si vuole fare avanti? 

 

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