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L'OBIEZIONE: INTERVISTA AL PILOTA CON LA STELLA DI DAVID

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L'OBIEZIONE: INTERVISTA AL PILOTA CON LA STELLA DI DAVID

La nostra Elisabetta Galeffi era inviata in Israele di un quotidiano nazionale italiano, quando riuscì ad ottenere questa intervista da uno dei piloti che avevano deciso di rifiutarsi di combattere una guerra che non volevano (l'intervista è stata pubblicata da Repubblica). Trentuno anni, riservista dell'aviazione israeliana, Yonathan ha deciso che non sparerà più. Ecco perché.

Io voglio dare una speranza a questo Paese. La speranza di poter vivere come voi in Italia, andando al cinema, a un caffè senza avere paura, senza temere ogni momento per la propria vita mentre facciamo le cose più comuni: prendere un autobus, camminare per una strada piena di gente, fare acquisti. Bisogna uscire dalla spirale dell'odio: dopo una strage di israeliani, una strage di palestinesi. Israele è una nazione di nevrotici. Io vorrei che la paura finisse, per questo sono uno dei 27 piloti riservisti che si è rifiutato di partecipare a operazioni militari nei Territori palestinesi".

A parlare così è il capitano Yonathan, uno dei firmatari della lettera che scosse i vertici dell'esercito israeliano perché condannava le azioni militari dell'air force israeliana sui centri della popolazione civile come "azioni illegali e immorali". È un ragazzo robusto, con una luce strana negli occhi. Non è quella di un giovane uomo di 31 anni. Uno sguardo senza allegria, anche quando racconta della sua passione per la musica e del gruppo di amici con cui suona, del suo viaggio in Italia e della bellezza di Roma.

Il suo compito nell'air force era di andare con il suo elicottero a raccattare, dopo ogni azione militare, i resti di soldati o civili israeliani rimasti sul campo. Quel sangue svanisce dai suoi ricordi, solo per un attimo, quando racconta di quanto gli piace volare.

"Sono stato addestrato per anni a pilotare elicotteri, e per me è la cosa più bella del mondo". Oggi non è più un pilota israeliano, "mi hanno immediatamente messo in congedo. Ma non importa, volevo dare un segnale". Che vuol dire essere un pilota riservista?

In Israele la maggioranza dei militari sono riservisti: dopo i tre anni di leva si entra tutti nella "riserva". Ciò può voler dire partecipare a un'azione anche ogni settimana.

Questo vale soprattutto per i piloti. Siamo un corpo scelto, e siamo pochissimi. Per questo il vostro rifiuto ha scosso l'opinione pubblica e i vertici militari più del rifiuto espresso un anno fa da alcuni militari di servire nei Territori?

Certo. I piloti non sono molti e addestrare un pilota ha costi altissimi. Io sono stato mandato a seguire corsi di volo negli Usa.

Perché la lettera non è stata firmata da piloti non riservisti?

Sarebbero andati incontro a conseguenze più gravi delle nostre. Non possono unirsi in un gruppo per motivi ideologici. Noi, invece, non abbiamo violato alcuna legge. Alcuni di quelli che hanno firmato la lettera in seguito hanno ritrattato. Se alcuni se ne sono andati molti altri si stanno aggiungendo alla lista dei "refuseniks". Bisogna capire che non è facile per un militare abituato a servire lo Stato di Israele, cresciuto ed educato nell'amore per il suo Paese, prendere una decisione come questa. Io soffro molto a non essere più nell'esercito israeliano, e come me tutti quelli del mio gruppo. Ma quando ci hanno educato ad essere dei piloti, abbiamo anche imparato che un ordine può essere rifiutato se ritenuto illegale o immorale. Gliel'ho detto ai miei superiori, mentre firmavano la lettera del mio congedo: "Mi avete insegnato voi a prendere in considerazione la mia coscienza".

Quando avete deciso di scrivere la lettera?

Non si può sganciare una bomba di una tonnellata per uccidere un solo uomo, come è successo a Gaza, dopo l'attentato del 9 agosto 2011 a Gerusalemme. Questa azione mi ha spezzato il cuore, e non solo il mio. Per prendere un solo uomo, Salah Shenade, di Hamas, sono stati uccisi quattordici civili. Questo è inaccettabile.

Che cosa pensa del muro voluto dal premier israeliano Sharon?

Non serve a nulla, anzi complica le cose perché non segue i confini decisi nel '67 tra Palestina e Israele. Sono certo che se quei confini fossero stati seguiti i palestinesi sarebbero ben felici di avere un muro che li separa da noi.

Appartenete a un gruppo in particolare?

No, non apparteniamo a nessun gruppo ma, con molte altre persone e associazioni, condividiamo un'idea: l'occupazione israeliana dei Territori non è legale.

A quali organizzazioni si riferisce?

Penso all'organizzazione "Courage to refuse", di cui fanno parte soldati che hanno rifiutato di compiere missioni nei Territori. Penso anche a "Peace Now", al gruppo dei "Rabbini per i diritti umani", ai quattro ex capi dello Shin Bet (la sicurezza interna israeliana, ndr) che a metà novembre hanno duramente criticato l'evacuazione con la forza di alcune zone della West Bank e della Striscia di Gaza. In questi mesi ho conosciuto gente coraggiosa e di grande spessore umano.

Che cosa la farebbe felice?

Sarei felice se alcuni palestinesi capissero che gli israeliani non sono tutti dei fanatici, e che molti di loro lo diventano perché hanno paura. Una paura che è dentro di noi dalla notte dei tempi 

 

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