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I NOSTRI SIMBOLI. Il serpente (2)

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I NOSTRI SIMBOLI. Il serpente (2)

Tutte le foto sono ingrandibili negli allegati a destra

 

 

DEMOCRAZIA – Donna di età virile et con habito di mediocre condizione. Abbia cinto il capo dì una ghirlanda di vite intrecciata con un ramo di olmo. Che stia in piedi, e colla destra mano tenga un pomo granato et colla sinistra un mazzo di Serpi, e per terra vi sia del grano, parte in terra e parte nei sacchi. Democrazia è il governo di uno stato popolare, guidato, e retto dalla moltitudine di quello in forma di un Consiglio, al quale sia abile ciascun plebeo, e nessun nobile, onde si risolvono tutti gli ordini, e deliberazioni pubbliche, secondo il grado loro […] La dimostrazione del mazzo delle Serpi significa l’unione, ed il governo plebeo, il quale non essendo di considerazione, né di vera gloria, va simile al serpe per terra, non potendosi alzare alle cose di grande considerazione; com’anche per dimostrare che la natura della plebe “tende perloppiù al peggio” onde Petrarca nei dialoghi dice «Natura populus tendìt ad pejora» […] Vi si mette il grano nella guisa che abbiam detto per dimostrare la provvisione pubblica che suole far l’unità della plebe per il comun utile di tutti, e per mostrare che il popolo ama più l’abbondanza delle vettovaglie che l’ambizion degli onori.

Se nell’articolo precedente (Serpente 1 )  il protagonista indiscusso è stato il serpente nella sua veste di animale sacro alla medicina, in questa occasione lo analizzeremo in alcuni suoi aspetti innegabilmente negativi e, successivamente, nei suoi aspetti simbolici più nobili.

Indubbiamente la storia biblica del “peccato originale” molto ha favorito la fantasia e l’immaginario collettivo che vede il serpente essere l’animale meno amato dall’uomo. Quello che suscita più repulsione, ataviche paure, emozioni ambivalenti e reattive. “L’Animale più astuto fra tutte le creature volute dal signore” – cita il libro della Genesi Biblica – quello che spinge Eva (solo lei ovviamente) al PECCATO (FOTO 2) attraverso il quale la donna trascinerà il povero, ingenuo e sprovveduto Adamo in una spirale di sofferenza e di tregenda (perché da solo non ci avrebbe mai pensato a peccare… cosa di cui sono sicura se si parla di dover “pensare”). Ed il peccato è rappresentato con il serpente attorno all’inguine, a immagine del «Diavolo molto nemico» che cerca di ingabbiare e stritolare l’uomo per ottenere il proprio successo sul mondo ingannando attraverso il male. Lo stesso concetto si estende poi al “reato” di ERESIA (FOTO 3) o, per dirla con San Tommaso d’Aquino, il frutto di quell’errore dell’intelletto umano che devia da ciò che è giusto credere secondo la chiesa cattolica romana e che, perseverando, trascina anche la volontà  che aderisce con i comportamenti all’errore intellettuale. E indovinate? L’eresia – che deriva dallo straordinario verbo greco αἱρέω (scegliere, afferrare) – è una donna vecchia, brutta di “spaventevole” aspetto perché nulla di bello esiste se non illuminato dalla fede e dalla religione. Ha un libro nella mano sinistra dal quale escono serpenti che si attorcigliano fra loro ad indicare la falsa parola che inquina ed “avvelena” (come solo le serpi sanno avvelenare). Con la mano destra sparge serpenti dietro di sé a simbolico atto di seminare false opinioni (non diverso il senso del respiro dal quale esce una fiamma ed il fumo mefitico della dottrina eretica)

Il serpente accompagna poi due concetti ancora profondamente legati ad una visione un po’ paternalista dell’uomo e della sua capacità di discernimento: il PERICOLO  (FOTO 4) ed il DOLORE (FOTO 5) 

Nell’iconologia del “pericolo” un giovane cammina lungo uno stretto sentiero: alla sua sinistra un torrente impetuoso, alla sua destra un burrone, in cielo fan bella mostra fulmini che si dirigono sulla sua testa e, nel percorso, incontra un serpente che rivoltandoglisi lo morde. Per sicurezza (sic) il giovane si tiene appoggiato ad una fragile canna. Ora, al di là del fatto che sembra di assistere alla versione in fumetto della Legge di Murphy o alla performance di un rimbambito, l’iconologista Ripa rinforza il senso di inquietudine sostenendo che il pericolo si palesa all’improvviso in “guisa” di serpente a quegli uomini che affrontano con protervia la loro vita. Il serpente ben rappresenta il pericolo nascosto nell’ombra ma, come si nota sgradevolmente, non è che agli uomini si voglia concedere più di tanto il ben dell’intelletto, soprattutto se si parla di “giovani”!

Il  “dolore” ha, al contrario, una iconologia più profonda e, psicologicamente parlando,  molto più intensa. È infatti simboleggiato da un uomo incatenato ad una roccia che subisce i morsi di un serpente. Una punizione che alcuni di voi ben ricorderanno essere molto simile a quella destinata a Prometeo (Προμηδεύς - pro metis  – colui che pensa prima di agire – prudente), anche se né Ripa né Orlandi si prendono la briga di citare il mito ispiratore. Prometeo è il titano che, particolarmente legato agli uomini ed al loro benessere, ingannò Zeus per ben due volte per favorirli. Restituì infatti agli uomini il fuoco che Zeus  aveva loro sottratto come  forma di punizione per un sacrificio non particolarmente gradito in quanto poco sostanzioso (pare che il “potere” si sia poco evoluto nel corso dei millenni) e per questo fu condannato dallo stesso a vivere incatenato ad una roccia dove di giorno un’aquila (simbolo noto di potere totalitario) si palesava per divorargli il fegato il quale durante la notte ricresceva per rinnovare in Prometeo una eterna forma di dolore. Non pago Zeus volle anche punire gli uomini per aver accettato il dono di Prometeo e, inviò al fratello Epimeteo (Επιμηδεύς – epi metis – che pensa dopo aver agito… quindi più o meno il fratello scemo) una donna bellissima come moglie. Lei era la famosa  Pandora e portava con sé, come dono per il futuro marito, il vaso contenente tutti i mali del mondo con l’espresso ordine di non aprirlo. Ovviamente Pandora lo apre immettendo nel mondo degli uomini tutti i mali esistenti; sostanzialmente una “Eva” ante litteram con un marito ugualmente condizionabile. Pare che anche molti millenni fa l’invio di donne che prestavano se stesse alla causa del potere desse ottimi risultati, purché due fossero gli elementi protagonisti: una donna molto bella e un uomo piuttosto ingenuo (diciamo così…) che esposto alla bellezza di una donna diventasse sufficientemente confuso da rendersi incapace di pensare “prima”, prima di aver consumato con la portatrice del “vaso” (se non intuite la simbologia legata al “vaso” ed al suo valore femminile  potete cercarla sul web). Poca differenza, se vogliamo, con il nostro racconto biblico della creazione: ogni volta che l’uomo cerca di nutrirsi attraverso l’albero della conoscenza (il frutto rubato da Eva)  o cerca la “luce” (il “fuoco” rubato da Prometeo) le divinità non esitano a riportare l’uomo all’ordine e la punizione è quasi sempre legata al dolore fisico ed all’umiliazione dell’intelletto.

Ma passiamo ad analizzare alcuni aspetti simbolici del serpente che  lo rendono un animale straordinariamente positivo. È prima di tutto il rettile che accompagna la PRUDENZA (FOTO 6). L’allegoria di questa virtù cardinale è particolarmente interessante. Si presenta con due facce, a richiamare forse il dio latino Giano, colui che presiede l’inizio e la fine delle cose, colui che nel presente, rivolge lo sguardo antico di saggezza al passato e lo sguardo giovane di promesse al futuro, il dio guardiano e portatore delle chiavi della porta delle città e dio paziente e riflessivo, dispensatore di benedizioni per coloro che iniziano un cammino (ricordo che il nostro mese di Gennaio porta il suo nome). Lo si considera anche l’intermediario delle conoscenze (i due aspetti di una sola cosa) e  della vita condotta in conformità delle leggi. Lo specchio nel quale la Prudenza si riflette indica che il prudente non può praticare le giuste azioni se non conoscendo a fondo se stesso e se non “riflettendo” (appunto!) sul proprio percorso di vita. Il serpente, qui, è a rappresentazione del comportamento schivo e prudente di questo animale. Proprietà comportamentale che già gli era stata riconosciuta da Gesù: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi: siate dunque prudenti come serpenti e semplici come le colombe» [Vangelo di Matteo – 10,16]. Un bellissimo esempio di allegoria della prudenza, molto aderente all’iconologia classica, la possiamo osservare ad Arezzo (FOTO 7) nella casa di Giorgio Vasari. Qui, oltre che raffigurata con gli attributi tipici, la Prudenza siede sul mondo, domina il mondo, per la sua capacità di pensiero e di riflessione.

Il serpente, poi, accompagna felicemente l’allegoria dell’intelligenza e, per esteso, diventa  uno degli animali che accompagnano Athena (Minerva latina), la dea che personifica la saggezza, il coraggio, la lotta, il pensiero, la sapienza e la conoscenza. Non mi dilungo su questo aspetto perché, essendo Minerva la CUSTUS URBIS di Arezzo, vorrei dedicargli uno spazio a se.

Un piccolo passo indietro: i seni dell’eresia (FOTO 3) sono cascanti, svuotati, nel caso dell’eresia perché la mancanza di fede è mancanza di nutrimento materno dell’anima, è l’assente nutrimento derivante dalla lontananza dalla chiesa che si fa “madre” per i fedeli. Il seno asciutto è un segno iconologico particolarmente significativo e che ricorre in quasi tutte le allegorie con connotazione negativa. Ma che connota, sempre, l’INVIDIA. Ad Arezzo abbiamo forse una fra le più note allegorie dell’Invidia, quella che Giorgio Vasari ha voluto lasciare meravigliosamente rappresentata nel soffitto ligneo della sala del camino, nella sua casa aretina (FOTO 8). Sappiamo che Vasari aveva immaginato questa come la stanza più importante della sua casa (che poco abitò e che il nostro concittadino, Pierluigi Rossi, ha efficacemente definito “la casa della Sposa” perché occupata perlopiù dalla moglie dell’artista) e che venne decorata nel 1548. Cito testualmente dalle sue “Ricordanze”: «…un gran quadro che è in mezzo, dentro al quale stanno, in figure grandi quanto il vivo, la Virtù che ha  sotto alli piedi l’invidia, e presa la Fortuna pe’ capelli bastona l’una e l’altra; e quello che allora molto piacque, si fu che in girando la sala attorno, ed essendo in mezzo la Fortuna, viene talvolta l’Invidia a esser sopra essa Fortuna e Virtù, e d’altra parte la Virtù sopra l’Invidia e Fortuna, sì come si vede che  avviene spesse volte veramente». Dunque: la Virtù alata (perché tende all’elevazione morale), coronata di alloro (come merita ogni essere che attraverso le sue doti crea, produce o migliora se stesso ed il proprio ambiente) è immortalata da Vasari nell’atto di trattenere la Fortuna (portata in giro da una instabile vela che tutti i venti subisce) per il suo ciuffo frontale (tipico dell’Occasione che va trattenuta quando ti sta di fronte perché è l’unico momento in cui la puoi prendere per il ciuffo… una volta passata la sua testa è rasata e non
hai più la possibilità di fermarla). Con il piede  destro la Virtù calpesta  una donna rinsecchita dal seno cadente e vuoto avvolta da serpenti, l’Invidia. È quindi uno straordinario messaggio quello che Giorgio Vasari ci lascia: la Fortuna può avere la sua importanza nella vita di un artista e nel suo successo; l’Invidia lo può colpire in ogni momento. E le vicende della vita possono far prevalere o l’una o l’altra decretandone la fama, gli onori o la malasorte. Ma nulla possono, né la Fortuna né l’Invidia, di fronte alla Virtù in grado di prevalere su entrambi… e se spostate gli occhi, dal centro del soffitto fino alle pareti, il trionfo della Virtù vi si apre di fronte come in un romanzo figurato e dalla Prudenza, che sovrintende il lavoro dello studioso piegato sul libro, arriverete alla porta di uscita illuminata dalla fiaccola dell’Eternità che indica il cammino.

Un insegnamento toccante!

Poi una sfida: ad Arezzo esiste il simbolo di un serpente molto interessante. Chi è giunto fin qua non può che considerarlo tale! Osservate la FOTO 9: è un serpente che si avvolge su se stesso a formare un “nodo d’amore” (o nodo Savoia), il simbolo dell’unione inscindibile, della fratellanza, della forza che tiene insieme ciò che potrebbe essere strattonato, il simbolo della resistenza agli strappi (lo vedremo parlando del simbolo del “nodo”). A questo si unisce il senso stesso che il serpente (animale sacro a Minerva) ha per Arezzo: segno dell’uso proficuo dell’intelligenza. Chi conosce la nostra città avrà già capito in quale palazzo si trova questa decorazione lignea che, insieme a tante altre (altrettanto ricche di significato), abbellisce una tettoia. A chi non sa dove si trova dico: provate a passeggiare affrontando una salita in più e uscite dalla strada segnata dal fiume di gente che “struscia” la pavimentazione nel fine settimana… e state con la faccia rivolta in su. Può succedere di inciampare ma che importa; ho imparato più cose guardando per aria che osservando la terra.

 

 

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