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Quanto influisce il lasciar perdere sulla congiuntura (vedi Fiat)?

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Quanto influisce il lasciar perdere sulla congiuntura (vedi Fiat)?

Qualche considerazione sulla storia economica italiana.

 

 

 

 

Ben poche rivoluzioni rappresentano un taglio totale con il passato, i poteri forti esistenti si assicurano una continuità per gestire i loro interessi; le rivoluzioni italiane non sono mai state vere rivoluzioni, semplicemente cambiamenti in alcune figure e metodi.

Già ai tempi dell'unità d'Italia non fu dato seguito alla volontà popolare di arrivare ad una separazione fra Stato e Chiesa ossia ridurre l'ingerenza del Vaticano nella vita italiana; il re d'Italia, un incapace Savoia, aveva bisogno della benevolenza del Vaticano; altrettanto il fascismo che con le guarantigie pose le  basi per uno Stato nello Stato, assicurandosi la non ostilità del Vaticano verso la propria dittatura; altrettanto la Repubblica italiana che pescò a piene mani nell'ordinamento giuridico fascista e mantenne al loro posto individui e burocrati compromessi con il precedente regime.

La scuola odierna, fra le tante pecche che ha, trascura l'insegnamento della storia e, poiché i cicli storici si ripetono, la loro ignoranza permette il ripetersi di errori marchiani (gdp, grazie per l'introduzione alla storia economica).

Il sistema economico, industriale e finanziario italiano rappresentano un'evoluzione avvenuta negli ultimi 150 anni ed è facile rintracciare le cause del ripetersi di condizioni negative per la nostra società; dal corporativismo fascista alle associazioni di categoria del dopoguerra *, conservando la ricerca di benefici per i propri associati a scapito di tutti gli altri; il rapporto preferenziale fra i grandi industriali ed il potere, in tutte le sue forme; altrettanto vale per il mondo del credito e della finanza.

La Fiat è un esempio lampante di come si manda avanti un'industria in Italia: se non c'è una guerra (nello specifico: prima e seconda guerra mondiale, altre guerricciole imperialistiche sparse) ad aumentare smisuratamente i guadagni, allora si può sempre fare l'amore con il dittatore (Agnelli fu persino fatto senatore); sepolto il fascismo -come se la famiglia Agnelli lo avesse combattuto- hanno subito incominciato a spremere la fresca Repubblica italiana: soldi pubblici, leggi appropriate, incentivi all'acquisto dei prodotti, cassa integrazione in deroga (quella che paghiamo tutti noi attraverso i soldi dello Stato).

Se ne hanno anche a culo quando viene sottolineato come gli Agnelli abbiano sempre privatizzato gli utili e scaricato sulla collettività le perdite: si contano 7 MILIARDI di euro in aiuti senza contare la Cassa integrazione, il cui importo complessivo non può che essere scandaloso.

Le imprese italiane sono abituate ad un aiutino, una mano santa che risolve i problemi del socio a scapito di tutti gli altri.

Un giornalista, alcune settimane fa, ha sottolineato come l'attuale crisi venga vissuta in Italia senza manifestazioni di piazza, come invece avviene in Spagna, Francia, Grecia. Riteneva che gli italiani si sentano tutti colpevoli per avere ognuno ricevuto più di quanto abbia dato: baby-pensionati, interi gruppi di lavoratori promossi senza motivo, aziende create sul nulla con  posti di lavoro inventati, e chi più ne ha più ne metta. Non tutti siamo colpevoli. Purtroppo gli inconvenienti li scontiamo tutti noi: produttività modesta, qualità modesta, servizi mediocri.

La Fiat è vissuta in un mercato protetto, realizzando automobili con un rapporto prezzo qualità modesto, in un sistema paese che girava intorno alla Fiat con una progressiva focalizzazione sul trasporto su gomma per persone e merci, ma non per il trasporto pubblico, costruendo poi i ricavi per lo Stato sulle tasse dei carburanti e sulle imposte intorno alle auto.

La famiglia Agnelli è sempre caduta in piedi, anche quando la Fiat stava per fallire nel 2005. Il grande merito (?) di Marchionne è stato scoprire che la General motors  preferiva rimetterci 8 miliardi di euro invece di addossarsi l'intera proprietà di Fiat. Questa iniezione di liquidità ha messo la Fiat nella condizione di giocare la partita su Chrysler e di presentarsi in altri paesi come azienda leader nel settore automobili.

Ma come si può considerare italiana un'azienda che ha solo il 30% dei suoi dipendenti in Italia? Per quanto ancora gli italiani si sentiranno orgogliosi di comprare una vettura fatta in Polonia (gli ex comunisti fanno la “Panda”) o in Serbia (i fascisti fanno la “nuova cinquecento”)?

Nelle teorie economiche si sottolinea come anche l'economia italiana si basi sulle 4A (automotive, abbigliamento, arredo casa, alimentari) e come il livello di innovazione e di qualità in tutti questi ambiti sia fondamentale. Credo che siamo d'accordo nel ritenere il made in Italy all'avanguardia in molti campi, ma nessuno confonde la Ferrari con la Fiat nel settore automobili.

Dicono che la Fiat in Italia ha 30.000 dipendenti diretti ed altri 80.000 nell'indotto (mah, a me sembrano davvero tanti), che certamente rappresentano un consistente fetta dell'industria italiana, ma mi sento di affermare che la Fiat è una palla al piede del nostro sistema economico nazionale e non vedo per quale motivo dovremmo continuare a incentivarla.

 

 

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