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ISTANTANEE dal 28esimo PREMIO PIEVE

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ISTANTANEE dal 28esimo PREMIO PIEVE

I fruscii dei senzastoria

 

 

 

 

 

 

Il 28esimo Premio Pieve si apre, quest’anno, affacciandosi al vuoto di un’assenza, quella del suo visionario ideatore: Saverio Tutino, scomparso lo scorso novembre (leggi qui) . Da questa edizione, l’evento dell’archivio dei diari porterà il suo nome.

Si sono conclusi domenica i tre giorni del fine settimana in cui, a Pieve Santo Stefano, si celebra questa straordinaria biblioteca della memoria che da voce alle piccole storie che, dentro la grande storia, vivono lo scorrere della vita. Tre giorni intensi regalati dall’Archivio dei Diari, commoventi per quell’impercettibile filo conduttore che mi ha accompagnato implacabile.

Si comincia venerdì con la prima nazionale del docufilm “Terra Matta” (la regista Costanza Quatriglio ha ricevuto il premio “Civitas Vitæ” alla 69esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia). Toccante la storia di vita di Vincenzo Rabito, il protagonista del documentario, cantoniere siciliano che con un diario di 1027 pagine vince il Premio Pieve nel 2000. Se un giorno vi capitasse di vedere le pagine di questo diario vi dovreste fermare ad osservare increduli quei fogli scritti senza interlinea, quelle righe impresse con violenza da una “Olivetti Lettera 22” e che non lasciano neanche uno spiraglio di bianco ai bordi del foglio. Ogni parola, ogni singola parola, è separata da quella successiva con un “punto e virgola”; suo figlio Giovanni (presente in sala) ci racconta che forse non sapeva usare la barra spaziatrice e quel segno, il punto e virgola, gli sembrava bello per separare il flusso monumentale di tutte quelle parole. Una storia travagliata quella di Vincenzo, classe 1899, orfano, si muove faticosamente fra la prima guerra mondiale, l’Africa, la seconda guerra mondiale, la fatica, la fame, una moglie ed una suocera terrificanti. Il diario, e la sua scrittura che richiama le inflessioni dialettali siciliane, racchiude, come in uno scrigno, tutta la storia italiana del ‘900 vista attraverso gli occhi di un uomo semianalfabeta, ma certamente lucido delle analisi dei percorsi culturali e storici che hanno investito il nostro paese. Stupefacente, ironico, triste e drammatico insieme fu definito da Beppe del Colle, durante la premiazione del 2000: “…il capolavoro letterario che non leggerete”. Perché sembrava impossibile poterlo pubblicare senza spogliarlo di significato. Finché una giovane editor dell’Einaudi, Paola Gallo, ha deciso che in quel diario c’era un nuovo “Gattopardo”, un romanzo popolare che doveva essere letto per comprendere a fondo la nostra storia. E dalla lettura del libro un’altra straordinaria donna ricava un film travolgente nella sua immediatezza e nella sua profondità.

Ed è proprio con la visione del film che inizia a comparire il bandolo del filo conduttore che mi si presenta prepotente alla percezione. Vincenzo è un uomo quasi analfabeta; la scuola è preclusa nel primo decennio del 1900 a chi ha perso il padre e deve portare il pane a casa con il suo lavoro (anche se ha solo 7 anni). Ma lui sogna di imparare, sogna la conoscenza che la scuola promette e vince quando i figli si diplomano e si laureano, vince quando tornano al paese siciliano da “incenieri” o “ceometro”, adesso può riposare! E inizia a scrivere, inizia senza saperlo fare ed imparando mentre narra la propria storia che percorre tutto un secolo. Scrive dando alle parole scri\tte l’apparenza dei suoni, perché così sa fare. E allora a me piace pensare – rubando l’idea a Mario Perrotta che lo scrive nel suo romanzo (Il Paese dei Diari ) – che quel punto e virgola, che in alcuni punti buca la carta, non sia un modo di spaziare le parole ma un modo di fermare visivamente il successo per essere riuscito a scriverle tutte. Perché quando hai qualcosa da raccontare e non sai scrivere lo senti tutto il peso della rabbia per non aver potuto accedere alla scuola; e quando poi alla fine impari a tracciare su carta quei segni che rendono il tuo pensiero accessibile è bello che chi ti legge un giorno possa sussurrare del tuo diario: «Che; bella; ebica; hanno; capitato; tutta; questa; bella; cioventù».

 

Il sabato sera è occupato dal Reading «Parole Nascoste» di Mario Perrotta, con Paola Roscioli e Mario Perrotta accompagnati dalla musica di Vanni Crocia e Andrea Laino. Il teatro è pieno (tanto da dover organizzare una seconda rappresentazione in tarda serata) per ascoltare i diari scrutati dalle letture di Mario e Paola che scelgono di risalire la nostra storia italiana attraverso i fruscii dei “senzastoria” che ce la rimandano come nessun giornalista saprebbe fare: da protagonisti. E allora c’è la prima guerra mondiale, il periodo fascista, la seconda guerra mondiale; c’è la cronaca nera e la descrizione impietosa di Leonarda Cianciulli (la saponificatrice di Correggio) dentro un manicomio criminale; ci sono i nostri migranti descritti con la tragedia di Marcinelle in Belgio dove perirono 135 italiani soffocati dentro una miniera in fiamme e descritta dalla paura di un fratello (8 Agosto del 1956 e la prima interminabile diretta televisiva che in qualche modo ha cambiato il nostro modo di intendere la notizia); ci sono gli anni ’70 e la voce straziante della moglie di un manifestante di Piazza della Loggia, in quel 28 Maggio di sangue. E c’è la voce di Paola, profonda, che ti entra dentro e vibra quando descrive la follia. E le inflessioni commosse di Mario che parla attraverso le tracce della memoria di un bimbo degli anni ’30… e sento lo strappo con cui quel filo conduttore mi richiama prepotente. Un bimbo costretto al lavoro nei campi e felice, felice come solo sa esserlo un bambino, quando la domenica piove e lui può correre in cambio di pochi centesimi a pulire le scuole del paese. Di nascosto si siede sui banchi e immagina. Sogna di essere uno “scolaro”, quello che occupa quel banco e che ha il grande privilegio di imparare a leggere e scrivere. E mentre sogna lucida il legno di quel banco con amore e “bestemmia” dio e lo sfida: un giorno anche lui imparerà a leggere e scrivere, così, tanto per fargli un dispetto.

 

E poi domenica, il pomeriggio che chiude la manifestazione e decreta i due vincitori della kermesse. A Nanni Moretti va il “Premio Città del Diario” per la fitta collaborazione che con L’Archivio il regista ha intessuto fin dal 1989 e per le produzioni documentarie che la Sacher Film ha tratto dai diari più significati presenti nell’Archivio. A lui va il simbolico e significativo premio di un diario con le pagine bianche.

Dalla piazza completamente occupata, sul palco si alternano gli otto finalisti: storie di guerre, di infanzie violate, di identità sconfessate dal perbenismo, di coraggio che nessuno definirà mai eroico. Storie di fughe per sopravvivere e storie di amori non vissuti. E di nuovo mi si ripresenta quel filo: la storia di Castrenze Chimento. Castrenze, classe 1939, è un bambino di Alia (un paese della provincia di Palermo). Vive in una Sicilia arcaica, latifondista, in cui i fanciulli sfruttati, maltrattati da un lavoro ai limiti della sopportazione fisica, provati dalla fame e dalle umiliazioni sono una condizione infantile comune. Una vita di degrado che non trova modo di essere raccontata se non in forma orale. Perché Castrenze non sa scrivere, non c’era spazio per la scuola se eri braccia e corpo da lavoro. Ma c’è un riscatto che ripaga la vita. A più di 70 anni Castrenze si iscrive  a un Centro Territoriale Permanente per l'Educazione degli Adulti di Palermo e realizza il suo sogno: imparare a leggere ma soprattutto a scrivere. Perché tutto quello che vuole è che la sua storia possa essere letta e possa non ripetersi in nessuna epoca ed in nessun luogo del mondo.

Ascolto Castrenze, intervistato da Guido Barbieri: ha una voce possente quest’uomo. Racconta le botte, i maltrattamenti, il freddo, la fatica fino a svenire, la fame, la solitudine e l’amore per un cane (abbandonato pure lui). Racconta un’infanzia che molti di noi, per difesa, preferirebbero dimenticare. Lui no. Lui ha voluto tenacemente imparare a scrivere per potercela raccontare; è nel titolo stesso del suo diario il senso della sua ostinata memoria: “L’odissea della mia vita che per quanto triste possa apparire è valsa la pena di essere
vissuta”.

E sorprende la solarità dei suoi gesti, la bellezza di quel volto che agli applausi del pubblico si alza in piedi gettando baci e ringraziando. E urla dal palco:

“GIOVANI LEGGETE. PERCHÉ SE LEGGETE ALLA FINE, SE VOLETE, QUESTO MONDO LO AFGGIUSTIAMO”.

E alla fine quando la giuria lo decreta vincitore mi alzo ed esulto, perché è la sua voce possente che incita i giovani a studiare che mi ha fatto acchiappare quel filo imperturbabile che mi ha accompagnato per tre giorni.

In un momento in cui la cultura sembra un optional da tagliare per risparmiare, in un momento in cui si cerca di livellare al “basso” la preparazione dei nostri giovani, in un periodo storico in cui – quasi quasi – leggere, scrivere, amare la cultura, promuoverla e valorizzarla appare come una attività da “pigri” o, ben che vada, da “sfigati comunisti”, la storia degli anonimi italiani che hanno costruito l’Italia con il loro lavoro ti viene a raccontare che, nel sacrificio, ciò che è mancato è la realizzazione del sogno di poter  accedere liberamente e facilmente alla conoscenza. E mi piacerebbe che il messaggio giungesse forte e chiaro a chi – per fortuna – può accedere senza desiderarlo alla scuola e alle porte che questa ti apre.

Ho voluto abbracciarlo quest’uomo, come se fosse mio padre che, in un dialetto diverso, mi ha trasmesso gli stessi valori. E mi sono trovata fra le braccia della sua insegnante di Palermo – quella del Centro di Educazione Permanente – che ha accompagnato fin qua dalla Sicilia il suo allievo, quello che ora stringe fra le mani la busta che contiene il Premio Pieve e la sua motivazione. Mi accarezza la mano e piange commossa perché ha già telefonato al Preside della scuola e al Sindaco di Alia, che sono felicissimi e aspettano Castrenze per una festa. Perché in fondo ne è valsa la pena. E mi dispiace di non essermi ricordata di chiederle il nome in tutta quella concitazione. Mi dispiace perché penso che siano questi gli insegnanti che vanno ricordati.

Una punta di tristezza poi me la sono portata a casa. Uno dei diari finalisti è quello di Aurelio DiMarco. Torinese, classe 1931. La sua storia “Uscire allo scoperto” è la confessione epistolare ad un amico immaginario. A lui confida la sua omosessualità. Aurelio ci racconta le umiliazioni subite durante l’infanzia, la vergogna, la paura e la vita trascorsa in solitudine per una condizione difficile da accettare nell’Italia degli anni ’50. Aurelio non era presente nel palco, non ce l’ha fatta ad essere lì fisicamente. Ed è un’assenza che spero sia pesata su ogni singolo partecipante al pomeriggio di ieri. Quell’assenza ci racconta di noi più di quanto lo facciano certe chiassose presenze.

 

 

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