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Perché non condivido né QUESTA riforma delle Province, né la posizione della REGIONE TOSCANA

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Perché non condivido né QUESTA riforma delle Province, né la posizione della REGIONE TOSCANA

Prima di tutto perché è solo chiacchiere e distintivo. Questa è una riforma assolutamente demagogica, realizzata per rabbonire un opinione pubblica inferocita ma che non riporta a casa nulla di concreto, che non abbatte un solo euro di spesa e sottrae invece importanti centri di potere al controllo popolare.

 

 

I costi della politica italiana sono imponenti. I cittadini non sono più disposti a tollerare l’esercito di professionisti nullafacenti, che come i parassiti vivono facendo finta di fare politica. Il governo e il Parlamento sono partiti dalla consapevolezza di questo malessere, quando hanno approvato la riforma delle Province: un  quarto di manzo gettato nella gabbia dei leoni, prima che cominciassero a sbranare i loro affamatori.  

Da quando si è cominciato a pensare di ridurre le spese destinate alla politica (o ai politici?), si è fatto molto, ma solo nei confronti delle spese connesse con l’esistenza di Comuni e Province, che sono espressione dei territori, della loro storia e l’essenza stessa della democrazia. Il primo anello tra il potere e i cittadini.

Non che non vi fosse da tagliare. Lo sperpero degli anni passati è stato spesso denunciato anche da queste pagine. Ma con questa operazione si è riusciti a nascondere tutto quello che non è stato fatto (quasi nulla) nei confronti dei centri di potere occulti, che sono le vere sanguisughe della nostra economia. Da questa legge infatti,  non emerge alcuna volontà di procedere alla revisione della legislazione per la soppressione effettiva di tutte le strutture, gli enti o gli uffici, lontani dai cittadini, non conosciuti e difficilmente controllabili.

La cosa più grave, per non dire abominevole, di questa riforma, è che si trasferiranno dei poteri fino ad ora assegnati ad una istituzione democratica, ad un ente di nominati, che non risponderanno più ai cittadini ma solo a chi li nominerà (indovinate a chi toccherà questo compito? Ma ai partiti ovvio!). Mentre nulla della struttura burocratica che avvolge come una spirale mortifera il nostro paese verrà toccata.

Invece di eliminare la miriade di enti, che sono solo poltronifici ad uso dei partiti per riciclare o mettere in parcheggio i politici trombati che non hanno voglia di lavorare, si è preferito eliminare la rappresentanza democratica dei cittadini. Sfido chiunque a dire quanti enti pubblici intermedi di varia natura (con piccole competenze) insistono a livello regionale, interprovinciale o comunale in Italia. Le finanziarie degli ultimi anni hanno tutte proclamato la soppressione di questi fantomatici “enti inutili”. Indovinate quanti ne sono stati eliminati: zero !  Secondo un censimento approssimato, si parla di non meno di 2.700 enti, tutti dotati di presidente, consiglio di amministrazione, ricchi premi e cotillons.

Se si ritiene che sia conforme alla Costituzione che uno degli Enti costitutivi della Repubblica, possa essere riformato (tramite un decreto d’urgenza) e amministrato da organi non espressione diretta della volontà popolare, cosa impedirà domani di stabilire lo stesso, per esempio, per i Comuni? Il nostro ordinamento costituzionale non tollera e non prevede, che si possa intervenire con decretazione d’urgenza sull’assetto della Repubblica, sulle funzioni e sulla rappresentanza democratica (interrompendo un mandato di democrazia diretta), ma impone un percorso organico e condiviso di riforme… Questa riforma, apre la stura a possibili futuri scenari da golpe bianco... O peggio! In barba al tanto decantato art 5 della Costituzione, laddove è scritto che “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento”, si è scritta la legge 95/2012 (spending review)

Le Province andavano riformate. Negli ultimi anni sono state create provincie minuscole, grandi poco più di un grosso paesone.  Era chiaro che una riforma era necessaria, ma doveva essere una riforma che partiva dall’assetto generale e dalle competenze. Si è prima deciso di eliminarle, poi di accorparle, senza che nessuno si preoccupasse di stabilire esattamente “chi fa cosa”.

La riforma delle Province, così come “decretata”, è insensata perché fatta senza prendere in seria considerazione cosa fanno le Province oggi. Si è messo mano ad una riforma, senza una valutazione preventiva di quali compiti ed incarichi erano svolti dall’oggetto della riforma. Si è usate le forbici giocando a  mosca cieca con le istituzioni. Una riforma che lungi dal consentire risparmi, produrrà: a) notevoli costi aggiuntivi per lo Stato e per la Pubblica amministrazione, b) genererà caos nel sistema delle autonomie, c) produrrà conseguenze pesanti per lo sviluppo dei territori, d) sta già producendo effetti devastanti sulle economie locali, poiché ha già prodotto il blocco degli investimenti programmati dalle Province, investimenti a volte essenziali per la vita del territorio, senza alcuna alternativa reale.

Invece di procedere al riordino dell’organizzazione delle istituzioni, in modo da razionalizzarne funzioni e costi, in modo organico e complessivo, attraverso una revisione costituzionale del nostro ordinamento, si è creato questo mostro giuridico, frutto della sostanziale incompetenza del nostro governo ad affrontare problemi istituzionali, invece che solo quelli legati alla finanza del paese.  

Le relazioni tecniche della Camera e del Senato, investite del problema, non hanno ritenuto di potere quantificare alcuna cifra in termini di risparmio, dai risultati di queste misure. Eppure sono state realizzate con decreto d’urgenza (figuriamoci). Qualcuno sa spiegare il perché? Attenzione, eliminare una provincia, significa eliminare tutte quelle istituzioni che hanno rilevanza provinciale: tribunali, prefetture, questure, camere di commercio, Genio Civile, comandi provinciali ecc. ecc.

Per giustificare queste scelte, si continuano a richiamare gli obblighi assunti dal nostro Paese, con la lettera di intenti scritta una anno fa e indirizzata all’Europa e alla BCE, ma nessuno ricorda che l’Italia ha assunto precisi obblighi derivanti dalla Carta europea dell’autonomia locale, firmata a Strasburgo il 15 ottobre 1985, ratificata da 45 Paesi, cui è stata data esecuzione in Italia con Legge 30 dicembre 1989 n. 439

Un trattato in realtà, che sanciva che “la difesa ed il rafforzamento dell’autonomia locale nei vari Paesi europei rappresenti un importante contributo alla edificazione di un’Europa fondata sui principi della democrazia e del decentramento del potere e che ciò presuppone l’esistenza di collettività locali dotate di organi decisionali democraticamente costituiti, che beneficino di una vasta autonomia per quanto riguarda le loro competenze, le modalità di esercizio delle stesse, ed i mezzi necessari all’espletamento dei loro compiti istituzionali”.

Un trattato che prevede che il principio delle autonomie locali debba fondarsi su una base legale, di preferenza di rango costituzionale, non certo riformabile con un decreto d’urgenza di un governo balneare.

Un trattato che stabilisce che le autorità locali, devono essere elette a suffragio universale e non per nomina.  

Un trattato in cui si sanciva che tali autorità, “devono essere in grado di regolamentare e gestire gli affari pubblici, negli ambiti individuati dalla legge, sotto la propria responsabilità e nell’interesse della popolazione locale”. 

Un trattato da cui discende che l’esercizio della responsabilità pubblica deve essere affidato, di preferenza, alle autorità più vicine ai cittadini, dovendo essere riservate alla competenza delle autorità di livello superiore solo quelle responsabilità che non possono essere assunte efficacemente ai livelli inferiori.

Un trattato che indica i “principi volti alla protezione dei limiti territoriali (!!!) delle autorità locali, le strutture ed i mezzi amministrativi adeguati per la realizzazione dei compiti delle stesse amministrazioni, le condizioni per l’esercizio delle responsabilità a livello locale, il controllo amministrativo degli atti delle autorità locali, le fonti finanziarie delle autorità locali e la protezione legale delle autonomie”.

Se c’è una cosa in cui siamo maestri, è come si fa a non rispettare i trattati !

 

 

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