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Lettere al giornale. Uscire dall’euro: una speranza ma anche un incubo

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Lettere al giornale. Uscire dall’euro: una speranza ma anche un incubo

Questa lettera è dedicata a due amici virtuali: Francesco Checcacci, brillante economista e Benedetto Croce, non quello vero però, ma il nickname noto a questo giornale, di cui ignoro l’identità

 


Per sgomberare dubbi ed evitare inutili equivoci desidero che siano chiari due punti:

1. Non intendo assolvere la nostra classe politica e di governo dalle loro enormi responsabilità per la pessima gestione della cosa pubblica, debito compreso ovviamente, e tocca a noi e a noi soli salvarci.

2. Uscire dall’euro è per me una speranza ma anche un incubo, questo per colpa di chi ha voluto, con scelta che non esito definire criminale, non solo fare un salto nel buio con un esperimento di ingegneria politico-finanziaria, ma anche non aver voluto immaginare una exit strategy.

Il mio è solo un invito ad approfondire come è accaduto, perché è accaduto, e come eventualmente uscirne con il minor danno possibile. A meno che non ci buttino fuori. Purtroppo dell’argomento Europa ed euro, nonostante queste due parole siano le più ricorrenti sui giornali da anni, non se ne è mai parlato (media, politici, capi di governo, segretari di partito, maitre a penser, conduttori, intrattenitori, Presidenti della Repubblica, nani e ballerine) se non in termini trionfalistici (oggi un po’ meno), per luoghi comuni e slogan, come un dato scontato, come una sorte inevitabile quanto progressiva e radiosa e mai, se non in figure di nicchia ovviamente oscurate e considerate al limite della follia, in termini critici, di analisi delle ragioni vere per cui sarebbe necessaria l’Europa come istituzione sovranazionale e l’euro come moneta unica. La grande propaganda ha funzionato a meraviglia.

Vorrei che chiunque si azzardasse a leggere questa lettera si ponesse, sgombro da pregiudizi, queste due domande: Perché veramente l’Europa e perché l’euro?

Il mio contributo non può che finire qui perché, per attenuare il gap informativo di decenni di auto-censure indotte, è necessario, anche se apparirà pedante, presentare una mini rassegna stampa di pareri abbastanza freschi dati da persone note, rispettabili, appartenenti quasi tutte all’establishment culturale e giornalistico dei salotti buoni. Attendibili per definizione, insomma. Ci sarà anche qualche parere espresso da figure non proprio ortodosse. Pareri scelti tra quelli che mettono a fuoco alcuni problemi. Al termine o all’inizio di ogni parere una mia brevissima nota.

Angelo Pianebianco, L’integrazione e gli interessi, Corriere della Sera, 13 agosto 2012

Prima ci sbarazzeremo della visione irenica, apolitica appunto, dell'integrazione europea e prima e meglio potremo contribuire alla causa comune (l'integrazione) difendendo contemporaneamente, con la durezza necessaria, i nostri interessi.

Purtroppo, bisogna dirlo, l'Italia non è ancora attrezzata per giocare al meglio questa complicata partita. Non solo perché, ovviamente, non si può difendere niente se non si è messo in ordine la propria casa, se non si è diventati efficienti e competitivi. Ma anche per una ragione culturale: per decenni, l'Italia pubblica ha creduto di potere sostituire l'europeismo al patriottismo («bruciato» dall'avventura fascista e dalla sconfitta della Seconda guerra mondiale), di fare del primo un surrogato del secondo. Non si è mai adeguatamente preparata per una partita in cui il problema è mantenere un ragionevole equilibrio fra le ragioni dell'europeismo e quelle del patriottismo; lavorare per la causa comune e, insieme, tutelare i propri interessi in una competizione in cui nessuno regala niente a nessuno.

E’ evidente come Panebianco dia per scontato la permanenza di un stato nazionale sovrano, cosa che ormai non è già più.

Ernesto Galli della Loggia:

Ma ciò detto, va aggiunto subito dopo che quanto sta accadendo pone all'Italia, mi pare, tra le tante, anche una delicatissima questione di costituzionalità (e a mio giudizio sarebbe stato bene che non si fosse posta oggi per la prima volta: sennonché la nostra Corte Costituzionale, per ragioni che ignoro, non ha mai ritenuto di dovere imboccare quella via di rigida salvaguardia della sovranità nazionale nei confronti della costruzione europea che invece ha imboccato a suo tempo la Corte Costituzionale tedesca; dalle cui decisioni, così, anche noi finiamo oggi grottescamente per dipendere).

Nella nostra Carta, infatti, esiste un articolo 11 secondo il quale l'Italia può consentire alle limitazioni di sovranità ma «in condizioni di parità con gli altri Stati», ed evidentemente solo a queste condizioni. Non sembra allora inappropriata la domanda: quali mai «condizioni di parità» sarebbero garantite nell'eventuale cessione di sovranità alla quale ci vedessimo costretti in base alla richiesta di aiuto alla Banca centrale europea? Qui si tratta evidentemente di condizioni decise di volta in volta per diretto impulso dei governi, con contenuti ogni volta mutevoli. E dunque mi chiedo: che certezza può mai esservi che il trattamento oggi riservato all'Italia lo sarebbe domani, mettiamo, anche alla Germania? Cioè che siano effettivamente rispettate le «condizioni di parità» volute dalla Costituzione? Senza contare - altra considerazione all'apparenza non irrilevante - che sempre la nostra Costituzione stabilisce nel medesimo articolo che le limitazioni di sovranità di cui si sta dicendo possono essere fatte solo se «necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni». E allora ecco una nuova domanda: di quale «giustizia» è questione negli obblighi che dovremmo eventualmente prendere per salvarci dallo spread ? La giustizia del «guai ai vinti» o quale?

Come sopra: anche Galli della Loggia pone il problema della sovranità, ma ormai siamo a “sovranità limitata”, terribile formula da Cecoslovacchia del dopo Dubcek. Però senza carri armati.

Markus Kerber, Economista “tedesco di Germania”, Corriere della Sera, 15 agosto 2012

Il professor Markus Kerber risponde al telefono dal suo studio, all'associazione Europolis a Berlino. È lui che ha presentato il ricorso della ultim'ora alla Corte Costituzionale di Karlsruhe per ritardare la sentenza del 12 settembre, dopo aver già firmato uno dei sei ricorsi contro il fondo salva Stati. Senza successo. Chi si aspetta un euroscettico astioso, si sbaglia. «Sono un europeo pragmatico», dice. Convinto che l'euro è fallito, ed è deleterio «tentare di resuscitarlo». …

 …Il meccanismo del salva Stati, dice, è perverso: appena un Paese chiede gli aiuti, smette di pagare per gli altri. «Non so perché la Slovenia e la Slovacchia non chiedano il bailout, così invece di pagare, gli altri pagheranno per loro». Alla lunga, per la Germania sarà un costo insostenibile. Il problema dell'Italia («voi pagate tassi troppo alti») per Kerber è proprio l'euro. «Non può funzionare un'unica moneta per economie così diverse. Infatti, l'euro è economico per la Germania, troppo caro per il Portogallo e forse per l'Italia. Era un progetto dei francesi per abolire la Deutsche Mark».

L'ALTERNATIVA - Lui un'alternativa c'è l'ha. La chiama «compromesso storico». Si dovrebbe creare una nuova moneta, la Guldmark, da affiancare nei paesi del Nord all'euro. Ma non è proprio il tenuto break-up , la distruzione dell'euro? «No, perché le due monete coesistono, e solo al termine di una lunga evoluzione i popoli scelgono una delle due. Però la Volkswagen non potrà pagare gli stipendi in euro e vendere le auto in Guldmark». Invece, i politici non vengono ai patti con la realtà. «Fanno come Hitler nel 1944, quando la guerra era persa». E non sono all'altezza. Monti: titubante. La Merkel: «Un'anziana leader della gioventù comunista, senza un'idea». Barroso: «Come Breznev, senza un mandato democratico». Juncker: «Difende gli interessi delle banche lussemburghesi». Van Rompuy: «Un sonnifero». Invece servirebbe de Gaulle: «Un grande leader, ha messo fine a 132 anni di presenza francese in Africa. E ha avuto il coraggio di dire ai francesi: è finita»

Ecco il punto: solo al termine di una lunga evoluzione i popoli scelgono una delle due. Invece con l’euro si è fatto, in maniera criminale ripeto, il salto nel buio.

Franco Debenedetti (ex senatore PDS), L’Euromoralismo, Il Foglio, 6 agosto 2012

Se l’Europa non avesse scelto di avere una moneta comune, o se il trattato che la istituisce fosse stato diverso, l’Europa sarebbe continuata a esistere. Nella storia d’Europa c’è già stata una moneta unica, il gold standard: durò cent’anni, e fu uno dei periodi di maggiore crescita e benessere per gli stati europei; era possibile aggiornare quel modello, con una Banca centrale indipendente dalle politiche degli stati, invece del rapporto con un bene fisico, a preservare il valore della moneta. Oppure l’Europa poteva essere semplicemente un insieme di stati in cui realizzare le condizioni di un’economia liberale, un grande mercato senza barriere al movimento di merci, persone e capitali, uno spazio concorrenziale per  iniziative e invenzioni.

Ma ai padri fondatori dell’Europa simili progetti sembravano roba da mercanti, gretti ed egoisti: diversi erano i sogni di cui si erano nutriti quelli che erano sopravvissuti ai drammi della guerra e dell’olocausto.  L’Europa nasce dall’idea che ci debba essere una visione morale che nobiliti l’obiettivo politico. Morale era la motivazione di Adenauer e Schuman, eliminare per sempre la possibilità di un’altra guerra sul suolo europeo. Gli obiettivi politici, via via indicati, si sono rivelati inconsistenti o irraggiungibili. L’Europa come barriera in funzione anti Urss è una giustificazione ex post: per quel compito c’è la Nato, che funziona, mentre i tentativi di una difesa comune europea sono pateticamente falliti. Quanto alla politica estera comune, dopo decenni che se ne parla, ora c’è “un numero telefonico unico a cui chiamare l’Europa”, ma quel che si ode è un’imbarazzante cacofonia: perfino nel caso, certo non complesso, della Libia. L’Europa come potenza che equilibri quella americana ha solo prodotto la brillante metafora degli Stati Uniti d’Europa che con il loro soft power riequilibrano sullo scacchiere mondiale l’hard power degli Stati Uniti d’America. La geopolitica dei blocchi, Usa Europa Cina, è roba da pre globalizzazione

Quando si fonda la politica su un’idea morale, sorgono problemi rilevanti

Oggi, di fronte alle convulsioni dell’euro, e ai tentativi di trovare una soluzione che tenga insieme l’obiettivo politico di restare uniti e l’esigenza morale di evitare gli azzardi, si cerca di individuare gli errori nella costruzione dell’euro, ci si affanna a trovare soluzioni tecniche per arginare la crisi. La tecnica non può risolvere problemi politici. Gli errori della costruzione dell’euro dipendono dai fondamenti su cui venne costruita l’Europa: dalle sue illimitate aspirazioni morali, dal solidarismo, dal perfettismo, dal modello di repubblica degli ottimati opposto alla democrazia dei cittadini. Bisognerebbe quindi evitare di concentrarsi  sull’analisi normativa delle cose da fare oggi, e risalire invece all’analisi positiva delle sue cause prime. Seppure in un senso affatto diverso da quello che aveva in mente la Merkel, davvero “se cade l’euro, cade l’Europa”.

Debenedetti ha ben chiaro che il fallimento dell’Europa e dell’euro sta nei suoi astratti presupposti politici e che la tecnica, cioè la finanza, non può risolvere questi problemi.

 

Vaclav Klaus, Presidente della Repubblica Ceca, economista, già Primo Ministro, Ministro delle Finanze  e Presidente della Banca Centrale Cecoslovacca. Testo: Integrazione Europea senza illusioni, post Fazione di Sergio Romano, Università Bocconi Editore, 2012

Su Wikipedia viene bollato, al solito, come “euroscettico”. Praticamente un modo per delegittimarne il pensiero, cioè l’”euroscetticismo” è uno sbaglio per definizione. Il Grande Fratello europeo, che ci governa in maniera impersonale, ha stabilito così. Quelle che seguono sono una raccolta di frasi, trattandosi di un libro.

A eccezione della coalizione d’interessi che trae la propria ragion d’essere  dall’UE (i politici e i funzionari della UE, i gruppi d’interesse mediatici, affaristici, scientifici e artistici – che sfruttano come parassiti i vari progetti europei nei singoli stati membri), non c’è nessun altro che difenda oggi l’evoluzione dell’Europa. A eccezione forse dei sognatori che ambiscono alla creazione di un’unica grande comunità umana (e se non si può farlo in tutto il mondo, ci si provi almeno in Europa): insieme a Karl Marx, ormai da più di 150 anni costoro sognano il momento in cui lo Stato come entità autonoma finalmente sarà dissolto. Tuttavia, a differenza di Marx, queste persone non credono che la nuova entità sarà creata dalla classe operaia o dal proletariato bensì, come alludono con modestia, da loro stessi…..

Sotto il profilo delle sue finalità, ma anche di alcune modalità, rappresenta la prosecuzione di antichi e ripetuti sforzi di unire il continente…..l’esempio dei Romani ha costantemente ispirato i sogni sull’unità europea. A differenza di quello degli Asburgo, di Napoleone, di Hitler o di Stalin il nostro è il primo tentativo di unire il continente con mezzi pacifici… Per questo motivo tale tentativo appare molto più innocente rispetto ai precedenti.

Jean Monnet, uno dei padri fondatori, pronunciò nel 1952 all’ONU queste memorabili parole: “Il popolo europeo deve essere condotto verso un superstato senza che si renda conto di quello che gli succede”….

..Anche se si trattava ancora di un’integrazione “soft”, la CEE cominciò del tutto logicamente a creare i propri uffici europei, la propria burocrazia, i propri uomini politici “europei”, i lobbysti, i ben introdotti giornalisti dipendenti delle istituzioni europee: semplicemente, essa diventò un business (oltre che un grande datore di lavoro). E le persone che vi partecipavano, così come le istituzioni stesse, iniziarono a vivere una vita propria e –all’inizio lentamente e con cautela, tuttavia in modo coerente – a liberarsi del ruolo di meri servitori degli stati membri…..

..La burocrazia di Bruxelles diventava sempre più imponente… e contemporaneamente aumentava il suo potere, cresceva rapidamente il numero di persone che vivevano a Bruxelles o che da Bruxelles traevano i loro guadagni, si rafforzava l’europeismo (non il comune sentire europeo, che è ben altra cosa)….

Sapendo che prima o poi saremmo entrati nella UE, già allora vivevo nell’inquietudine quando, introno all’anno 1992 Jacques Delors cominciò a cercare “l’anima” dell’Europa. Aveva ben compreso che non era possibile accendere l’entusiasmo degli europei per la UE (non per l’Europa, poiché ogni persona normale che vive in Europa ha per essa una naturale e autentica considerazione) solo con “vili” argomenti sui vantaggi economici. Ci voleva qualcosa di spirituale: da qui la “divinizzazione” dell’Europa operata da Delors….

…Io vedo un importante “costo”, o meglio pericolo. Gli storiografi ci dimostrano in modo del tutto convincente che la frammentazione  dell’Europa – a confronto con altri imperi – ha dato origine alla sua libertà. Ciò implica che la più grande garanzia di libertà individuale è incarnata dallo Stato nazionale e che in questo senso l’unione di tutto il continente , governata da una sola autorità centrale, rappresenta un indiscutibile pericolo. Pertanto, non dubito minimamente che la conservazione dello Stato nazionale rappresenti il presupposto chiave per la vita di una società liberaldemocratica. L’europeismo di Maastricht è un prodotto del pensiero illiberale, il quale, purtroppo, non è esclusiva dell’approccio socialista o socialdemocratico, ma è presente anche nell’atteggiamento democratico cristiano. Nel 1993 il premier francese Balladur (non socialista) alla domanda su cosa fosse il mercato diede questa memorabile risposta: “Il mercato è la legge della giungla, è la legge della natura. E la civiltà è la lotta contro la natura”. …

….La prima conclusione è stata che da allora in poi non si sarebbero svolti ulteriori referendum, poiché l’opinione degli elettori complica inutilmente le cose. L’altra conclusione, una trovata dei giuristi e collaboratori di Angela Mekel, stabiliva che ai cittadini non si dovesse presentare il testo completo della Costituzione, fornito integralmente, relativamente comprensibile e pertanto sincero, ma che tutto si dovesse fare con modifiche poco comprensibili e illeggibili (persino per un esperto) dei Trattati, con l’utilizzo di inserti nel loro testo di partenza oppure, al contrario, eliminando alcune frasi o parti di esse.

Finisco qui questa lunga in un colpo solo ma in realtà brevissima rassegna di temi e pareri. Ho saltato altri autori ed anche molto importanti ma ritenuti più estremi, per cercare di offrire un quadro equilibrato.

Ma potrei citare l’antropologa e giornalista Ida Magli, con i suoi numerosi libri e l’ultimo in particolare: Dopo l’Occidente, BUR, 2012, o una lunga serie di articoli del filosofo inglese Roger Scruton, i cui testi appaiono spesso su Il Foglio. Oppure i dubbi di Paolo Savona, ex ministro o le provocazioni di Carlo Pelanda o lo stesso Lucio Caracciolo, direttore di Limes, gruppo L’Espresso spa, ecc.

E adesso mi aspetto un’infinità di discorsi sullo spread e sulla devastante inflazione e senza euro siamo nessuno e altri tecnicismi da Azzeccagarbugli che nulla aggiungono al problema politico e culturale d’origine:

Perché l’Europa come istituzione? Perché l’Euro? La democrazia fa così schifo da preferire la cessione di sovranità nazionale ad un impersonale e burocratico superstato di tipo orwelliano, forma raffinata ed edulcorata del ben più grezzo “uomo forte”, ma che ha almeno il pregio di poter essere eliminato con un tirannicidio?

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