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Pionta: la piccola Atlantide abbondonata

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Pionta: la piccola Atlantide abbondonata

L'abitudine tutta Aretina di sminuire ed ignorare i patrimoni naturali del territorio

 

 

 

 

L'insediamento del Pionta è ancora oggi il simbolo di tutti quei significati che storicamente si accompagnano allo status di un centro urbano: quello di uno spazio civile, che accomuna ambiti umani e naturali, istituzionali e materiali, religiosi e laici variegati; quello di laboratorio di esperienze differenti, miranti alla creazione di un unicum culturale e sociale solido e coeso pur nelle sue innumerevoli eredità.

Ubicato in un’area esterna al centro storico cittadino di Arezzo, nel corso del II-III d.C. venne occupata da un’area cimiteriale che fu in seguito riutilizzata in età altomedievale e medievale, probabilmente a causa della sepoltura del Vescovo Aretino S. Donato deceduto nel 304 d.C. Le fonti letterarie di età longobarda identificano in questa zona la sede epistolare legata al complesso cattedrale in cui esercitava una scola per la formazione del clero. L’area manterrà questa caratteristica, ovvero diverrà il centro clericale-monastico della città pur essendo fuori dall’urbe stessa.

Raggiungerà il suo apice monumentale con l’inizio dell’XI secolo quando il Vescovo Adamberto commissiona importanti opere di ristrutturazione della vecchia chiesa dedicata a S. Maria e S. Stefano e l’edificazione ex novo di una cattedrale dedicata a S. Donato proprio dove doveva trovarsi il “parvum oratorio”, ossia il sepolcreto di S.Donato fatto erigere da Gelasio nel IV secolo d.C.

Manterrà questa centralità fino al 1203, anno in cui, con una bolla Innocenzo III sanziona il trasferimento della Cattedrale intra moenia. Sino ad allora il colle del Pionta è attestato come castrum vescovile al cui interno opera una vera e propria città, parallela al centro urbano di Arezzo. Qui si svilupparono edifici legati al culto come le due chiese menzionate, la Canonica, le abitazioni del clero e le varie scuole (copistica, calligrafia, archivistica e canto), alcuni complessi residenziali, diverse botteghe ed officine ecc.

Fino al 1561 quando, per ordine di Cosimo I dei Medici, il colle e i suoi edifici furono completamente rasi al suolo. Alla induscutibile ricchezza storica si devono aggiungere le indagini archeologiche che hanno interessato l'area (a onor del vero, solo saltuariamente) a partire dai primi anni del '900 per giungere fino al 2005, ma oggi l'assenza di un progetto di indagine estensiva e continuativa, nonché di valorizzazione di questo patrimonio, non permette di apprezzare un sito unico nel suo genere, ovvero una vera e propria città vescovile che si conserva intatta nel sottosuolo della città di Arezzo.

In Italia, infatti, il colle del Pionta rappresenta un unicum assieme alla città di Modena, ma con una netta differenza rispetto a quest'ultima, ovvero la differente urbanizzazione moderna. Le indagini archeologiche sino ad ora condotte hanno restituito solamente una minima parte dell'intero complesso monumentale, mentre è totalmente assente lo studio della cultura materiale, attraverso cui esplorare gli aspetti socio-economici non solo della "cittadella vescovile" ma anche dei nostri avi che hanno popolato e costruito la città di Arezzo.

Gli interventi archeologici condotti in passato hanno portato alla luce il complesso monumentale della chiesa di S. Maria e S. Stefano, che si instaurerebbe, sin dall’altomedievo, su di una necropoli paleocristiana. Al tempo stesso sono state riconosciute le varie fasi di trasformazione dell'edificio cultuale, lungo il versante nord il proseguo dell’area sepolcrale e parte di una cinta, infine nella zona sud del colle parti di edifici abitativi e artigianali.

La necessità di riprendere un'indagine conoscitiva nasce dal fatto che il Pionta costituisce un patrimonio storico, archeologico e ambientale che, per la sua naturale collocazione urbana, si presta perfettamente alla realizzazione di un progetto di parco archeologico.

Al momento l'area su cui sorge è destinata a verde pubblico, ma versa in un impressionante stato d'incuria, nonostante sia da anni al centro dell'interesse delle varie amministrazioni locali che si sono succedute. Basta una passeggiata per rendersi conto personalmente come l'intero sito versi in uno stato di abbandono ed in forte degrado.

Allo stesso modo, i resti di una necropoli, che rappresenta un ulteriore unicum in ambito urbano italiano, della chiesa di S. Maria e S. Stefano (indagata archeologicamente negli anni '60 e '70) presentano crolli strutturali dovuti alle intemperie, così come altri tre settori oggetto di scavi sistematici, condotti dall'Università Degli Studi di Siena tra il 2000 e il 2005, versano in completa trascuratezza.

La totale mancanza di una manutenzione periodica, con la conseguente crescita di piante infestanti che contribuiscono al generale degrado dell'area e delle strutture archeologiche ivi conservate; i saggi di scavo, abbandonati da sei anni, e le zone annesse ad essi, adibite a scarico di terreno, sono sprovvisti di una recinzione adeguata, senza tralasciare uno spregiudicato vandalismo che danneggia un patrimonio culturale cittadino inestimabile, rendono nel complesso, l'intera area archeologica un vero e proprio immondezzaio.

Il colle del Pionta è da considerarsi uno scavo urbano ma la sua particolare ubicazione consente di effettuare scavi sistematici estensivi, anche prolungati nel tempo, per mezzo dei quali capire il contesto ma soprattutto valorizzarlo e quindi renderlo fruibile al pubblico. Essendo un'area di scarsa urbanizzazione, per anni rilegata a terreno ortivo annesso all'ospedale psichiatrico ed in seguito destinata ad area di verde pubblico attrezzato, ma con scarsi risultati, rappresenta il terreno ideale per ripartire con un progetto di rivalorizzazione e riconversione socio-culturale di un area urbana.

Questo fa del sito del Pionta, con i suoi monumenti e la sua storia, uno dei luoghi migliori e già preposti “naturalmente” a divenire un polo culturale, fulcro centrale da cui poter ridare il giusto slancio per il turismo aretino.

 

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