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La politica dello strappo

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La politica dello strappo


Qualche giorno fa un autorevolissimo collega mi ha invitato a non buttare via il bambino con l’acqua sporca, riferendosi alla mia polemica contro gli Ordini professionali.So che la sua posizione esprime una convinta adesione ad un metodo riformatore teso a migliorare l’assetto complessivo della società con progetti seri edevitando traumi e fughe in avanti; tuttavia trascura un dato essenziale della nostra società: il suo immobilismo, da cui si esce solo con la politica dello strappo.

Non è di Ordini che voglio parlare, ma di come sia impossibile in Italia, ma direi anche in ogni società complessa (mi spiace ricorrere a questo abusato aggettivo),cambiare qualsiasi cosa se non con strappi e spallate. Faccio notare che, tra l’altro, è un sistema assolutamente consueto. Alcuni esempi chiariscono il concetto.

Senza voler rifare la storia d’Italia, il sistema della così detta Prima Repubblica, con tutte le sue incrostazioni politiche che facevano perno sulla triade Democristiani-Socialisti-Comunisti (vedi incarichi pubblici), è caduto in virtù di un evento traumatico quale tangentopoli, cioè grazie ad un agente esterno alla politica: la magistratura. In precedenza il mondo era cambiato grazie alla caduta del Muro di Berlino, evento inimmaginabile poco tempo prima. Se non sono strappi questi!

Ma siamo solo all’inizio. La gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto fa flop ed ecco invece irrompere in scena il Cavaliere, con un partito organizzato in pochi mesi, con tanto di legittimazione democratica del Movimento Sociale Italiano, fino ad allora recluso nel ghetto da quell’italica invenzione detta arco costituzionale. Qualcuno avrebbe potuto programmare o prevedere un evento del genere? Mica male come strappo! Da quel momento, comunque la si pensi, e io ne penso tutto il bene possibile, la politica e la società stessa non saranno più le stesse. Vorrei sapere se c’è qualcuno che rimpiange i riti della prima repubblica, la cappa di conformismo che si viveva anche in questa città, bloccata per oltre cinquant’anni dalla solita triade: chi era dentro bene, chi era fuori non veniva “fatto fuori”, ma era fuori per davvero. La protesta individuale era possibile ma all’interno di ciascun partito, e così era rispettata la convenzione di trovarsi in un sistema democratico. Né giova rimpiangere le qualità individuali dei vari amministratori e politici del tempo, perché erano sololo specchio di una società sostanzialmente chiusa, organica per certi aspetti, politicamente ordinata in quanto diretta dall’alto, certamente tesa anche alla ricerca di sviluppo e benessere. Ma era molto più facile apparire bravi con partiti forti e organizzati alle spalle.

Continuiamo con il rapido excursus. Il Cavaliere non piace alla stampa, alla snobbissima e coccolatissima intellighenzia,ai salotti buoni dell’economia e della finanza, e cosa accade? Il Corriere della Sera pubblica in anticipo un avviso di garanzia: cambia il governo. Saltiamo i numerosi passaggi intermedi e arriviamo ai giorni nostri, al governo dei tecnici. Comunque lo si giudichi nel merito, è innegabile che gestazione e nascita siano state uno strappo alle regole democratiche voluto dall’Europa, in Italia come in Grecia, preparato e guidato, con saggezza e con fini nobili, dal Presidente Napolitano; ma è compatibile con una democrazia un governo dei migliori privo di quella legittimazione democratica che può venire solo dal voto dei cittadini? E’ davvero conciliabile la democrazia, cioè il governo del popolo, con l’aristocratica illusione che debbano essere gli esperti a guidare un paese, o non è invece l’esatto opposto di una società aperta, democratica e basata sulle scelte dei cittadini? Certo, è il Parlamento eletto che vota il governo, ma ha davverolibertà di scelta? Altro strappo colossale alle regole realmente fondanti un sistema democratico.

Capitolo liberalizzazioni: chi è stato il primo a farle? Nessun dubbio: il Ministro Bersani. In una notte ne stese una lenzuolata, forse prendendo un po’ a caso, forse sbagliando qualcosa, anche ridimensionata dalle proteste di tassinari e farmacisti, ma è servita comunque a infrangere un tabù: dall’oggi al domani molti hanno visto annullarsi i propri privilegi di casta. Un’altra rottura, un altro strappo che ha cambiato però la percezione di un modello di società. Al tempo fece scalpore, e quelle di oggi, che non sono molto più efficaci di quelle di allora, non sarebbero state possibili senza quel gesto apparentemente sconsiderato e improvvisato di Bersani, a mio parere invece consapevole e meditato perché capì quale fosse l’unico modo possibile per cambiare.

Articolo 18: appena lo nominava, il ministro Sacconi vedeva alzarsi le barricate. Chi riesce a modificarlo? Un governo nato da uno strappo, da una anomalia. E oggi tutti i partiti, o quasi, sperano che Monti faccia più cose possibili tra quelle che nessun altro governo “eletto”abbia mai potuto fare in passato né potrebbe fare in futuro, per ritrovarsi le castagne tolte dal fuoco e illudersi di passare così qualche altra legislatura a vivacchiare.

C’è chi immagina che oggi siano possibili grandi disegni riformatori basati su grandi progetti articolati in fasi successive, in una road map come si usa dire, quando è invece evidente che non è più possibile progettare azioni politiche nel periodo lungo. Direi che non solo non è possibile, ma forse non è nemmeno auspicabilegiacché nessuno può prevedere cosa accadrà nel breve termine, figuriamoci nel lungo. Dunque la politica dello strappo,che è politica del conflitto, metafora fedele della vita perché più umana degli artificiosi e tristi riti consociativi, oltre che servire a rompere situazioni di stallo,ha anche il pregio della flessibilità. L’unica condiciosine qua non sta nella premessa, cioè avere chiara in mente un’idea di stato e di società, di sapere quale deve essere l’irraggiungibile punto di arrivo, di avere principi solidi sui quali verificare ogni azione di governo, strappi compresi. Potrà non piacere a molti, ma credo sia inevitabile continuare a conviverci.

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