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La casta della controinformazione

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La casta della controinformazione

Ieri ho avuto modo di constatare che la controinformazione in Italia non esiste. O meglio. Esiste solo ed esclusivamente se ti chiami Marco Travaglio o se scrivi per “giornali accreditati”. Ma a quel punto hai dei limiti a quel che scrivi, se anche su un giornale locale di una piccola provincia capita che un articolo che sfiora in modo lieve la politica nazionale venga visto “non di buon occhio” da direttore e dall’editore, tanto da arrivare a scrivere che “se lo avessero letto prima…”

Mi chiedo allora cosa si intenda per “controinformazione” in Italia. Non venite a raccontarmi della libertà di stampa per favore.  Quella c’è se la vogliamo usare. Lo dico da sempre. Ma cosa pensate voglia dire CONTROINFORMAZIONE? Perché io ho una mia idea chiara del termine e cerco di mettere in pratica questo mio pensiero.
Sui quotidiani, tutti, locali e non, si parla sempre delle stesse cose e parlano sempre le stesse persone. E ci raccontano quel che vogliono. Quel che gli fa comodo. E chi controlla se quel che scrivono è reale? Nessuno. Il semplice fatto che sia un articolo apparso su “Corriere della Sera” o su “Repubblica” ma anche su “IL Giornale” o su “Libero” diventa motivo di “credito”.

“Se lo scrivono segno che sanno quel che fanno”.
Purtroppo però non è così. Lo dimostrano le tante inchieste che ancora oggi sono aperte legate a grandi incidenti, come Ustica, per fare un esempio. E quindi ecco che i titoli dei giornali che erano usciti al momento dell’incidente vengono ribaltati. Vengono riprese teorie che erano state date per assurde e vengono portate, ora, avanti da firme di tutto rispetto. La persona che fece per prima la sua ipotesi su Ustica ancora oggi racconta di come sia stato minacciato, vessato, e accusato delle cose più assurde. Ma non abbiamo imparato. NO.

Anzi. Ogni giorno alimentiamo il calderone della falsacontroinformazione. Si fanno girare articoli che pare siano di contro informazione ma che in realtà non dicono nulla di che. E quando qualcuno osa dire “qualcosa non torna… potrebbe essere che…” allora “dagli addosso all’untore” e smonta tutto. Attenzione. Smonta tutto, non la teoria esposta. Su quella, se è stata fatta bene, se è circostanziata, non è fattibile dire nulla. Ma sulla persona che scrive si. E quindi succede che se fai controinformazione vera, e dici anche le cose scomode, non sei credibile perché non scrivi sui giornali “accreditati”.  Se ipotizzi per il disastro del naufragio della Concordia un incidente causato da cose reali, come la mafia russa, o il traffico illegale di rifiuti, ecco che arriva l’anonimo, tanto coraggioso che nemmeno si firma, che non smonta la teoria, non potrebbe, prova a smontare la persona, attaccandola e sperando di “farla desistere dal dire e dello scrivere” (citazione da un messaggio diretto dell’anonimo).
Ma allora che contro informazione vogliamo in Italia? Solo quella contro le beghe (vere o false che siano) di Berlusconi? E’ contro informazione raccontare se prende o meno il Viagra? Allora signori ho sbagliato tutto. Ho pensato che fare contro informazione fosse raccontare le cose di cui vengo a conoscenza che i media “accreditati” non raccontano perché fastidiose, scomode. Perché li mettono contro a quello stesso potere che li fa stare aperti. Che li paga per mangiare. Gli vogliamo dare torto? Un po’ si, ma non si può certo condannare un direttore che se scrive qualcosa che non piace all’editore rischia il posto.

Quando in Italia la contro informazione sarà accetta per quello che è, cioè notizia raccolta e raccontata dal basso, da chi non fa il giornalista e non gli interessano i 15 minuti di notorietà? In genere chi fa vera contro informazione lo fa trovando il tempo tra un lavoro e un altro, tra un appuntamento e una riunione, saltando la pausa pranzo e spostandosi a spese sue per andare a cercare fonti e ascoltare persone.

Fin tanto che ci saranno persone che sembrano “pagate” per dare contro alla contro informazione allora ci saranno sempre persone come me che  non avranno timore a dire “io la penso così” anche se questo scatena un inferno. Di email a cui rispondere, di telefonate a cui rispondere, di incontri (alcuni anche scomodi) con persone che vogliono dettagli. E magari prima o poi si scopre che “il pirla che di Ustica diceva è un complotto” non dovrà aspettare 20 anni per vedere che la sua teoria viene presa in considerazione e viene seguita una pista investigativa che porta, prima che sparisca tutto, a dare le colpe a chi le merita e a togliere il marcio prima che diventi concime di nuove colture.

Sofia Riccaboni

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