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Referendum. La volontà popolare sfregiata in tempo di crisi

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Referendum. La volontà popolare sfregiata in tempo di crisi

 

Quello che sta succedendo è gravissimo: il governo d’emergenza, creato con un’alchimia parlamentare, senza passare per il voto dei cittadini, ignora la volontà popolare e vilipende la Costituzione. Nel referendum del 12 e 13 giugno dello scorso anno il 95% degli italiani si è espresso perché l’acqua e i servizi pubblici locali non fossero privatizzati: oggi, invece, si ripropone la stessa disciplina contenuta nell'art. 23-bis del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito nella legge 6 agosto 2008, n. 133. Il governo Monti, in sostanza, nella sua corsa alle liberalizzazioni, non considera un ostacolo l’esito referendario e lo travolge spazzando via l’unico strumento di democrazia diretta previsto dall’art. 75 della costituzione.

E dal Capo dello Stato, garante della costituzione e maggiore sponsor di Monti, non arriva il benché minimo altolà. Anche il Pd tace, nonostante negli ultimi dieci giorni di campagna referendaria, nel giugno scorso, si fosse fatto largo a gomitate per confondersi tra la schiera di soggetti promotori e sostenitori del referendum (nonostante non avesse raccolto una firma né mosso un dito per il buon esito del referendum), quando iniziava a delinearsi una vittoria del fronte del sì.

La Toscana, purtroppo, non fa eccezione: l'ammortamento del 7% in bolletta è rimasto, con buona pace dei cittadini, invariato; vengono prolungati i contratti di gestione del Servizio Idrico; la gestione dei servizi di pubblica utilità (come rifiuti e trasporti) sono vieppiù delegati in mano a gestori privati nel nome della sacra e intoccabile logica del risparmio.

Precursore e maestro di questa deriva antidemocratica è il sindaco di Firenze, che da solo sta privatizzando l’azienda di trasporto pubblico, contro il voto contrario degli altri comuni soci di Ataf, che fa finta di contenere i costi della sua giunta, riducendo a otto il numero dei suoi assessori (tutte figure riconducibili a lui o al suo partito), ma aumentando a ventitré i membri dello staff (rispetto ai cinque di Domenici), con uno spropositato aumento dei costi. D’altronde per Renzi è un’abitudine pesare sulle casse pubbliche, come dimostra la condanna in primo grado da parte della Corte dei Conti della Toscana per il danno erariale dovuto all’inquadramento contrattuale (un livello maggiore del dovuto) di alcuni assunti a tempo determinato, nel periodo in cui era presidente della Provincia. Non è un caso se il suo gradimento è sceso dal 1° al 53° posto, mentre al 1° posto è salito il Sindaco di Napoli Luigi De Magistris che, come pochi altri, si è speso perché il referendum avesse successo e ne ha attuato gli esiti.

Ma questi sono tempi in cui dello strumento referendario e dell’esercizio della volontà popolare sembrano dimenticarsi le massime cariche dello stato. Il premier Monti, sebbene non sia stato eletto, ha pur sempre giurato sulla Costituzione pertanto è inammissibile che per fare cassa vada a scardinare i fondamenti della repubblica democratica che, come capo del governo, è tenuto a rispettare ed onorare. I soldi che gli servono per la manovra può trovarli ovunque fuorché sui capitoli oggetto dei quesito 1 e 2 dell’ultima consultazione referendaria. Potrebbe iniziare a ridurre drasticamente le spese militari, ritirare le missioni di guerra in Medio Oriente, tassare adeguatamente i capitali scudati, frutto nella migliore delle ipotesi di evasione fiscale (ma più probabilmente di malaffare e delinquenza organizzata) e quelli illegalmente esportati in Svizzera, far pagare le frequenze tv invece di regalarle ai monopolisti televisivi. Purtroppo si cerca di far cassa a scapito della volontà popolare, si risparmia sulla democrazia.

Stessa sorte è toccata al referendum per l'abolizione del Porcellum. E' vero, certo, che le sentenze si devono rispettare anche quando non si condividono, come è vero che alla Consulta va il massimo rispetto in quanto organo supremo di vaglio costituzionale, ma che i quesiti non fossero manifestamente inammissibili lo testimonia il pronunciamento di ben centouno costituzionalisti che si sono schierati a favore. Senza voler anticipare le motivazioni della sentenza è legittimo però ipotizzare che il clima politico e la grande apprensione per la crisi in atto possano aver pesato sul pronunciamento della Consulta più del 1.200.000 cittadini che in un mese si erano fatti promotori della necessità di cambiamento dell’attuale legge elettorale, senza contare che circa altri 500.000 non avevano fatto in tempo a depositare la loro firma entro la scadenza. Questa moltitudine di cittadini chiede di poter scegliere i propri eletti in modo da avere un parlamento che la rappresenti e in cui riconoscersi. Un parlamento che riconosca la sovranità popolare, esercitata nelle forme e nei limiti dettati dalla Costituzione.

La crisi non si combatte a scapito della democrazia.

 

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