I novax e le iperbole della retorica

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Saluti nazisti sullo sfondo

di Alessandro Artini

La domanda su chi siano coloro che rifiutano la vaccinazione e che tipo di psicologia essi abbiano è ormai una costante negli articoli dei giornali. Recentemente ho letto che, in Germania, essi comprendono anche persone riflessive e acculturate, spesso dei professionisti, che mantengono verso il vaccino una forte diffidenza. Pare che l’argomento più usato sia quello dello spirito liberticida (così dicono…), che impronta la normativa sulla sicurezza sanitaria. Un giornalista suggeriva, che dietro a questa posizione, si intravede una sorta di inquietudine dovuta ai trascorsi storici del nazismo, di cui esistono tutt’oggi tracce evidenti in alcuni gruppi politici. L’“autoritarismo” del green pass, nella versione tedesca, parrebbe loro aprire la strada a uno spirito autoritario ben più aggressivo e violento. C’è da chiedersi, tuttavia, se un atteggiamento ribellistico, da parte di quelle persone, non contribuisca proprio ad accrescere la forza attrattiva di quei gruppi politici, la cui azione viene paventata, ma che proprio nel caos trova un terreno fertile.

In Italia, seppure un sentimento analogo sia nutrito da una parte dello schieramento oppositivo ai vaccini, non credo che il timore di una dittatura sia particolarmente avvertito. Certamente molti no vax urlano slogan contro la dittatura e alcuni hanno attuato la provocazione insensata di indossare le divise dei carcerati nei lager nazisti, ma non credo che essi temano sinceramente, nel loro intimo, l’avvento di un nuovo fascismo, certamente non alla stregua di quei tedeschi che percepiscono l’ombra imponente e inquietante della dittatura totalitaria che, nella prima metà del secolo scorso, intendeva cambiare il destino dell’intera umanità.

Ho la sensazione, tuttavia, che nell’animo degli oppositori, di quelli che ancora non si sono ideologizzati e irrigiditi, siano state toccate delle corde profonde che li muovono alla resistenza. Forse i “sì vax”, come me, dovrebbero avere il coraggio di scendere nella profondità di quei sentimenti e affrontarli con il dialogo.

A mio avviso, dovremmo scindere l’ambito delle motivazioni, contrarie o favorevoli al vaccino, da quello della legge e del rispetto della stessa.

Affrontiamo la prima questione, che per me è più interessante. Per quanto riguarda il merito delle ragioni scientifiche che soprassiedono a una tale scelta, riconoscendo di non avere le competenze per esprimermi, posso tuttavia osservare che anche gli esperti giudicano come ciascuna scelta nasca da una sorta di bilanciamento dei vantaggi e degli svantaggi. In sostanza, è proprio in base a un calcolo razionale di costi (eventuali effetti avversi) e benefici (protezione individuale e dalle possibili complicazioni della malattia), che si compie la scelta. Per questo vivo l’attesa della terza dose con uno stato d’animo desiderante e, al contempo, inquieto. Ma se il nostro sistema intellettivo funziona secondo la logica dei vantaggi/svantaggi, bisogna ammettere con franchezza che gli svantaggi sussistono a lato dei vantaggi.

Per questo non condivido i cosiddetti esperti di comunicazione, quando suggeriscono di usare tutti gli strumenti persuasori, più o meno occulti, per indurre la popolazione a vaccinarsi. Come se il problema fosse quello di imbonire una massa di beoti a comportarsi nel modo giusto. Invece, forse proprio l’elencazione onesta e critica degli svantaggi potrebbe servire a riavvicinare gli schieramenti. Forse l’ammissione dei dubbi, cioè dei possibili costi della vaccinazione, senza minimizzarli, potrebbe costituire un terreno di confronto. In questo modo, potrebbe essere individuata una parte di argomentazioni “contro” potenzialmente condivisibile anche da chi è a “favore”. Una parte di ragioni sulla quale occorrerebbe riflettere, onde evitare ulteriori e più drammatiche fratture sociali. Ovviamente ciò varrebbe – lo ripeto – per quegli oppositori non ideologizzati, perché coloro che hanno elaborato un sistema integrato di idee, repulsivo di contenuti esterni e alieni, ben difficilmente potranno essere indotti a dialogare.

L’altra sera ho assistito a una trasmissione in cui si invitava lo scienziato Andrea Crisanti (quello che, con Zaia, ha salvato il Veneto dai contagi, che invece si erano invece sviluppati in Lombardia) a tacere i suoi dubbi in televisione (il tema era quello della vaccinazione ai bambini) e a riservarli ai congressi tra scienziati. Alcuni giornalisti affermavano che sarebbe stato meglio aspettare gli esiti della campagna mediatica promossa dal Governo… Ma chi può credere che una madre sia indotta a vaccinare il proprio figlio grazie a qualche spot mediatico? Una campagna di tale natura, infatti, si limiterà a esibire le buone ragioni per vaccinare i bambini, ma non potrà avere un format sostanzialmente diverso dai “consigli per gli acquisti”. Si pensa forse che, tacendo in “prima serata” e affidando i dibattiti ai soli congressisti scienziati, possano essere superati i dubbi di quella parte razionale dell’opposizione? Se questa è l’idea, lo scontro, inevitabile con gli ideologizzati, è destinato a crescere anche con quegli oppositori che ancora mantengono una posizione di razionalità o almeno di ragionevolezza. Se neanche i cretini accettano di essere trattati come tali, a maggior ragione quelle scelte di strategia comunicativa sono inaccettabili per coloro che non lo sono. Sento riecheggiare alle orecchie la voce di un filosofo che invitava gli uomini (l’umanità) a non rassegnarsi alla condizione di “minorità intellettuale”. “Sapere aude!”, dichiarava costui, facendo affidamento sul coraggio intellettuale e morale della conoscenza.

L’ammissione franca, oggettiva e pubblica dei legittimi dubbi sui vaccini è la sola strada che possa condurre poi al comune riconoscimento dei vantaggi conseguenti alla vaccinazione, che, secondo me, sovrastano le ragioni contrarie. Ma un siffatto dibattito razionale (nei termini imperfetti in cui esso può attuarsi) non può aver luogo, neppure in forma minimale, se uno dei soggetti di quel possibile dibattito fosse considerato intellettualmente “minore”. O addirittura se si riservassero i dubbi sui vaccini a conventicole sotterranee di scienziati, dimenticando, fra l’altro, che la scienza è, per sua natura, pubblica (non a caso gli scienziati più valorosi cercano di pubblicare le loro ricerche sulle più prestigiose riviste).

C’è però una seconda questione da considerare, come ho scritto sopra, ed è quella dei comportamenti conseguenti alle proprie opinioni. Chiarisco meglio. Soggettivamente è legittimo dubitare, in linea teorica, dell’equità di alcune leggi. Infatti, i filosofi del diritto (il nostro Bobbio, ad esempio, o il giurista Perelman) spiegano che si hanno molteplici visioni, anche profondamente diverse, di ciò che comunemente si definisce come giustizia. Non per questo, tuttavia, ci si può permettere, sposando una di tali visioni, di non rispettare le leggi vigenti. Ad esempio, potrei pensare che il prelievo fiscale sul mio stipendio (e su quello di molti altri) sia esoso, ma non per questo sarei autorizzato a evadere le tasse. Potrei, invece, attivarmi democraticamente in appoggio a quei partiti che propugnano una riduzione di tasse.

Oppure, infine, potrei praticare forme di obiezione di coscienza moralmente elevate (sempre tenendo conto che l’evasione fiscale è semplicemente un reato e non una di quelle forme).

Esaminando gli esempi storici (per esempio quello del Mahatma Gandhi e della nonviolenza), dovremmo convenire che, solo previo il pagamento di un prezzo personale, si possa esercitare una tale obiezione. Non vi sono scorciatoie. Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma, se vuole testimoniare la propria libertà, si acconci a pagarne il prezzo.