Se la transizione ecologica fosse un salto nel buio?

14

di Francesco Checcacci

Molti parlano di transizione ecologica, specialmente in questo periodo post lockdown e di conferenze per il clima.

Sicuramente ci sono opportunità importanti in settori che si stanno già espandendo, legati all’innovazione ed alla riqualificazione in chiave di risparmio energetico di edifici ed infrastrutture.

Altrettanto certamente, esistono rischi importanti di perdita di quote di mercato e conseguentemente posti di lavoro in settori ‘tradizionali’, come quelli legati ai combustibili fossili ed ai trasporti, particolarmente per automobili alimentate a benzina e diesel. Per queste in particolare, la transizione verso auto elettriche implica un numero di componenti molto inferiore, che a sua volta richiederà un ridimensionamento delle catene di fornitura delle quali l’Italia e l’Europa sono parti molto importanti. L’impatto immediato, nel breve periodo, sarebbe quindi di una diminuzione notevole dell’occupazione in questi settori, mentre nel medio-lungo sarà possibile agganciarsi alle molte opportunità offerte in settori per ora poco sviluppati o ancora nemmeno esistenti.

Altra questione è il prezzo di materie prime e trasporti, sempre nel breve termine, di cui stiamo vedendo già adesso un aumento notevole.

Le motivazioni di questi aumenti sono in parte da ascrivere a componenti transitorie, come un boom di domanda dovuto alla ripartenza dell’economia post lockdown proprio in corrispondenza delle scorte natalizie.

Altre motivazioni sono legate direttamente, ma soprattutto indirettamente, alla transizione ecologica. Infatti, negli ultimi anni, sempre meno investimenti sono stati dedicati allo sviluppo e raffinazione di fonti fossili, in vista di un loro minor utilizzo futuro a favore di fonti diverse, principalmente rinnovabili o almeno non inquinanti.

Inoltre, i produttori di petrolio e gas sentono sempre più vicino un loro superamento e colgono quindi l’occasione per ridurre l’offerta, facilitando prezzi alti per avere proventi per finanziare la loro stessa transizione (o almeno così affermano).

A coronamento della conferenza COP di Glasgow, poi, molte istituzioni finanziarie si stanno impegnando, anche pressate dai loro azionisti, a non finanziare più sviluppo di fonti fossili, rendendo ancora più difficile sviluppare le stesse in Paesi occidentali, che restano così ancora di più alla mercé dei Paesi OPEC+, principalmente Russia e Medio Oriente.

L’effetto immediato è che un aumento delle fonti energetiche si traduca in un impatto esageratamente alto sulle fasce a reddito basso e medio della popolazione.

Infatti, le famiglie a reddito inferiore spendono una porzione maggiore del loro reddito in carburante. Inoltre, un aumento del carburante si riflette fortemente sul prezzo dei generi alimentari, soprattutto quelli freschi, che non è possibile immagazzinare per tempi lunghi.

 In sostanza, la crescita del prezzo dei carburanti rappresenta una vera e propria tassa regressiva, che cioè colpisce maggiormente i redditi bassi.

Se questo effetto dovesse perdurare, ci sarebbe un pericolo vero per la transizione ecologica, che ormai praticamente tutti considerano indispensabile. È infatti prevedibile che il consenso diffuso verso le tematiche ecologiche di oggi si trasformi in una contrarietà presso le fasce di reddito basse e medie, che subiscono sproporzionatamente gli effetti della transizione sia in termini di maggiori prezzi che di prospettive lavorative peggiori per lavoratori meno specializzati.

In questo caso, prima o poi emergerà un’offerta politica populista che interpreterà queste legittime obiezioni per imporre un’agenda presumibilmente protezionista se non autoritaria, le avvisaglie della quale abbiamo già visto in tempi recenti: questa volta sarà molto più difficile, però, arginare queste spinte, appoggiate anche da agenti al servizio di Paesi produttori di materie prime con mire autoritarie.

Sarà quindi indispensabile effettuare una transizione non troppo repentina: il tutto e subito è infatti, in questo come in molti altri casi, decisamente nemico del fare, con buona pace degli ecologisti radicali che per lo più pontificano da costosi salotti in costosi appartamenti in costosi quartieri di costose città.