Fettuccine scolastiche

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di Alessandro Artini

Meri Gori è un’insegnante della mia scuola, l’ITIS “Galilei”, che martedì prossimo 26 ottobre, alle 19.30, su Tv8, parteciperà al programma di cucina “Piatto ricco”, con Alessandro Borghese. Che ci fa la Meri, che insegna inglese, a impiattare fettuccine con una star del firmamento culinario italiano? Gliel’ho chiesto e ne è nata una conversazione. Ma prima di proseguire, consentitemi di narrare un po’ le sue vicende scolastiche.

L’ho conosciuta una quindicina di anni fa circa, quando ero preside in Valdarno, presso un professionale, e lei, che è tutt’oggi una donna giovane (anche se uno dei suoi due figli ha 23 anni), era una supplente alle prime armi. Sapeva che i ragazzi dei professionali sono tutt’altro che facili, sul piano della disciplina, ed era impaurita, prima di entrare in classe. Non potevo rasserenarla con una bugia, quindi le dissi la verità. Se si è capaci di stabilire un contatto umano con quegli alunni (molti stranieri), è possibile ottenere molto e avere grandi soddisfazioni. Aggiunsi che i professionali sono una straordinaria scuola per imparare il mestiere di docente e che, dopo quell’esperienza, tutto il resto sarebbe stato una passeggiata.

Così è entrata in classe, senza salire in cattedra. Più precisamente, ha scelto di non ammantarsi del ruolo di docente, quindi è stata subito riconosciuta, seppur giovanissima, come tale. Come sempre accade, coloro che scendono (da una cattedra o da qualsiasi altra postazione verticalizzata), finiscono sempre per salire agli occhi di chi li guarda. Ha giocato di empatia, evitando tuttavia una facile amicalità, che sarebbe suonata fasulla. Poi ha fatto quello che deve sempre fare un buon insegnante: “stare sulla scena” e coinvolgere il pubblico degli alunni. Senza il loro coinvolgimento non “passa” nulla, né sul piano dei contenuti, né su quello educativo. L’apprendimento avviene sempre per interesse e fascinazione.

Nel corso del nostro colloquio, Meri mi ha ringraziato per quell’avvertimento di 15 anni prima.

Adesso mi scuso se sono un po’ dispersivo, ma la mente corre velocemente nel tempo e i ricordi di quella scuola, che ho amato molto, tumultuano incontenibili.

Gli istituti professionali sono l’estremo lembo della civilizzazione scolastica, davanti al deserto ignoto dell’extra scuola. Abbandonato il fortilizio dei professionali, i latini avrebbero scritto nelle loro mappe geografiche, per chi osava avventurarsi in quell’“oltre”, “Hic sunt leones”.

Effettivamente non si sa molto dell’extra scuola, ovvero di quel patrimonio ingente di giovani che la scuola (e la società) getta via annualmente. Si tratta sempre più spesso di giovani “dispersi”, o “drop out”, come si dice con un inglesismo che ci evita sensi di colpa, giovani che alimentano spesso la fascia dei comportamenti devianti. Per i ricercatori americani, il nesso è chiaro: tanto più aumenta la dispersione, quanto più cresce la popolazione carceraria adolescenziale. Se è vero che nelle mafie, oggi, si registra sempre più la presenza di “colletti bianchi”, la manovalanza da chi è costituita?

Non ci sono molti esploratori di quel mondo in Italia, anche se, ogni tanto, lampeggia la luce di qualche ricerca, come quelle di PISA OCSE (PISA è un acronimo che sta per “Programme for International Student Assessment”), che mostrano come gli alunni italiani abbiano un record di assenze, insufficienze e dichiarino di annoiarsi a scuola.

Facile denunciare la presenza dei Neet (giovani che non studiano, né hanno un impiego e neppure sono in apprendistato), senza preoccuparsi di comprendere le cause di un tale fenomeno…

Dunque, tornando ai professionali, quegli istituti hanno la funzione di mantenere vivo il rapporto educativo con quei giovani, molti dei quali sono a rischio di abbandono. Pertanto, i professionali sono una scuola straordinaria e meritoria, che non sempre ha il dovuto sostegno ministeriale e sociale.

Meri ha traversato il Mar Rosso del precariato (14 anni), rimanendo sé stessa, con un sorriso mite, stampato in faccia, che tuttavia nasconde una resilienza interiore come quella del PVC o della gomma. Come molte altre donne (e io che ho una figlia ne so qualcosa), Meri è una donna manager, che sa conciliare la professione d’insegnamento con l’educazione dei figli e la gestione familiare. Lei racconta, onestamente, di essere stata aiutata dal marito, ma, anche con quel sostegno, decisamente non ha fatto poco. Roba che avrebbe mandato in default le capacità organizzative di qualche top manager aziendale!

Talvolta l’ho vista con un piccolo piercing al naso e anche con qualche colorazione improbabile dei capelli, ma si sa le attrici, anche quelle in cattedra, hanno sempre qualche stranezza.

Adesso, mentre scrivo, mi pare di sentire la voce critica di qualcuno che suggerisce di non paragonare i professori agli attori, per non svilire la cultura. Risponderei ricordando un collega scomparso un paio di anni fa, Massimo Zanoccoli, raffinato uomo di cultura e straordinario docente del Liceo “Varchi”. Egli sosteneva che ciascuna lezione è come l’esecuzione di una Sonata di Chopin, che richiede un ascolto silenzioso e assorto. E durante le sue performance, cioè mentre spiegava, non volava una mosca in classe. Ciascuno, a scuola, si esibisce a suo modo.

Se poi il concetto di performance non piacesse, è forse il caso di leggere qualche saggio del grande psicologo Erving Goffman, laddove dimostra che la nostra vita quotidiana (anche quella lavorativa) non è altro che la recita di copioni, analoghi a quelli teatrali. Siccome sono in vena di ricordi, potrei pure citare Shakespeare, la cui frase “Il mondo intero è una ribalta”, trionfava sopra il sipario del Cinema Teatro Politeama.

Credo che la Meri abbia imparato al professionale l’arte di esibirsi e non mi meraviglierei se, con la sua aria apparentemente innocua, tenesse lezione anche a Borghese.