Shoshana Zuboff: “Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri”,

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di Alessandro Artini

In questi decenni di storia del nuovo millennio, alcuni wistleblower, talpe o spie che dir si voglia, ci hanno offerto uno spaccato delle trame di potere molto più accurato di innumerevoli saggi. Tuttavia i leak, cioè le spiate, se da una parte hanno consentito una visione molto precisa di alcune scelte inquietanti delle élite al potere, dall’altra non hanno potuto offrire una piena comprensione dei cambiamenti in corso.

“Gola Profonda” di Watergate o Edward Snowden di Wikileaks o la signora Frances Haugen, l’ingegnere informatico che oggi svela le scelte immorali di un’azienda come Facebook, la quale, in vista di una maggiore diffusione dei suoi contenuti (e di più alti guadagni), non si è fatta scrupolo di allentare la propria censura su messaggi di odio e disinformazione, ebbene, tutte queste celebri talpe hanno aperto squarci di verità su realtà oscure e oblique, senza tuttavia fornire una spiegazione complessiva di ciò che è accaduto. È mancata cioè una Weltanschauung, cioè una visione generale delle dinamiche di cambiamento del capitalismo globalizzato. A questo vuoto, ha fatto fronte Shoshana Zuboff, che, in un saggio di 622 pagine dal titolo “Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri”, pubblicato dalla Luiss nel 2019, ha cercato di offrirci una narrazione complessiva dei nuovi trend economici intrecciati con i cambiamenti digitali. Il libro, ponderoso per la sostanza riflessiva e poderoso per la forza argomentativa e la documentazione, dall’aspetto decisamente voluminoso, non induce alla lettura, perché ormai siamo abituati, in maniera consumistica, ai saggi brevi, dalle idee essenziali e agevolmente fruibili. Per questo mi è occorso un certo sforzo di volontà per accostarmi ad esso, che riposava, quasi intoccato, negli scaffali della mia libreria già da qualche tempo.

Non è certo facile presentare il testo con le poche frasi che si succedono in questo articolo, ma vale la pena provarci, anche se – ne sono consapevole – il tentativo è destinato all’insuccesso, perché la ricchezza del saggio può ben difficilmente essere ricondotta a sintesi.

Esso è composto da quattro parti, di cui tre abbastanza estese e strutturate e una quarta, più breve, in cui l’autrice tira le conclusioni.

Nella prima si gettano le basi del discorso, illustrando il concetto di “capitalismo della sorveglianza”, che consiste in un approccio radicale al mondo sociale di cui è stato antesignano Google, ma che oggi viene progressivamente assunto anche da altre potenti corporation. Si tratta di un’entrata aggressiva, da parte di queste ultime, nella sfera della privacy, che diventa la nuova miniera da cui estrarre l’oro dei dati riguardanti la nostra vita. Si assiste a una nuova conquista del West, ma questa volta essa appare molto prosaica e del tutto priva di valori come lo spirito di avventura e il coraggio individuale: la nuova epopea è intrisa di desideri venali e di un gretto spirito di arricchimento.

Nella seconda parte, il libro tratta del passaggio dal mondo on line a quello reale. In sostanza, l’esperienza umana reale viene tradotta in dati comportamentali, grazie alla personalizzazione dei servizi offerti dalle potentissime aziende proprietarie dei social. La personalizzazione (che nella didattica scolastica consiste nell’attenzione alle caratteristiche individuali degli alunni, per valorizzarle nell’apprendimento), nei servizi delle grandi corporation, attua la volontà di soddisfare, con prodotti sempre più specifici, le caratteristiche dei singoli utenti. Una tale offerta, tuttavia, ha lo scopo apparente di agevolare le attività di questi ultimi, ma in realtà si pone l’obiettivo di acquisire dati di natura personale, che poi sono usati al fine di modificare il comportamento individuale e quello delle masse.

Nella terza parte, si descrive la diffusione di queste pratiche che mettono in discussione il “diritto naturale al futuro” e cioè alla libertà e alla possibilità di autodeterminazione dei singoli. L’insieme di queste attività crea una potente infrastruttura, onnipresente, senziente, interconnessa e computerizzata, che la Zuboff definisce come il “Grande Altro”. In altri termini, si afferma una logica totalitaristica che invade lo spazio della privacy, il quale dovrebbe essere di per sé inviolabile. Con ciò viene progressivamente meno il diritto a disporre di uno spazio personale intangibile, cioè il “diritto al santuario” della propria vita intima.

Nella parte delle conclusioni, l’autrice esamina le differenze tra il “vecchio” mondo economico e finanziario e quello nuovo appena descritto, che si avvale delle aziende informatiche e dei social. Questo inedito capitalismo della sorveglianza ha prodotto una sorta di “presa di potere dall’alto” che però non rovescia lo Stato, come avviene con la rivoluzione russa, ma solamente la sovranità individuale sulla vita.

Il filo conduttore, o almeno uno dei fili, è dato dal concetto di surplus comportamentale, che indica come i dati personali, ben oltre quelli utili al miglioramento del servizio, siano estratti e acquisiti dalle corporation. Quindi, elaborati da potenti calcolatori, essi servono a fabbricare previsioni sul comportamento degli utenti, le quali, poi, vengono vendute ai clienti dei nuovi mercati, che agiscono su quei comportamenti stessi. L’interesse verso i big data ovviamente non riguarda solamente i nuovi mercati, ma anche le agenzie di intelligence, come la CIA.

La Zuboff, inoltre, spiega come un ulteriore surplus comportamentale derivi anche dalla domotica, cioè da quegli oggetti casalinghi che Google stesso produce. Com’è noto, in questo caso, si parla di Internet delle cose, che produrrebbe flussi importanti di dati personali, acquisibili sempre da Google. Uno degli aspetti più inquietanti è dato dalla penetrazione nei sentimenti individuali, decrittati, mercificati e tradotti anch’essi in dati. In questo modo, anche la parte più intima, preziosa e arricchente della nostra personalità e dei rapporti con gli altri subisce l’assalto dei social e delle corporation, determinando profondi cambiamenti antropologici.

Senz’altro le parti più interessanti del libro sono le prime due, dove si registra lo sforzo maggiore di teorizzazione, mentre la terza e la quarta si presentano come monografie sul totalitarismo e sui temi politici ad esso correlati. Nel complesso il saggio della Zuboff è lungimirante, coraggioso e scritto in maniera comprensibile. Certamente, esso ambisce a un posto importante nella cultura contemporanea, di pari rango con il celeberrimo lavoro di Thomas Piketty “Il capitale nel XXI secolo”.