L’uccisione di Laura Ziliani, vedova ed ex vigilessa, lascia allibiti.

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Matricidio di Agrippina

di Alessandro Artini

Secondo gli inquirenti, le colpevoli sarebbero due delle tre figlie, in accordo con il fidanzato della più grande e amante della più piccola. La terza, mezzana, che soffre di una disabilità ed è estranea al delitto, avrebbe descritto il clima di ostilità verso la madre, che si respirava in casa.

Immediata l’associazione mentale con un altro assassinio, quello che risale a trenta anni fa, di entrambi i genitori, da parte di Pietro Maso, oggi scarcerato. Da allora, mi pare che nulla sia impossibile.

Ricordo bene quel delitto, perché l’assassino, come viene riportato nelle cronache dei giornali del tempo, era un bel ragazzo dai capelli fluenti, elegante, benestante e circondato da amici che lo apprezzavano in maniera reverenziale. Mi colpì molto anche il fatto che, dopo il processo, egli fosse destinatario di attenzioni da parte di una folla di ragazzine, che gli scrivevano in carcere, diventate sue fan proprio dopo l’omicidio che lo aveva reso celebre. Ho scoperto, poi, che la corte delle fan (e dei fan maschi) riguarda costantemente gli assassini, particolarmente i serial killer, che evidentemente attraggono molte persone.

Il tema del male è uno dei più affascinanti nella storia della filosofia. Sant’Agostino, ad esempio, per non limitare la potenza divina, considera il male con un non essere, ovvero una carenza di bene. Se infatti il male esistesse, ciò significherebbe ledere l’assolutezza del Bene divino, la sua onnipotenza, inficiata da un principio di pari natura e contrapposto. Certamente la teoria, nei secoli successivi, non mancherà di sollevare dei problemi, perché non sembra rendere conto della quotidianità del male in cui ci imbattiamo e della sua esistenza effettiva. Soprattutto non appare sufficientemente esplicativa, rispetto alle scelte volutamente indirizzate al male.

Ricordo di aver letto, nel 1996, il saggio di due psichiatri, Ugo Fornari e Gianluigi Ponti, nato dalla perizia che essi avevano condotto su alcuni serial killer nostrani (Luigi Chiatti, Marco Bergamo e Giancarlo Giudice). Si trattava, per i giudici, di verificare la capacità di intendere e di volere di quei “mostri”, accusati di atroci delitti. Ma il saggio, pur muovendo da una disamina psichiatrica, a un certo momento spicca il volo e si distende su alcune riflessioni di carattere filosofico. Quegli assassini avrebbero agito intenzionalmente, in vista dei crimini per i quali sarebbero poi stati condannati, e non erano folli. Semplicemente avevano scelto il male, che rivelava una straordinaria forza attrattiva a fronte del loro libero arbitrio. Da qui è nato il titolo del libro, che è “Il fascino del male”. Nel caso delle due sorelle e del fidanzato, tuttavia, non sembra comparire l’attrattività luciferina del male, ma semmai quella molto più banale per i soldi della madre.

A questo punto, ci dobbiamo confrontare con un’altra caratteristica del male, evidenziata nel processo al nazista Eichmann, dalla filosofa Hannah Arendt, che è proprio la sua assoluta banalità. Eichmann si presenta, infatti, come un solerte esecutore di ordini provenienti dall’alto, un mero burocrate del Führer, senza responsabilità morale. Addirittura la sua modestia umana sembra porre in scacco il processo mediatico che gli Israeliani avevano voluto inscenare, dopo averlo avventurosamente rapito dalla sua nuova terra di accoglienza, l’Argentina, e averlo trasferito, con un pericoloso viaggio aereo, in Israele. Ci si attendeva, dallo sterminatore di centinaia di migliaia di ebrei, un uomo dalla statura maligna elevata, ma i giudici riscontravano invece un personaggio meschino…

Effettivamente il delitto delle due sorelle e del fidanzato, con il suo movente di denaro, pare essere piuttosto banale. I tre assassini (anche loro, al momento, presunti) avevano anche fatto una ricerca su Internet, per progettare l’uccisione… Qui non siamo di fronte a Moriarty, il genio malefico irriducibile nemico di Sherlock Holmes, ma a tre persone prive di intelligenza luciferina, ansiose di sbrigare una pratica, quella dell’eliminazione della madre.

La Seconda guerra mondiale ovviamente ha fornito un ampio materiale di riflessione sul male e di recente, in un qualche canale televisivo, è stato proiettato nuovamente un celebre film sul processo di Norimberga. Nel corso della vicenda uno psicologo americano di origine ebrea interroga gli alti gerarchi nazisti. I dialoghi “romanzati” sono comunque interessanti, perché alcuni nazisti lo provocano con dichiarazioni irridenti e sprezzanti circa le sue origini “razziali”. Ma egli non perde mai la calma e porta a compimento la propria indagine. La sua “sentenza” è molto semplice: tutti quegli uomini hanno compiuto immani e orribili stragi perché mancavano di una qualità, quella dell’empatia, che ci porta a riconoscere negli altri la stessa essenza umana a noi propria. Erano del tutto incapaci di “sentire” il “sentire” altrui, di provare i sentimenti degli altri, con una qualche compartecipazione. Alcuni, a questo punto, mi chiederanno cosa c’entri tutto questo con il delitto della Ziliani in Val Camonica. Ebbene credo che, fatte le dovute differenze di statura criminale, ci sia qualcosa che accomuna molti assassini e che è definita nella diagnosi psicologica che ho citato: l’assenza di empatia. Per le ragazze, la madre era un intralcio, un ingombro di cui sbarazzarsi.

Resta da capire come sia possibile il degrado umano di certe persone fino a quello stato di indifferenza verso gli altri. Qui ci potrebbe aiutare la sociologia con il concetto di anomia, che descrive originariamente una condizione di assenza di regole. Parsons, il sociologo americano, traspone un tale concetto nella società odierna, la quale propone agli individui ideali di successo e di benessere difficilmente realizzabili. In questo modo, se quegli stessi ideali appaiono fortemente desiderabili, irrinunciabili, si adottano strade diverse da quelle ordinarie per realizzarli.

In sostanza, le sorelle avrebbero dovuto aspettare troppo per ricevere l’eredità della madre Laura Ziliani, che in fotografia appare come una donna in ottime condizioni di salute e anche come una donna sportiva. Un tempo troppo lungo che le ha indirizzate, in alternativa, alla scorciatoia del crimine.

“Denaro, morte e stupidità”, commenta Vittorino Andreoli, il celebre e ottuagenario psichiatra.