Referendum 2021 sulla giustizia: i tavoli in strada

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Il comitato promotore aretino per i referendum sulla giustizia organizza dei tavoli di raccolta fime venerdi’ 30 luglio ore 17:00 / 19:00 in Piazza San Jacopo.

Sono trascorsi ottant’anni dal Regio Decreto n. 12 del 30 gennaio 1941 sull’ordinamento giudiziario. In tutto questo tempo si sono susseguiti una pluralità di interventi normativi volti a modificarlo, nonché numerosi dibattiti nella politica nazionale e nell’opinione pubblica sugli aspetti critici del nostro sistema giustizia, ed in particolare sulla struttura e sul funzionamento di tutti quegli organi che sono poi gli attori dell’ordinamento giudiziario.
Su questa linea, dopo un periodo di stallo, si è recentemente tornati a parlare di riforma della giustizia. Infatti, a inizio giugno, sono stati depositati in Corte di Cassazione sei quesiti referendari che riguardano il settore, annunciando peraltro la raccolta delle firme dalla prima settimana di luglio fino alla fine di agosto.
Alcuni dei quesiti proposti hanno avuto l’approvazione anche di una parte del centrosinistra, rivelandosi meno divisivi di quanto si potesse ipotizzare.
Il primo quesito riguarda la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura. Il CSM è un organo introdotto in Italia durante il periodo monarchico. Fu nominato per la prima volta all’art. 4 della L. n. 511 del 1907 che lo istituì presso il Ministero della giustizia, sostanzialmente come organo consultivo e amministrativo per le nomine di alcune cariche della magistratura. L’obiettivo è quello di abrogare l’obbligo, per un magistrato che voglia essere eletto, di trovare da 25 a 50 firme per presentare la candidatura. Secondo i promotori, infatti, l’attuale sistema imporrebbe a coloro che si vogliano candidare di dover ottenere la benedizione delle correnti o, il più delle volte, di essere ad esse iscritti.
Il secondo quesito concerne la responsabilità dei magistrati. Oggi la responsabilità civile del giudice è regolata dalla L. n. 117 del 13 aprile 1988 (c.d. legge Vassalli), poi modificata dalla L. n. 18 del 2015, la quale ha cercato di coniugare la responsabilità civile dei giudici con la tutela della loro indipendenza e autonomia. In questo sistema, non sussiste una responsabilità diretta del giudice, bensì dello Stato.
Questo significa che, se un soggetto ritiene di aver subito un danno, può agire solo verso lo Stato, salvo l’eccezione prevista dall’art. 13, comma 1 della Legge Vassalli, ai sensi del quale se il magistrato ha causato un danno commettendo un reato, è possibile procedere con l’azione civile per il risarcimento nei confronti del magistrato e dello Stato.
Ad ogni modo, il risarcimento è comunque sempre a carico dello Stato, nel senso che non è possibile fare causa solo e direttamente al giudice.
Il terzo quesito, relativo cioè al procedimento di valutazione dei magistrati. Quest’ultimo è regolato dal D.Lgs. n. 160 del 20 febbraio 2006 oltre che da tre diverse circolati: la n. 20691 del 2007 (criteri per la valutazione di professionalità dei magistrati a seguito della legge 30 luglio 2007 n. 111 recante modifiche alle norme sull’ordinamento giudiziario), la n. 16754 del 2008 (circolare sull’acquisizione dei provvedimenti e verbali di udienza a campione) e la n. 4718 del 2009 (circolare sulla tenuta dei fascicoli personali dei magistrati).
I promotori del referendum criticano il fatto che la procedura sia completamente “interna”, nel senso che a decidere sono solo i soggetti appartenenti alla magistratura, creando – a detta loro – una sovrapposizione tra “controllore” e “controllato” che renderebbe poco attendibili le valutazioni e che favorirebbe la logica corporativa.
Il quarto quesito referendario che gode del maggior consenso tra gli avvocati, nonché quello di cui si discute da più tempo, è probabilmente il quarto, concernente la separazione delle carriere dei magistrati.
I primi tentativi di modifica di questo aspetto della giustizia penale sono stati in passato una delle principali battaglie di Marco Pannella e del suo Partito Radicale, fino al referendum del 21 maggio 2000, quando gli italiani sono stati chiamati a votare per la separazione delle carriere. Il referendum, però, non raggiunse il quorum.

Il quinto quesito referendario si discosta parzialmente dall’organizzazione dell’ordinamento giudiziario ed entra maggiormente sugli aspetti strettamente processuali, mirando a prevenire eventuali abusi delle misure cautelari.
La critica mossa dai promotori risiede infatti – secondo la loro opinione – nella facilità con la quale si potrebbe abusare di questi provvedimenti, proponendo peraltro le statistiche del numero di soggetti che, dopo aver subito periodi di detenzione cautelare, si sono rivelati essere del tutto innocenti nel corso del procedimento.

Il sesto quesito proposto, mira all’abrogazione di un intero provvedimento normativo, ossia il il D. Lgs. n. 235 del 31 dicembre 2012
La normativa prevede incandidabilità, ineleggibilità e decadenza automatica per i parlamentari, per i rappresentanti di governo, per i consiglieri regionali, per i sindaci e per gli amministratori locali in caso di condanna.
Ha inoltre valore retroattivo e prevede, anche a nomina avvenuta regolarmente, la sospensione di una carica comunale, regionale e parlamentare se la condanna avviene dopo la nomina del soggetto in questione. Per coloro che sono in carica in un ente territoriale basta quindi anche una condanna in primo grado non definitiva per l’attuazione della sospensione, la quale può durare per un periodo massimo di 18 mesi.
Il nodo più critico del provvedimento risiede – come prevedibile – nel carattere retroattivo della sospensione.
Per raccogliere le firme e portare i qusiti referenderi davanti al popolo sovrano, anche ad Arezzo sono previsti tavoli. Si è formato un comitato di cui fanno parte a pieno titolo i Radicali, il Partito Liberale Italiano, + Europa, Italia Viva, Coraggio Italia e tantissimi singoli provenienti da tutta l’area centrista e liberale.
I tavoli saranno in Piazza San Jacopo  dalle ore 17:00  alle ore 20:00 venerdi’ 30 Luglio