Green pass

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di Alessandro Artini

Non sarebbe difficile introdurre l’obbligo vaccinale, basterebbe una legge, ma il Governo preferisce il Green Pass, che probabilmente riguarderà anche il futuro degli insegnanti. Secondo Cassese e Flick, entrambi giudici della Corte Costituzionale e, il secondo, Presidente emerito, non sussistono ostacoli di natura costituzionale, dacché l’art. 32 pone, accanto al diritto alla salute, anche l’interesse della collettività (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…”), mentre l’art. 16 consente la compressione della libertà di movimento per ragioni di sanità (art. 16 “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente… salvo le limitazioni che la legge stabilisce… per motivi di sanità o di sicurezza”).

Allora, perché non imporre l’obbligo tout court e ricorrere al green pass, che è un dispositivo di minore forza, atto a offrire una motivazione psicologica a favore della vaccinazione?

A mio parere ci sono due ordini di motivi; su entrambi punta l’attenzione, in un’intervista al Sussidiario.net, Alessandro Mangia, docente di diritto costituzionale all’Università Cattolica.

Il primo di essi deriva dal fatto che le autorizzazioni concesse dall’Ema ai vaccini non sono quelle standard, ovvero sono condizionate. In altri termini, esse non offrono le stesse certezze di quelle standard e poiché, com’è noto, i vaccini hanno sempre degli effetti indesiderati in funzione delle persone (seppur in misura talmente ridotta da farli preferire di gran lunga all’opzione di non vaccinarsi), su milioni di individui, vi sarebbe una forte esposizione ai rischi di risarcimento. Ovviamente dovrebbe essere dimostrato il nesso causale tra il vaccino e l’eventuale danno biologico, ma il rischio permane  e comunque, considerato il fatto che i parlamentari non sono soggetti a responsabilità, perché, in quanto tali, sono immuni per le delibere e le opinioni espresse, ciò riguarderebbe in particolare i ministri per le scelte di loro competenza. Anche per questo, l’imposizione diretta di un obbligo vaccinale non appare una opzione praticabile.

Tuttavia, vi sono anche altri motivi che sconsigliano l’adozione dell’obbligo e che hanno natura sia giuridica sia politica.

Certamente ogni scelta che si avvale della forza di legge (e solo una legge consentirebbe di incidere nella dimensione corporea degli individui, con il vaccino) richiede, nelle società democratiche, una forte base di consenso. Ma un tale consenso inevitabilmente contrasta con i valori dell’opinione pubblica, che sembra indirizzarsi verso un’evoluzione sempre più avanzata dei diritti individuali e delle libertà.

Norberto Bobbio, in un saggio degli anni Novanta, ci presentava i diritti naturali nella loro dimensione storica, precisando che, nella nostra società, a iniziare dall’età moderna, se ne sono registrate varie generazioni.

I primi sono stati storicamente quelli relativi alla libertà religiosa, poi sono subentrati quelli civili e politici; quindi si sono sviluppati i diritti sociali, quelli individuali e, infine, quelli concernenti l’istruzione, l’assistenza, ecc. Oggi – scriveva a quel tempo Bobbio – si dispiegano i diritti cosiddetti di terza generazione, come quello a vivere in un ambiente non inquinato e quelli di quarta, che tutelano gli individui dagli effetti più devastanti della manipolazione genetica.

Non so, adesso, cosa potrebbe scrivere Bobbio, circa il diritto di cambiare sesso, se non corrispondente all’identità sessuale avvertita come propria…

Decisamente il titolo del libro, “L’età dei diritti”, sembra riferirsi a un’onda inarrestabile della nostra società, che è nata nella modernità e che tutt’oggi appare potente nella contemporaneità. Tutto questo sembra contrastare con l’idea di un obbligo vaccinale, che, in quanto “dovere” (esercitabile, da parte dello Stato, perfino con la forza) non sembra accettabile dall’opinione pubblica (forse dovrei dire dall’opinione comune, considerato che quella pubblica dovrebbe essere un’opinione caratterizzata da elementi di razionalità).

Per questo gli stati preferiscono usare il grimaldello del green pass, il quale agisce creando le condizioni favorevoli alla vaccinazione, senza tuttavia imporla. In sostanza, si predispongono autorizzazioni di libertà per coloro che sottostanno a determinati comportamenti. Vuoi andare al ristorante o a teatro, allora esibisci il green pass… Si attua, cioè, la strategia prevista dalle scienze neuro-comportamentali, che si avvalgono di “nudge”, ovvero di “spinte gentili” atte a garantire il soddisfacimento dei comportamenti attesi, senza formalmente abolire la libertà individuale. È un po’ come quando, in un supermercato, troviamo un certo tipo di esposizione delle merci: quelle che consentono i ricavi maggiori vengono esposte in bella vista, le altre che portano minori guadagni si trovano in seconda fila. Il mercato, così, dispone di tutti i prodotti, ma si favorisce la vendita dei primi.

Potrei fare numerosi altri esempi, compreso quello del caso in cui mi sono imbattuto, cioè delle mosche disegnate negli orinatoi dell’aeroporto di Amsterdam, che favoriscono la mira degli utenti maschi…

Le potenzialità delle “nudge” dell’economista Richard Thaler (che, anche grazie a queste indagini, ha vinto il premio Nobel nel 2017) e del giurista  Cass Sunstein (che, negli Stati Uniti, ha istituito il Program on Behavioral Economics and Public Policy) sono molteplici e formidabili. Personalmente sono a favore del vaccino e ritengo che il pass sia indispensabile anche nella scuola, ma è opportuno, tuttavia, che l’opinione pubblica conosca i meccanismi in questione.