I mediocri che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta

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di Alessandro Artini

Non conoscevo il discorso di Franklin Delano Roosvelt che Gianluca Vialli ha citato, parlando ai giocatori della Nazionale di calcio, due giorni prima della finale europea tra Italia e Inghilterra.

Voglio anch’io riferirlo testualmente, così come viene riportato da alcuni giornali.

“Non è colui che critica a contare, né colui che indica quando gli altri inciampano o che commenta come una certa azione si sarebbe dovuta compiere meglio. L’onore spetta all’uomo nell’arena. L’uomo il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore e dal sangue. L’uomo che lotta con coraggio, che sbaglia ripetutamente, sapendo che non c’è impresa degna di questo nome che sia priva di errori e mancanze. L’uomo che dedica tutto se stesso al raggiungimento di un obiettivo, che sa entusiasmarsi e impegnarsi fino in fondo e che si spende per una causa giusta. L’uomo che, quando le cose vanno bene, conosce finalmente il trionfo delle grandi conquiste e che, quando le cose vanno male, cade sapendo di aver osato. Quest’uomo non avrà mai un posto accanto a quelle anime mediocri che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta”.

Gramellini, nella sua rubrica “il caffè”, sul Corriere della Sera, in merito a quel discorso e al fatto che Vialli abbia citato Roosvelt, ha scritto anch’egli un bellissimo articolo. Un articolo di autocritica, perché, durante le notti magiche del ’90, quando si disputavano i Mondiali, Gramellini, allora giovane cronista sportivo, criticava Vialli, che nella strategia calcistica dell’allora CT Azeglio Vicini (purtroppo scomparso 3 anni fa circa) sostituiva Roberto Baggio. Gramellini era “innamorato” di Baggio e ai suoi occhi Vialli, immeritatamente, gli aveva sottratto il posto. Gli sembrava un “fighetto”, inadeguato a competere con il “grande” Baggio (sulle cui qualità pedatorie nessuno può ragionevolmente dubitare).

Oggi Gramellini riconosce di essersi sbagliato, in senso calcistico, ma soprattutto umano, perché Vialli (e ciò emerge dalla citazione scelta e dal modo in cui l’ha letta, con convinzione e partecipazione) sta rivelando una grande caratura. Non è un “fighetto”. Ma non lo era neppure negli anni ’90, quando scendeva nel campo di calcio. Il fatto stesso di essere sceso in quell’arena dimostrava il suo valore rispetto ai critici esterni. Del resto – aggiungo – se oggi Vialli affronta coraggiosamente la sua malattia e rivela una grande caratura umana e professionale, non poteva non averla anche in quel Mondiale. Mi rendo conto che questo ragionamento ha un carattere paradossale, per il suo valore retroattivo, ma forse possiamo convenire che le persone non si creano dal nulla e che il seme di ciò che si è adesso si riscontri nella nostra storia passata.

Torno, adesso, alla citazione di Roosvelt. Quel discorso, secondo Gramellini, non è un capolavoro di retorica (intesa in senso positivo e cioè – secondo quanto suggerisce il vocabolario Treccani – come “l’arte del parlare e dello scrivere in modo ornato ed efficace”), ma è coinvolgente in maniera straordinaria. Non occorre, infatti, sentirsi come gladiatori nell’arena per coglierne il senso. Esso può anche riferirsi semplicemente a chi fa delle scelte, nella vita personale e lavorativa. Non è necessario – credo – essere campioni olimpionici o comunque atleti che si espongono a folle di spettatori, ma basta prendersi le responsabilità che la quotidianità, apparentemente minima, assegna a ciascuno di noi. Chiunque decida della propria vita (e in modo inevitabile anche di quella altrui, perché non si è mai del tutto soli) responsabilmente, ovvero in maniera responsiva, dimostrando cioè la propria disponibilità a rispondere delle scelte intraprese, ha di fronte a sé un pubblico, ancorché di poche persone. Non tutti, però, hanno questo coraggio, ma chi ce l’ha si espone inevitabilmente alle critiche.

Si dirà che questo è il gioco della libertà di pensiero e di espressione e vivaddio che lo possiamo giocare!

C’è tuttavia, una particolarità, che è data dal momento storico che viviamo, intriso di incertezze e di ambiguità tra il “vecchio” e il “nuovo”, in un continuum difficilmente distinguibile. In questa fase della nostra vita nazionale, così magmatica, chi si espone e prende delle decisioni, chi cioè rifugge l’ignavia, viene criticato. Forse noi italiani (noi aretini in particolare), abituati a dividerci tra”guelfi” e “ghibellini”, abbiamo portato la critica all’esasperazione, facendone una missione e, del resto, questo pare essere il compito che la politica quotidianamente svolge nell’arena del dibattito pubblico. Ma saranno davvero inevitabili le critiche spesso puntute e malevoli? È necessario dividersi anche sulle minuzie o sulle questioni corrive?

Tornando al discorso di Roosvelt, Gramellini si è ricreduto e si è scusato con Vialli, pubblicamente, come fanno i grandi giornalisti: “Mi ero sbagliato, Gianluca: allora pensavo che tu fossi un fighetto. Invece il fighetto ero io, che ti criticavo dagli spalti. Tu eri già un uomo nell’arena”.

Oggi, del resto, è cambiato anche il giornalismo: nessun “pezzo” può ritenersi esente da critiche e Internet consente di espanderle e diffonderle a dismisura, seppur infondate. Ciò varrebbe anche verso i  “maître à penser” del giornalismo di una volta: figurarsi oggi che i giornalisti di razza sono ben pochi!

Forse è bene restituire la parola a Gramellini, che in un’altra tazzina del suo “Caffè” tratta l’argomento: “I social hanno instaurato la dittatura dell’impulso, che porta a linciare prima di sapere e a sostituire la voglia di capire con quella di colpire”. Non sempre è così, ma spesso lo è.