La pandemia e i suoi effetti economici. Gli stonati richiami al dopoguerra.

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Tuttora capita di veder associato il clima generato dalla emergenza sanitaria a quello che si manifestò alla fine della 2ª guerra mondiale. In questi giorni in cui si commemora la liberazione della città di Arezzo e del suo territorio mi pare opportuno ribadire la inapplicabilità del paragone.
Penso a Curina, colui che viene considerato il primo sindaco aretino dopo la dittatura fascista: rammenta nel suo libro come la prima richiesta che venne dai cittadini di Arezzo non fu il pane, bensì assi di legno con cui predisporre le bare per l’inumazione delle tante vittime di quel periodo.
Era distrutta la capacità produttiva italiana, le strade ed i mezzi di collegamento, gran parte della popolazione era separata per effetto del passaggio del fronte e delle deportazioni, così tante drammatiche situazioni che è difficile paragonarla con il crollo dei consumi riscontrato da specifiche filiere commerciali. Mentre altre filiere commerciali (quelle legate alla distribuzione telematica per esempio) hanno visto in questo periodo incrementi del 30 e più percento. La carenza di materie prime ed il loro rincaro non è conseguenza della pandemia, deriva dalla politica di accaparramento che soprattutto la Cina ha messo in pista utilizzando l’enorme capitale monetario di cui dispone unitamente alla strategia predatoria messa in essere nei confronti dei paesi più deboli.
Enormemente diversa rispetto a settant’anni fa risulterà la asimmetria fra coloro che hanno perso redditi e coloro che hanno guadagnato, mi fa orrore e tenerezza sentir dire che il Pil italiano crescerà del 5% nei prossimi mesi, manco fosse prevedibile una distribuzione omogenea: no, ci saranno persone (anzi ampie fasce della popolazione) che continueranno ad arretrare mentre una piccola fetta continuerà a crescere a doppia cifra. Bezos va nello spazio mentre milioni andranno a piedi.


Mi pare che tutti i media intendano ammansire la popolazione raccontando di una crescita impetuosa nei prossimi anni, mentre sono bastati pochi giorni per veder licenziare mille persone da tre aziende italiane.  Mentre lodano le forze dell’ordine che hanno trovato qualche centinaio di “furbetti” del lockdown: volgare ammissione di incapacità di impedire che persone che non avevano diritto percepissero aiuti alla faccia di chi si è dannato l’anima per pagare tasse e imposte e si è trovato becco e bastonato.
Sono un amante della fotografia ed lì ho trovato un altro indice della differenza fra la fine degli anni ’40 ed i giorni nostri: sfogliavo un libro di Eliot Erwitt, foto dimenticate come le descrive, in copertina  2 bimbi luridi, ma sorridenti che tornano verso casa dopo ore all’aperto. Mi hanno ricordato foto simili scattate negli stessi anni da Henri Cartier-Bresson, David Seymour (detto Chim), Werner Bischof, Eugene Smith o Robert Capa: immagini nelle quali esprimevano una grande fiducia nel futuro appoggiandosi sulla generazione dei bimbi usciti da quel macello che era stata la 2ª guerra mondiale. Fotografi che avevano vissuto in prima persona quella tragedia e che erano ben coscienti del dramma che avere riguardato decine di milioni di persone a causa della loro religione. Non ho trovato foto paragonabili scattate negli ultimi mesi: certo c’è stato un profondo cambio editoriale ed in formazione fotografica, ma forse non è facile guardare con fiducia al futuro guardando adesso le generazioni più giovani. Che -ohime- sono lo specchio delle famiglie d’origine.