Resistenza, sofferenza e solidarietà. Il messaggio dello sport

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di Alessandro Artini

La vittoria della squadra italiana agli europei è stata ampiamente commentata nei media, ma forse è possibile aggiungere qualche considerazione che ha a che fare con l’educazione dei giovani. Come sempre, nei miei articoli, affronterò la questione con un “giro lungo” (come suggerirebbero gli antropologi…), anziché utilizzare il “giro breve” degli argomenti.

Sulle personalità politiche che hanno segnato la storia, si raccontano numerosi aneddoti. Secondo quanto sosteneva Indro Montanelli, alcuni di essi, spesso accompagnati da citazioni ad hoc, nascono nell’attualità e chi li “inventa” (come lo stesso Montanelli) li utilizza per dare maggiore credibilità ai propri ragionamenti. Molti di questi aneddoti, relativi alla storia recente, riguardano un celebre personaggio come Winston Churchill, il carismatico vincitore della Seconda Guerra Mondiale. In uno di essi, si narra di una brevissima locuzione che egli avrebbe tenuto, in una blasonata università, di fronte a un folto gruppo di studenti, attenti e desiderosi di ascoltarlo. Il suo discorso, nella sostanza, sarebbe suonato in questi termini: “Never, never, never give up!”. Mai arrendersi. Churchill, del resto, di avversità ne aveva incontrate molte e la peggiore era stata quella di trovarsi di fronte Hitler.

Ovviamente la questione non ha a che fare con un campionato di calcio, dove fortunatamente la posta in gioco è una coppa e non la vita o la morte. Tuttavia, qualcosa in quella finale ha avuto a che fare con la determinazione di cui parla Churchill. Si è trattato, infatti, di una partita molto difficile, nel corso della quale la squadra italiana avrebbe potuto lasciarsi andare, rassegnarsi alla sconfitta e forse beccare altri due o tre goal, dopo il primo, subìto a due minuti dall’inizio del gioco. Non vorrei esagerare, confrontando questioni serie con una partita di calcio. Ma pare che lo stesso Churchill abbia posto una tale connessione, commentando, più o meno, che gli italiani vanno in guerra come se si trattasse di una partita di calcio e considerano una partita di calcio come una vera e propria guerra. In questo caso, la sua ironia non avrebbe avuto efficacia, perché la guerra contro la pandemia, noi, come popolo, l’abbiamo combattuta davvero e con grande serietà. Abbiamo pagato un tributo di vite umane elevatissimo, ma abbiamo dimostrato di saper combattere, spesso tollerando e andando oltre gli errori dei politici che ci hanno  governati. In questo senso, la partita è stata la metafora del nostro comportamento, durante la pandemia.

A mio parere, quello di Shaw, a due minuti dal fischio d’inizio della partita, è stato un bellissimo goal, ma del tutto accidentale, come ha dimostrato il successivo corso della partita, dove la qualità di quel “gesto atletico” non ha trovato alcun seguito. Una botta così forte avrebbe potuto stordire la squadra, demoralizzarla e demotivarla, anche in considerazione del fatto che gli italiani giocavano in uno stadio fortemente avverso, dove la presenza dei nostri tifosi era stata ridotta a un decimo di quelli inglesi (ma non erano stati proprio questi ultimi a inventare il “fair play”?).

Insomma, in questo caso, paradossalmente (ma non tanto), sono stati gli italiani a seguire l’invito di Churchill a non arrendersi mai.

A questo punto, vorrei sviluppare un’altra considerazione, che poco interessa ai media, perché ha a che fare con la scuola. Quella partita è stata un esempio di resilienza. Essa, infatti, ha racchiuso anche un messaggio educativo importantissimo, che i nostri giovani, nelle scuole, dovrebbero far proprio e che li sprona a inseguire i loro sogni, nonostante le avversità. La pandemia (e, di conseguenza, la didattica a distanza) ha messo a dura prova una parte di loro, che oggi è ripiegata su se stessa e incapace di riprendere a  progettare il futuro. Ovviamente ciò è dovuto alla gravità degli accadimenti, ma non possiamo dimenticare gli errori degli adulti, il primo dei quali è stato commesso dalle scuole, che hanno riproposto on line la “ricetta“ didattica collaudata, quella adatta alle lezioni in presenza, senza cambiare i modi d’insegnamento in funzione della DAD. Aggiungerei, poi, tra gli errori, la ferma convinzione di molti genitori che i loro figli debbano essere protetti sempre e comunque, come se essi fossero completamente inetti. Come se la vita fosse intrinsecamente pericolosa, al punto che sia meglio non vivere e stare rintanati nella propria cameretta. Come se fare delle scelte e prendersi dei rischi non valesse la pena. Per questo, quando sono bocciati, si presentano a scuola con gli avvocati, perché occorre proteggersi anche dalla scuola e dalla possibile delusione connaturata ai processi educativi, che purtroppo non sempre hanno successo. Dunque non vale la pena impegnarsi, esponendosi al rischio del fallimento. Né vale la pena soffrire per ciò che si desidera, come se la vita potesse essere una mera sequenza di eventi piacevoli e gratificanti.

Per questo la finale dell’Italia è stata magnifica, proprio grazie alla sofferenza dei nostri giocatori, che non hanno mai smesso di credere nella vittoria, anche quando tutto sembrava perduto, a causa di quel mirabile, talentuoso e fortunoso tiro al volo di Shaw.

Certamente nella partita hanno avuto un ruolo essenziale la solidarietà e la solidità del gruppo di giocatori; certamente l’amicizia ( in primo luogo quella tra Mancini e Vialli) è stata essenziale; certamente siamo tornati ai valori del “collettivo” (a fronte di decenni di arido individualismo).

Ma ciò che più è valso è stata la capacità di soffrire, in vista della possibile rimonta.

Per questo vorrei che i miei professori, particolarmente quelli di Scienze Motorie (l’Educazione fisica oggi si chiama così), facessero rivedere loro quella partita, per educare i ragazzi alla sofferenza. Per spiegare loro che la vita non è solamente cogliere i frutti succosi dall’albero dell’Eden, che essa, invece, richiede impegno, dedizione e capacità di affrontare le difficoltà senza demoralizzarsi.