Il pesce piccolo. Una storia di virus e segreti

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di Alessandro Artini

Se dovessi sintetizzare in poche parole il libro di Francesco Zambon, “Il pesce piccolo. Una storia di virus e segreti”, direi che il succo del suo discorso si racchiude in una domanda: “La democrazia è un sistema politico in grado di opporsi alla pandemia più efficacemente di altri sistemi, oppure no?”.

In questo breve articolo cercherò una risposta, ma, poiché non mi piacciono le strade lineari, adotterò un percorso tortuoso, a me più consono.

C’è un libercolo del 2004, scritto dal premio Nobel per l’economia, l’indiano Amartya Sen, dal titolo “La democrazia degli altri”, che mi colpì in fronte, con una vera e propria “sciabolata”.  Infatti, con un solo fendente, fulminante, quel breve scritto mi aveva aperto la testa. Fino ad allora avevo pensato che la democrazia fosse figlia del mondo occidentale, non a caso il termine stesso si radica etimologicamente nel greco antico. La democrazia, pur con tutti i limiti (esistenza degli schiavi; donne e meteci, cioè stranieri, privi di diritto di voto), per me, era nata intorno al quinto secolo avanti Cristo, ad Atene. Ed ecco che Sen, con dovizia di argomenti, invece, dimostrava che anche nel mondo “degli altri”, a noi lontano, avevano attecchito sistemi politici democratici. Per esempio in India, in Asia orientale e perfino in Africa. Ma non è questo il solo punto. Sen, non contento della botta sul mio cranio, continuava a malmenarmi e mi spiegava cose per me controintuitive, per esempio che i sistemi democratici hanno avuto, in India, degli effetti straordinari nel combattere le carestie. La democrazia, infatti, è l’arte di governare tramite la discussione; in altri termini, è fare in modo che l’opinione pubblica abbia un’informazione corretta per prevenire disastri, come le carestie. Ma Sen andava anche oltre, osservando come anche la diffusione della Sars, nel 2002, in Cina, poteva essere frenata, se solo fossero state offerte le informazioni corrette, anziché coprire l’evento sotto una coltre di silenzio.

In buona sostanza, questa era la sua conclusione, la democrazia, sviluppatasi non solo in Occidente, protegge anche i popoli che l’adottano da potenziali disastri.

Potrei andare avanti, questa volta citando Ricolfi che, ne “La notte delle ninfee”, dimostra che le nazioni più efficaci nel contrasto al Covid sono state proprio quelle democratiche, le quali, ad esempio, si sono risparmiate la tragedia della “seconda ondata”. Come hanno fatto? Coinvolgendo la popolazione e promuovendo un’informazione corretta, atta a orientare i comportamenti delle persone (Norvegia, Finlandia, Danimarca e Irlanda, per restare in Europa). Fra l’altro, nazioni guidate da donne.

Cosa c’entra Zambon con tutto questo? C’entra eccome!

Zambon ci racconta una sua personale esperienza, che tuttavia, nel contesto straordinario in cui si è realizzata, ha superato il particolarismo individuale e toccato il cielo dell’interesse collettivo. Badate, se scrivo “collettivo”, non uso il termine a caso. Forse avrei potuto anche dire “universale”, se non avessi avuto paura di evocare un concetto ad alta concentrazione di significati filosofici. Ma “universale” sarebbe stato un termine corretto, perché si è trattato di una pandemia che, dopo il suo tragico sviluppo in Italia, si è diffusa in tutto il mondo. Le pandemie, dunque, sono per loro natura universali.

In quel momento Zambon, alto funzionario dell’OMS, con uno straordinario team di colleghi, elabora i dati raccolti in Italia e offre indicazioni su come fronteggiare la tempesta, mentre la nostra Bergamo si avviluppa nel dolore oscuro e notturno dei corpi trasportati via dai camion militari. Zambon cerca e offre dati che potrebbero essere utili anche ad altri paesi. Dati che potrebbero stimolare ulteriori ricerche, di altri scienziati italiani. Dati che forse avrebbero potuto salvare vite umane.

Ma, fra di essi, in quel rapporto, ci sono anche informazioni che si rivelano “sensibili politicamente”, che avrebbero cioè potuto incrinare l’immagine pubblica dell’OMS e di qualcuno al governo.  Quella più disturbante racconta che, in Italia, il piano anti pandemico non era rinnovato da anni. Mancano, come poi si vedrà, le mascherine e altri presidi sanitari. Anche a causa di questo, ancorché l’ultima parola spetti ai giudici, ci sono stati i morti. E non solo a Bergamo. Così, il rapporto di Zambon, non appena pubblicato, viene immediatamente ritirato.

E qui accade l’impensabile, che cioè questo ricercatore veneziano giochi una partita da solo contro il resto del mondo. Sfidi non solo l’OMS italiana (che comprende anche il numero 2 dell’OMS mondiale, Ranieri Guerra), ma l’intera OMS e indirettamente anche il Ministero italiano della salute. In quel momento, persone diverse, un po’ più ordinarie, come è la maggior parte di noi, forse avrebbero ceduto. Invece…

Non oso parlare di resilienza, perché questo termine, oggi abusato, è diventato inutilizzabile. Pur tuttavia, di questo si tratta, di resistenza e capacità di auto proteggersi dalla malevolenza, senza deformarsi, ma rimanendo se stessi. Resistenza all’ingiustizia e alle avversità, che essa inevitabilmente arreca. In conclusione, Zambon ha vinto la partita con il resto del mondo, ovviamente avvalendosi dell’aiuto, durante la partita stessa, di molti compagni di strada, tra i quali la Giustizia italiana.

Presenteremo questo libro giovedì prossimo, 24 giugno, alle 18.30, nel chiostro della Biblioteca della Città di Arezzo. Occorre prenotarsi.