Delazione o omertà? Educhiamo i giovani a rompere il silenzio

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di Alessandro Artini

Sono passati alcuni giorni dalla scarcerazione di Brusca e la deprecazione corale di tutte le forze politiche che condannano l’accaduto si è stemperata. Forse è il momento di riflettere.

Non sono un giurista, ma non ignoro che quasi tutti i sistemi giuridici contengano norme e istituti che prevedono sconti di pena e vantaggi di vario tipo per gli imputati che collaborano o confessano. Nel patteggiamento, applicabile ai reati meno gravi, si ha comunque una riduzione della pena (di un terzo). Ovviamente, il vantaggio per lo Stato, che in qualche misura elude i costi del rito processuale, non è indifferente.

Dunque, la questione dello scarceramento di Brusca è solo un problema di vantaggi e svantaggi, come sosteneva, qualche giorno fa, Giuseppe Ayala, ex giudice del pool antimafia di Falcone e Borsellino?

Sì e no.

Sì, perché il pragmatismo di alcune scelte giudiziarie, adottato per esempio da molti paesi anglosassoni, che della rule of law sono gli ideatori e i sommi interpreti, ormai da secoli, non dovrebbe menare scandalo. La visione liberale e lo Stato di diritto non contraddicono tali scelte. La giustizia non è un fatto privato e, dispiace osservarlo, non appartiene neppure alle famiglie di chi si è immolato in difesa dello Stato. Quest’ultimo ha il diritto e il dovere di perseguire degli interessi generali, ancorché possano essere distonici o perfino contraddittori con il “sentire” di chi si trascina dietro il dolore indefettibile ed estenuante della morte di un familiare. Credo che questa sia l’essenza delle istituzioni statali, che, pur tuttavia, devono impegnarsi fin nel midollo per offrire giustizia a chi ha esposto la propria carne, sacrificandola nella difesa di quelle stesse istituzioni. L’anima di queste ultime è la collettività, cioè il bene comune da preservare dagli attacchi immondi di una conventicola, seppur estesa e potente, di assassini. La volontà di difendere il bene comune della società è ciò che ha condotto al pentitismo, sulla cui utilità vi è poco da discutere. Se poi il “premio” per chi confessa e contribuisce alla lotta contro la mafia sia troppo alto e debba essere abbassato, questa è un’altra questione, perché nessuno Stato moderno rifiuta la collaborazione degli imputati.

Anche la questione della sincerità di questi ultimi pare muovere uno scandaglio, che è più strumento d’indagine morale o teologica di quanto sia materia terrena e fisica di amministrazione della giustizia. Certamente gli effetti del pentitismo devono essere concreti e cioè aprire una breccia nelle organizzazioni criminali, scalfirne le fondamenta e squarciare il manto di impunità che sembra proteggerle. In esito a ciò, può valutarsi il valore del pentitismo e non sul terreno soggettivo della sincerità delle persone.

A questo punto, mi pare opportuno cambiare argomento e parlare di educazione scolastica.

Talvolta nelle aule, qualche giovane teppista (non sono molti, in verità, nella mia scuola…) danneggia gli ambienti e le strumentazioni. Ebbene, la regola di “non fare la spia” è tuttora dominante, quand’anche la comunità scolastica sia costretta a pagare i danni. Si tratta di spese che, come spesso accade, in qualche modo sono addebitate alle generazioni future, se si considera il debito pubblico.

Solo raramente vi è qualcuno disposto a denunciare il “vandalo”. Perché? La risposta ha a che fare con la convenienza di stare zitti e farsi i fatti propri, ma possiede anche una natura ideologica, che ha a che fare con le forme di solidarietà che l’amicizia adolescenziale mantiene, considerandole un valore. Anche per questo chi “fa la spia” appare comunque esecrabile, talvolta perfino agli occhi di certi docenti. Ma il silenzio, cui si oppone il “fare la spia”, appare tutt’altro che dignitoso.

Sfugge, infatti, come “chi parla” e racconti la verità compia un gesto civico apprezzabile. In altri termini, c’è anche una questione “culturale”, cioè di modelli di comportamento, che fondano il silenzio etico di un gruppo, questo, sì, riprovevole.

Certamente la connessione che ho fatto tra le azioni di un mafioso criminale e il tema dell’educazione scolastica a qualcuno provocherà l’orticaria. So bene che non si possono comporre, nello stesso quadro, questioni di natura diversa, ma osservo che il giudizio morale negativo sul cosiddetto traditore ha anche delle basi educative. Ed è proprio questa la ragione che mi induce a sostenere che la questione di Brusca non può essere ridotta al calcolo dei costi/benefici. In altri termini, occorre metter in discussione i presupposti di una falsa morale, con la quale siamo abituati a convivere fin da bambini, che suggerisce di “non fare mai la spia”. Muovendo da ciò che appare minore, si può emendare ciò che è maggiore. Del resto, nella New York di alcuni decenni fa, i sindaci hanno ritenuto che, per vincere la grande criminalità, occorresse combattere quella piccola, dei cosiddetti ladri di polli. In analogia, l’educazione scolastica ha una funzione essenziale per promuovere una cultura più vasta della legalità.

Per questo, ad esempio, i comportamenti di quei cittadini di alcuni stati americani che denunciano l’evasore fiscale, da noi, apparirebbero riprovevoli. Per questo, ci racconta Lirio Abbate, in “Faccia da mostro” (che il prossimo 17 giugno sarà presentato, presso il chiostro della Biblioteca, alle 18.30), la stagione dei “cacciatori di taglie”, in Italia, si è esaurita in breve tempo. Questi ultimi subivano, infatti, una sorta di riprovazione collettiva che li ha resi, a loro volta, facili bersagli per la mafia. Da cacciatori a prede.

Infine, dovremmo sollevare un’altra questione, che è quella dello scarso valore che noi italiani, nei decenni, abbiamo assegnato ai beni comuni e anche allo Stato.

Ma questo è un altro capitolo di una storia, che non è possibile affrontare in questo articolo.