Tempi di scrutini

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Di Alessandro Artini

In questi giorni di scrutini, a ritmi forzati, mi prendono dei pensieri strani. Sarà lo stress… All’ITIS “Galilei”, infatti, abbiamo 86 classi da scrutinare. Il Ministero ha indicato i tempi e così abbiamo potuto iniziare gli scrutini solamente dal 1° giugno e li dobbiamo terminare entro il 12 giugno, cioè prima degli inizi degli esami di Stato, le cui commissioni si riuniscono, “in plenaria” (con tutti i docenti), il lunedì 14 giugno. Se è ragionevole, da parte ministeriale, che si fissi una data d’inizio degli esami, per la rilevanza nazionale che essi hanno, meno plausibile mi pare la definizione dei tempi degli scrutini, che potrebbero essere decisi, autonomamente, dai consigli di istituto delle scuole, i quali sarebbero legittimati a scegliere per il fatto che comprendono anche una componente di genitori e di alunni. Ma ormai è chiaro che l’autonomia scolastica è avviluppata in una tela di ragno, sindacale e burocratica, dalla quale ben difficilmente può liberarsi… Quindi devo tirare dritto ancora per una settimana, in apnea, dalla mattina alla sera, e stare ben attento a che non vi siano errori.

Il quesito, a fronte dei voti insufficienti, è sempre lo stesso: “In che misura essi sono stati determinati dalla pandemia e dalla didattica a distanza, che è meno efficace di quella in presenza, oppure sono conseguenza della classica vagabondaggine di molti adolescenti?”.

Siamo consapevoli, infatti, che la didattica a distanza abbia talvolta provocato “danni”, ma siamo anche coscienti che lo scarso impegno e la poca responsabilità abbiano continuato a persistere e siano stati altrettanto deleteri. Ogni volta, in tutti gli scrutini, questo tema si ripropone per ciascun alunno, che abbia voti insufficienti. Non sempre è facile trovare il trade off tra chi propende per una bocciatura e chi invece per la sospensione del giudizio su alcune materie (per quelli che, come si diceva una volta, sono “rimandati a settembre”).

Aldilà degli scrutini, tuttavia, ho la sensazione che ancora non si sia del tutto consapevoli di alcuni cambiamenti profondi che riguardano la nostra società e di cui la condizione giovanile è la cartina di tornasole, nel senso che li evidenzia in maniera significativa.

Adesso proverò a spiegare i pensieri strani che mi attraversano.

Ricordo il saggio di un filosofo americano, Sheldon S. Wolin, di quindici anni fa circa. Parla dell’evoluzione delle istituzioni democratiche, con particolare riferimento a quelle statunitensi e descrive una sistema di  democrazia “gestita” (“managed democracy”) o, se si preferisce, “guidata”. Un sistema che egli definisce di totalitarismo capovolto (“inverted totalitarianism”), il quale, senza atti di forza, come un colpo di Stato, riesce a dominare la popolazione. Come fa? Ad esempio, alleandosi con tutti gli altri soggetti di potere, come le tradizionali chiese evangeliche e le multinazionali. Ciò avviene anche mediante la disseminazione di una cultura che insegna ai cittadini/consumatori ad accogliere il cambiamento, qualunque esso sia, e a godere, se possibile, di piaceri privati, ma contestualmente accettare una forma di passività politica. Mentre il totalitarismo classico necessitava della continua mobilitazione delle piazze, quello nuovo, capovolto, coltiva la disgregazione e l’autosufficienza dei singoli, la competizione e anche il timore costante dei crolli economici e del terrorismo; ha bisogno, infine, di una popolazione “distratta” e apatica (“civic demobilization”).

Beh, alcune tesi del libro possono apparire (non a torto) eccessivamente ideologiche, ma altre osservazioni di Wolin non sembrano infondate, per esempio quelle che riguardano la “passivizzazione” della popolazione e dei giovani attuali. Mentre gli adolescenti di qualche generazione fa avevano come obiettivo l’indipendenza dalla famiglia (non solo economica) e puntavano a navigare nel mare aperto della vita (“dei remi facemmo ali al folle volo”, direbbe Dante), oggi si preferisce la terra ferma, oppure, tuttalpiù, una navigazione lungo la costa. Ovviamente vi sono momenti della vita individuale che registrano lo slancio coraggioso verso le novità e altri in cui si avverte, positivamente, il senso di calore dell’abitazione. La sfida dell’abbandono delle certezze o il ritiro protettivo nella tana dei comfort sono momenti che caratterizzano la vita delle persone ed entrambi hanno una loro dignità, come la poesia e la prosa. Tuttavia, non si può ignorare che le nuove generazioni si orientino soprattutto verso la seconda opzione.

A questo punto, voglio citare un secondo libro che ci riguarda, di un altro autore americano, Tyler Cowen, pubblicato nel 2017. Cowen è un economista che ci racconta come, negli Stati Uniti (ma non solo lì), la gente abbia smesso di innovare. Come Wolin, egli osserva che il progresso e il cambiamento paiono essere caratteristiche strutturali del nostro modo di vivere, ma in realtà – egli conclude – il divenire costante non serve ad altro che a nascondere una sostanziale e più realistica situazione di staticità.

Mentre i giovani di alcune generazioni fa si muovevano, anche fisicamente, trasferendosi da una città all’altra, particolarmente in America, adesso sembra prevalere la tendenza alla stanzialità, anche quando le prospettive economiche ed esistenziali non sono così allettanti. L’aspetto più interessante di questa analisi (e anche il più inquietante) è che, se è comprensibile il mantenimento dello status quo per chi è benestante, non lo è altrettanto per coloro che vivono situazioni economiche sfavorevoli. Invece, sembra che anche i poveri abbiano maturato una non del tutto ragionevole tendenza a difendere quel poco che hanno, piuttosto che rischiare per conquistare migliori condizioni di vita. Alcuni comfort, che pervadono ormai la vita di tutti o quasi, agevolano in maniera inimmaginabile la nostra vita, fino ai siti di matching per fare amicizia o trovare un nuovo partner. Per molti giovani, la navigazione in Internet e particolarmente in alcuni siti hard sostituisce impropriamente, quella che, con un linguaggio ormai desueto, avremmo definito come l’“educazione sentimentale”. Così si elude anche il contatto sessuale, troppo rischioso e impegnativo.

Cosa c’entra tutto questo con gli scrutini? Seppur stranamente (lo ammetto), a mio avviso, c’entra.

Gli scrutini, infatti, non possono essere intesi come un momento compensatorio per i disagi della DAD. “Risarcire” i giovani significa ancora di più favorire la loro inerzia. Certamente, occorre non ignorare il senso profondo del disagio che la pandemia ha causato e comprenderlo. Ma aiutare i giovani non comporta risarcirli. È bene, dunque, fare attenzione a che la scuola non diventi, in senso educativo, uno tanti versanti del welfare, di quella che ormai pare essere una diffusa economia dei sussidi.