DAD: disagio a distanza

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Alessandro Artini

Il disagio degli alunni in DAD è visibile. I segnali talvolta appaiono lievi, quasi impercettibili, talaltra più espliciti.

I destinatari di questi segnali, che lampeggiano irregolarmente, sono soprattutto i professori di Italiano, che talvolta leggono nei temi un’espressione di malessere. In certi casi, se il professore ha la fiducia degli alunni, c’è anche una descrizione dei propri stati d’animo, seppur abbozzata e parzialmente afona.

In altri casi, i docenti raccolgono pensieri più articolati, talvolta solamente riguardanti difficoltà di concentrazione e di trattenimento mnemonico dei contenuti, talatra di depressione e di fantasie autolesionistiche.

Quando questo avviene, dal punto di vista della scuola, s’innescano procedure che si muovono sulla lama sottile del profilo di responsabilità. Anzi tutto, bisogna affrontare la questione di come comunicare quanto è stato recepito alle famiglie, non sempre consapevoli di ciò che passa per la testa dei loro figli.

Poi, bisogna affrontare la reazione degli alunni di fronte della possibile “spiata” da parte del professore. Non sempre i genitori hanno la dovuta oculatezza per intervenire e i professori rischiano di passare per “traditori”, perdendo la fiducia degli alunni e confinando questi ultimi in una condizione, peggiorativa, di silenzio. Gli alunni, che hanno aperto uno spiraglio della loro porta interiore, potrebbero richiuderla repentinamente.

La scuola consiglia alle famiglie, che talvolta si vergognano dei problemi dei figli, di rivolgersi a uno psicologo. Esse, infatti, sono spesso impacciate e non sempre sono capaci di penetrare il mutacismo (alcuni genitori lo ammettono tranquillamente: “Pensateci voi, io non so come fare…”).

Ovviamente, quando la scuola intraprende una procedura del genere, finisce per “psicologizzare” il disagio, riconducendolo nell’alveo di ciò che può essere “trattato” dagli specialisti sanitari. I professori, tuttavia, si rendono conto che, per i ragazzi, non sempre la strada dello psicologo è quella migliore. La pandemia – osserva, in una recente intervista, il sociologo Frank Furedi – accelera un trend preesistente, che è quello di “fossilizzazione dell’identità”. Esso si realizza quando le persone s’identificano con il ruolo di vittima e si apprestano a vivere come tali, con lo stigma di chi è destinato a subire un destino ingrato. In questo modo – aggiunge Furedi – si attua anche una “passivizzazione” dei giovani, che si sentono inadatti ad affrontare i rischi della vita: subiscono e non si attivano.

Il rischio, tuttavia, come quello imprenditoriale, pare essere una prospettiva estranea al discorso pubblico, che offre ai giovani ideali “securizzanti”. La nostra è un’economia fondata sulle rendite o, come suggerisce il grande economista Giulio Sapelli, fondata sull’“estrazione” di ricchezza più che sulla sua “produzione”. Su questa stessa lunghezza d’onda si muove lo stesso Ricolfi, quando, nella narrazione di “una società signorile di massa”, denuncia il carattere consumistico e d’inerzia edonistica di molti giovani. Oggi, poi, in Italia il numero di cittadini che non lavorano è superiore a quello di chi lavora e, pur vivendo una fase di stagnazione, è garantito l’accesso di larga parte della popolazione a consumi opulenti.

Anche un osservatore attento, come l’americano Tyler Cowen, con la sua descrizione di una classe borghese “compiaciuta”, aliena all’innovazione e alle sfide, sembra convergere nell’analisi. L’“avventura” della vita sembra aver perso la sua aura fascinosa, ma se la vita diventa gestione dell’esistente essa perde anche di significatività.

Analogamente, in politica, il management sembra prevalere sulla leadership. Mentre il primo si rivolge al consenso e lo gestisce, solleticando la pancia e indicando la strada del presente, la leadership accetta il rischio del futuro e lo progetta.

Forse la scelta di Draghi, criticata da tutti i virologi, riflette la volontà di “accendere” il futuro, considerando non solo i dati sanitari, ma anche quelli sociali ed economici. Il rischio calcolato non è altro che rischio dovuto alla scelta politica intrapresa: in questo consiste la leadership. Più che alla gestione del presente (cui, tuttavia, non è certamente estranea), essa indica la strada per superare l’attuale inerzia. Forse il rischio più grande è quello di corrodere la ricchezza accumulata dalle generazioni precedenti, mentre scuola e società non sembrano offrire modelli atti a superare l’inerzia.