La notte delle ninfee. Come si malgoverna un’epidemia

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di Alessandro Artini

Non è facile parlare del saggio di Luca Ricolfi dal titolo La notte delle ninfee. Come si malgoverna un’epidemia, pubblicato quest’anno per i tipi de La Nave di Teseo. Poiché il titolo contiene la tesi dimostrata nel saggio, cioè quella del malgoverno epidemico, da lì partirei per un chiarimento preliminare. Ricolfi non è un politico e il suo ragionamento si dipana sul filo delle statistiche (egli, infatti, è un sociologo che insegna Analisi dei dati) e dei ragionamenti di merito. Non ha un atteggiamento ideologico o pregiudiziale avverso al governo giallo-rosso, caduto circa un paio di mesi fa. Non credo che abbia neppure ambizioni di carriera politica, ma non vorrei sbilanciarmi troppo, perché non lo conosco personalmente, quindi mi fermo.

Vediamo, adesso, il titolo e cioè la metafora delle ninfee in uno stagno, le quali raddoppiano il loro numero ogni notte. C’è un contadino-pescatore che dovrebbe estirparle, ma ritarda. Dopo una settimana sono 128, l’indomani, però, è domenica, giorno di riposo. Lunedì sono 512 e la notte successiva arrivano a 1024. Se continua così, la vegetazione imputridisce e i pesci muoiono, ma, purtroppo, non si possono estirpare più di 16 ninfee al giorno. Occorrerebbe interrompere la pesca per alcuni giorni, ma gli altri pescatori non sono d’accordo.

Beh, a questo punto, fuor di metafora, è chiaro perché, con l’epidemia, le cose siano andate male. Ciò è conseguenza – suggerisce Ricolfi – della mancanza di una visione statistica o, più specificamente, di quale sia la dinamica del calcolo esponenziale.

Agli errori, dovuti alla trascuratezza del pensiero scientifico, che nel nostro paese non riscuote molto credito (del resto, non godono in generale di buona reputazione neppure la scuola e l’università, considerati gli alti tassi di abbandono e il numero ridotto, in termini comparativi, di diplomati e laureati), se ne assommano altri: per esempio, l’aver scoraggiato le persone all’uso delle mascherine, peraltro introvabili, e la scelta di non effettuare i tamponi sugli asintomatici. Circa le mascherine e la loro inutilità (ricordo un esperto governativo, il quale sosteneva che esse avrebbero avuto la stessa funzione di una finestra dotata di sbarre in funzione antizanzare), io stesso ero incredulo. I reportage televisivi dalla Cina mostravano frotte di persone “mascherate”: tutti sciocchi? Circa i tamponi, vanno ricordate le critiche degli scienziati (come Ricciardi, consulente del ministro Speranza) a Crisanti, che in Veneto, invece, aveva seguito la strada dei tamponi di massa.

Ricolfi è impietoso e ne cita le dichiarazioni.

Poi, dopo il lockdown e la riapertura estiva anche delle discoteche, mentre il virus si propagava, si propalava altresì l’idea di un “modello italiano”. Invece di prepararsi al riacutizzarsi della malattia, poco o nulla veniva fatto, concretamente, per creare delle difese. Quali gli ambiti sui quali si sarebbe dovuti intervenire? Quelli dei tamponi, del tracciamento, delle terapie intensive, della medicina territoriale, dei trasporti… Ambiti rimasti quasi del tutto intatti, nei mesi estivi, capitoli intonsi, mentre nei mass media si celebrava, appunto, il modello italiano.

A questo punto, qualcuno dei lettori osserverà che, in fondo, anche altri paesi non hanno fatto granché meglio. Ebbene, Ricolfi affronta di petto anche quest’obiezione di apparente buon senso. Non è vero che tutti siano caduti nel gorgo della seconda ondata e non è vero che i pochi paesi che hanno resistito siano stati delle dittature, capaci di convincere, “a bastonate”, i cittadini/sudditi circa l’opportunità di rispettare le regole sanitarie. Tra le nazioni che hanno scampato la seconda ondata, se ne annoverano alcune orientali, come Giappone e Corea del Sud, altre dell’emisfero Sud, come Australia e Nuova Zelanda, e altre ancora a noi più vicine, come Irlanda, Norvegia, Finlandia e Danimarca.

Nel decimo capitolo, tuttavia, dopo un’apparente anodina spiegazione del concetto di elasticità tra due variabili (e cioè del rapporto matematico che determina la variazione di due dimensioni, l’una connessa all’altra), il discorso provoca al lettore qualche tensione, particolarmente quando le variabili da considerare sono quelle dei tamponi e della mortalità. Ricolfi ne definisce l’indice di elasticità, con ragionamenti matematici pacati e convincenti, ma la conclusione, che ci lascia pietrificati, ha a che fare con i morti. Ricolfi si pone la domanda se e in che misura, con l’aumentare dei tamponi, avrebbe potuto diminuire il numero dei decessi. Ovviamente, avendo definito il valore dell’elasticità tra le due variabili, si può procedere anche a un calcolo di siffatta natura, del tutto ipotetico ma non privo di fondamento. La conclusione, per espressa ammissione del ricercatore, è “terrificante”, poiché, se fossero aumentati i tamponi, è giustificato presumere che sarebbero state risparmiate dalle venti alle trentamila morti.

Vorrei chiedere a Ricolfi, se e quanto la scelta delle categorie per la priorità vaccinale abbia a che fare con il tasso di mortalità attuale, che riguarda particolarmente gli anziani, le cui vaccinazioni, nella nostra ridente Toscana, vanno a rilento.

Concludo questa breve recensione, con l’informazione che il professor Ricolfi presenterà il suo libro su Radiofly, alle ore 10 di giovedì 15 aprile, a cura della Biblioteca della Città di Arezzo.