Sulla natura delle fondazioni. Uso ed abuso…

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di Filippo Gallo
Presi dai mille affanni quotidiani, in questo infame periodo di isolamento forzoso nel quale siamo relegati, probabilmente non stiamo fornendo la dovuta attenzione al tema della creazione delle fondazioni del sociale.
Un passaggio che era già poco presente nella campagna elettorale e che esplode adesso, un po’ inatteso, con forzature e fretta davvero poco comprensibili.
(perché c’è il covid, e un ecosistema molto delicato come quello sociale ha già i nervi tesi per lo sforzo di questo periodo, perché certe scelte richiedono la più ampia condivisione possibile e non muscolari decisioni di una maggioranza in cerca di soggetto, perché le fondazioni sono un passaggio da cui è molto difficile tornare indietro per la loro intrinseca natura).
Nelle riunioni online di sinistra di questi tempi si è dibattuto spesso anche sul tema giuridico , ad esempio alcuni sostengono che la migliore applicazione giuridica vigente ed utilizzabile fosse l’istituzione, altri che non ci fosse ampia giurisprudenza sul tema e si sono messi alla ricerca di tutte le segnalazioni della corte dei conti.
Sicuramente il primo punto è che l’istituto della fondazione in Italia presenta discrete lacune giuridiche (qualcuna di queste potrebbe essere colmata potendo leggere lo statuto che naturalmente non è disponibile, ci mancherebbe, prima si decide di farle poi magari anche come) ed elementi di conflittualità con il controllo di patrimonio e gestione, ed è un dato di fatto che l’operato di queste fondazioni sarebbe meno intercettabile dal radar dei consiglieri comunali, dei rappresentanti dei cittadini da poco eletti.
Penso però che il tema sia più politico, e lo dico spassionatamente anche a tanti colleghi dal no facile: c’è un po’ di fatica intellettuale, di strada da fare. Perché è passata nell’opinione pubblica l’idea che il welfare sociale sia “solo” un po’ di assistenza materiale ai più sfortunati, un poco di perequazione di diritti.
In realtà è molto di più: è semplicemente e in essenza il metodo con cui noi disegniamo la società del domani che vogliamo. E’ roba da progettisti seri e non sola materia per splendidi volontari e puri di cuore. A questo dobbiamo tendere.
Certo, credo che un tagliando al nostro welfare sociale locale sia ineludibile: la società è cambiata, la popolazione invecchiata, le necessità di assistenza di lungo periodo aumentate e con esse costi e responsabilità.
Perché ci sono nuovi modelli allo studio e qui si che siamo avanguardia: il welfare “distributivo”, basato sulle parole d’ordine Raccogliere e Redistribuire, si evolve e diventa “generativo, dove alle precedenti 2 R se ne aggiungono in letteratura altre 3: Rigenerare, Rendere, Responsabilizzare. Un welfare che diventa uno strumento di recupero attivo delle singole persone integrandosi con le capacità e necessità di ciascuno dei soggetti attivi, una bella rivoluzione no?
Io non sono un esperto di materia, ho solo provato ad applicarmi con disciplina e razionalità al tema. E mi chiedo se il primo mattone del futuro del welfare cittadino, se la radice e il motore di questo cambiamento possa essere un atto di disimpegno del Comune, il contrario di quella responsabilizzazione che viene richiesta agli utenti da rigenerare.
E’ nel solco di questo paradosso che colloco il mio no ragionato. Pronto ad una discussione schietta sul miglioramento e sui pilastri fondamentali dei servizi esistenti e nuovi, ma senza rinunciare al luogo centrale di indirizzo e coordinamento che non può che risiedere nella Amministrazione Cittadina, unica titolata a contribuire al progetto di vita di tutti noi, non certo in altri enti a stampo privatistico.