America : L’accorato appello alla riconciliazione di Bruce Springsteen

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di Paolo Tagliaferri

Per chi si è perso l’ultimo suggestivo video di Bruce Springsteen è consigliabile che se lo vada immediatamente a vedere. Non è un video musicale, ma più sorprendentemente uno spot pubblicitario. Non è certo la prima volta che un mito della musica a stelle e strisce, uno degli ultimi sopravvissuti, presta il suo volto e la sua immagine ad uno spot trasmesso durante l’evento sportivo più importante dell’anno, il Super Bowl, la finale del campionato di football. Ma questa, per Springsteen, è stata la sua prima volta, in assoluto. Mai prima di adesso si era concesso alle lusinghe del ricco mondo pubblicitario. In molti ci avevano provato, con insistenza e perseveranza, nel corso degli oltre 40 anni della sua carriera, ma tutti avevano inesorabilmente ricevuto solo rifiuti. “Lui non è in vendita e non ha bisogno di spot pubblicitari”, ripeteva ad ogni offerta il suo storico agente Jon Landau.  Il video ha già avuto oltre 28 milioni di visualizzazioni su youtube in soli due giorni, qualcosa di incredibile considerato che i suoi ultimi video musicali non vanno generalmente oltre le 5-7 milioni di visualizzazioni.

Nei primi mesi del 2014 era stata la volta di un’altra leggenda vivente, Bob Dylan, non nuovo però a spot pubblicitari. Erano gli anni che seguivano la lunga e tormentata crisi economica scoppiata con il fallimento nel 2008 della banca d’affari Lehman Brother da cui scaturì una recessione mondiale senza precedenti che si sarebbe abbattuta, per anni, su tutte le economie occidentali, scomodando addirittura il fantasma mai dimenticato della grande depressione del 1929. L’industria americana, e in particolare quella delle auto, ne era uscita devastata, con la necessità di vigorosi interventi pubblici dell’allora presidente Barack Obama che riuscirono a salvarla ma non con poca fatica. Le tre grandi case automobilistiche di Detroit dovettero fare i conti con i loro peggiori incubi. La Chrysler, già in cattive acque ed in crisi d’identità ormai di vari decenni, riuscii a non chiudere i battenti fondendosi con il piccolo Davide nostrano, il gruppo Fiat dell’era Marchionne. Bob Dylan apparve allora in uno spot di 2 minuti della Chrysler, trasmesso durante il Super Bowl del 2014. Sguardo fiero, quasi altezzoso e sprezzante, che ricordava i fasti della Detroit di un tempo, dove le auto furono inventate, mentre le immagini scorrevano su linee di montaggio, strade deserte ed innevate e paesaggi tipici della tradizione e della retorica americana. “Non si può importare il cuore e l’anima di ogni uomo e donna che lavora alla catena di montaggio. Poi cercare in tutto il mondo le cose più belle ma non troverete niente come la strada americana e le creature che vivono su di essa. E quello che è fatto qui è fatto con l’unica cosa che non è possibile importare da nessun altro posto: l’orgoglio americano.” Era lo spot patriottico ed orgoglioso che festeggiava la rinascita di una nazione che era tornata, nel frattempo, a crescere e a produrre ricchezza, di quell’industria automobilistica che da oltre un secolo si accompagna alla leggenda di una America in perenne spostamento, in quello che nel comune immaginario è stato sempre un popolo on the road. Anche allora Bob Dylan fu aspramente criticato, se non addirittura deriso per quella sua insolita ed innaturale veste di patriota, lui un tempo osannato, certamente al di la delle sue vere intenzioni, come il paladino di una certa cultura anticonformista e ribelle.

Quest’anno è arrivato Bruce Springsteen, sempre con uno spot per una casa automobilistica. Forse non è un caso che abbia scelto proprio il marchio Jeep che, nell’immaginario collettivo, non rappresenta solo una eccellenza dell’industria americana che proprio quest’anno compie ottant’anni. Una vecchia Jeep modello CJ-5 del 1980 che Springsteen guida lungo le strade deserte ed innevate della provincia americana, un’auto molto simile alle prime gloriose ed essenziali Willys con le quali le truppe statunitense condussero, insieme agli altri alleati, la campagna di liberazione del vecchio continente dalla tragedia e dagli orrori dell’ultima guerra mondiale. I paesaggi sono gli stessi dello spot di Bob Dylan, con le lunghe strade deserte e innevate che attraversano la sterminata provincia rurale americana. Cavalli, treni merci, città spettrali, bandiere al vento. Springsteen entra lentamente in una piccola chiesa situata nel centro esatto degli Stati Uniti, a Lebanon in Kansas. Una chiesa che non chiude mai e in cui tutti sono benvenuti. Si accomoda su una delle panche di fronte allo scarno leggio per accendere una candela, nella penombra e nel silenzio della propria solitudine. Sulla parete di fronte a lui è sistemata una Croce in legno con sullo sfondo la bandiera americana e con sopra la scritta “Pray America”. Il centro del grande paese che Springsteen usa come metafora nel suo accorato appello per la riconciliazione di una nazione mai come oggi divisa e ove un solco apparentemente insanabile si è creato fra visioni opposte, antitetiche ed inconciliabili. “Non è un segreto che il centro è diventato difficile da raggiungere ultimamente, ma dobbiamo ricordarci che la libertà non è proprietà di pochi fortunati ma appartiene a tutti noi e che il suolo su cui ci troviamo è un terreno comune. Possiamo oltrepassare queste divisioni: la nostra luce ha sempre trovato la sua strada nell’oscurità. C’è speranza nella strada davanti a noi.”

E’ una America triste come l’espressione di Springsteen, spaesata e ostile, flagellata da una crisi profonda che la pandemia Covid-19 ha solo contribuito a peggiorare. Un paese dove ormai si litiga su tutto e nulla più accomuna le due anime di questo paese. Dall’aborto alla pena di morte, dalle politiche economiche all’ambiente, dal controllo delle armi da fuoco alle politiche sull’immigrazione, della libertà religiose alle politiche di integrazione. Nessun desiderio di avvicinarsi, di trovare un terreno di incontro e di compromesso. Nessun desiderio di comprendere le ragioni dell’altro. Quel centro che è scomparso sostituito da posizioni sempre più radicali ed intransigenti. Di fronte a te non hai più un avversario, ma un nemico, da sconfiggere e sopraffare con ogni mezzo. Sono ormai lontani i tempi in cui un presidente poteva vantare un indice di gradimento costantemente oltre il 60%. Forse l’ultimo che c’è riuscito è stato a cavallo fra gli anni ’50 e ‘60 il presidente Eisenhower che amministro un’America puritana e forse un po’ retrograda e bigotta ma che riusciva ancora a stare insieme per quanto flagellata, già allora, da enormi divisioni sociali, economiche e soprattutto razziali. Bruce Springsteen invoca la riconciliazione ritrovandosi in quel centro immaginario. Non ha mai nascosto la sua fede progressista, inizialmente non espressa, per poi dichiararla apertamente a partire dai tempi dalla candidatura presidenziale di John Kerry che si contrappose alla rielezione di George W. Bush.

Il video di Bruce Springsteen ha ricevuto anche aspre critiche e da entrambe gli schieramenti. In un articolo del Washington Post lo si accusa di aver strizzato gli occhi verso la media distanza, come una parodia di sé stesso. Viene ritenuto quasi offensivo e sbagliato, addirittura sconcertante, suggerire che dovremmo tutti viaggiare rapidamente e metaforicamente nel nucleo dell’America rurale bianca per fare pace e andare avanti. Dall’altra parte, una certa stampa di fede repubblicana, lo ha criticato aspramente considerando ipocrita il suo appello alla riconciliazione avvenuta ma solo dopo la vittoria di Biden e dopo aver attaccato duramente Trump per mesi. Sicuramente sarà necessario ancora molto tempo e molto impegno per restituire un minimo di serenità ad un paese lacerato e in costante declino che stenta a ritrovare la sua strada e dove i suoi osannati miti e la sua retorica patriottica sembra definitivamente svanita. Sicuramente lo spot di Bruce Springsteen non produrrà particolari effetti positivi, ma sarebbe ingiusto riservargli solo critiche o peggio derisione per quello che, nonostante tutto, appare come un sincero appello all’unità, unica condizione che possa ridare vigore a quegli ideali tanto cari alla tradizione americana.