La miseria della provincia rurale americana, nel romanzo “Nella terra dei lupi” di Joe Wilkins

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di Paolo Tagliaferri

Avevo pensato di acquistare questo bel libro su internet, così come ormai è prassi di molti, ancor più in questo sciagurato periodo in cui siamo flagellati da questa drammatica epidemia che ci induce inevitabilmente a limitare i contatti con il mondo che ci circonda. Ma poi ho inforcato la bicicletta e mi sono diretto in centro ad Arezzo, in piazza Risorgimento, approfittando di uno dei pochi giorni classificati a rischio “giallo”. Fa sempre tutto un altro effetto acquistare un buon libro in questo piccolo negozio, “Il viaggiatore immaginario” che, rispetto alle altre librerie della città magari più grandi e fornite, è un luogo dove si respira la passione per le buone letture e non è semplicemente un luogo dove si vendono libri. Ero certo che lo avrei trovato e così è stato.

“Nella terra dei lupi” (Neri Pozza editore) è il romanzo di debutto di Joe Wilkins, già autore pluripremiato per la raccolta di memorie della sua infanzia trascorsa in quelle zone remote del Montana e in cui è ambientata la storia di Wendell e Gillian e del piccolo Rowdy. Una terra di frontiera, tormentata e ostile, dove ancora oggi e forse in maniera ancor più marcata, la povertà rurale fa da sfondo a vite solitarie, a famiglie distrutte, in un circolo vizioso di violenza, degrado ambientale, alcol e mancanza di istruzione. Il ceto medio che non esiste più e che si abbandona inesorabilmente all’oblio. Poco meno di trecento pagine che vanno via in un paio di giorni e che, se la stanchezza del lavoro non mi facesse capitolare la sera dopo pochi capitoli, avrei potuto leggere tutte d’un fiato.

Il mito della virilità del west americano fatto nuovamente a pezzi in questa storia tragica e struggente, come tante altre possono ambientarsi nella vastità della provincia rurale americana, un mondo che non sembra riuscire a trovare una via d’uscita alla propria miseria in quella che al momento permane, malgrado tutto, la più grande e ricca nazione del mondo. Terra arida e selvaggia, strappata con violenza oltre un secolo fa alle popolazioni native, ai Crow e ai Lakota che per secoli l’avevano abitata, rispettandola nella loro primitiva semplicità. L’avanzata dei coloni in cerca di nuove terre e la corsa all’oro ne avevano decretato, circa 150 anni fa, la resa definitiva. Tribù ormai decimate, affamate e stanche che proprio nella terra del Montana, nella valle del Little Big Horn, trovarono la loro ultima leggendaria vittoria sulle giubbe blu del Generale Custer.

I discendenti di quei coloni sono il mondo in cui sopravvivono il piccolo Rowdy di 7 anni, bambino un po’ ritardato, malnutrito e sbilenco, che viene affidato al cugino della madre. Una madre che non lo ha mai accudito a dovere, che lo lasciava sempre in casa da solo, distratta da una vita sconsiderata fatta di rapporti casuali, alcol e metanfetamine, fino ad essere imprigionata per spaccio di droga. Rowdy, che per giunta non parla più da mesi, viene accompagnato dall’assistenze sociale in una zona impervia del Montana, ai margine delle montagne, dove abita in una casa mobile l’unico parente che possa prendersene cura, il ventiquattrenne Wendell Newman. Il ragazzo non se la sente di mandarlo via, per quanto ha già anche troppi problemi per tirare avanti, fra i pochi dollari che gli rimangono in tasca, un passato scomodo e un lavoro instabile. Ma con il passare del tempo Wendell riesce ad instaurare un legame prezioso con quel fragile bambino, nutrendolo, proteggendolo dal freddo, rimandandolo a scuola e restituendogli quel calore che nessuno gli aveva mai riservato. Fino al sorprendente epilogo che, nella sua innegabile tragicità, sembra accendere una lieve speranza di riscatto e redenzione, un deciso rifiuto alla violenza spiccia e insensata, unito al desiderio di proteggere senza tentennamenti le persone che si amano. Quell’ottusa violenza incarnata da uomini resi malvagi da una vita che li ha privati precocemente degli affetti familiari e di qualsiasi stabilità emotiva ed economica e che ne ha determinato i loro fallimenti e le loro tragedie, rendendoli poveri, sporchi e truci. Uomini che credono che solo con le armi potranno rivendicare la propria libertà e la propria supremazia sulle terre dei propri padri, contro un odiato governo centrale che considerano l’unica causa delle proprie colpevoli disgrazie. Una terra che a loro giudizio non deve essere né protetta né salvaguardata, ma deve essere funzionale all’uomo e al proprio dominio e che giustifica la caccia di frodo indiscriminata, il desiderio di sterminio dei lupi delle montagne e le discariche fra i crepacci.

Qualcuno ha definito questo romanzo una sorta di Ma questo  western moderno. Ma questa è solo una delle tante storia di uomini, di donne e di bambini che cercano unicamente di sopravvivere alle proprie disgrazie sullo sfondo di un mondo e di una terra ostile che sembra destinata ad un tragico destino. Personaggi che non riescono a trovare un senso alla propria esistenza, sopraffatti ed inerti e che neppure la fuga sembra poter salvare.

Un romanzo che fa tornare alla mente le sconvolgenti notizie che giungono in questi giorni da un America già  flagellata dalla spietata brutalità dell’epidemia di Covid-19 (oltre 350.000 morti), e che deve fare i conti con quello che passerà alla storia come l’anno con i maggiori morti in assoluto per overdose, oltre 81.000, dove eroina, metanfetamine e le nuove potentissime droghe sintetiche tipo il fentanyl, stanno sterminando soprattutto il ceto medio bianco e che dalle grandi città metropolitane sta invadendo la provincia americana e gli stati del west. Quelle morti, da molti catalogate semplicisticamente come “morti per disperazioni”, a cui si va a sommare un tasso di suicidi ormai fuori controllo (oltre 14 suicidi per 100.000, circa 50.000 persone, quanto una popolosa città che scompare ogni anno), un dramma che sembra che nessuno vuole o riesca ad affrontare.  Nelle aree rurali e meno popolose del paese, come nel Montana del romanzo di Wilkins, il tasso di suicidi e del 25% più alto che nelle zone con almeno un milione di persone.  Numeri sconvolgenti, senza senso, e che sommandosi alle morti per abuso di alcol raggiungono valori inimmaginabili di oltre 160.000 persone che muoiono ogni anno “per disperazione” e il trend purtroppo è in continua ascesa.

Il mito offuscato e forse inesorabilmente scomparso di una moderna società americana che non pare riuscire minimamente a trovare gli strumenti per mettere in pratica quelli che i propri padri fondatori avevano decretato, nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, i diritti inalienabili e per tutti gli uomini. Vita, libertà e felicità.