Sono favorevole alla liberalizzazione della cannabis.

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Nel corso degli anni ho cambiato idea.

Sì, anni fa ritenevo giuste le norme che contrastavano l’uso della cannabis come le altre droghe. Poi mi sono trovato fra coloro che per motivi medici ne fanno uso, in una forma che certamente è molto lontana dall’utilizzo ricreativo, anzi è piuttosto schifosa; si punta più sulla presenza del principio Cbd che sul Thc, viene triturata o messa in olio per inalazione o ingestione, insomma è proprio un’altra cosa, ma viene considerata quasi al pari di cocaina o eroina. E mi sono immerso nelle difficoltà di reperimento e di utilizzo che derivano dall’approccio proibizionista che si è sviluppato in Italia: solo pochi anni fa ne è stata iniziata la coltivazione presso Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, ma molto spesso il principio attivo viene importato dall’Olanda. Con enormi difficoltà di approvvigionamento che penalizzano quelle molte persone che in Italia ottengono benefici dalla sua assunzione per riduzione del dolore e degli spasmi muscolari. Difficoltà che oserei dire drammatiche negli ultimi mesi, a causa della pandemia, proprio per coloro che ne facevano uso sanitario e che si sono ritrovati senza il supporto di questi principii attivi a fronteggiare dolori più consistenti e -perché no- impatti psicologici più devastanti. Caso simile a quello denunciato da Walter deBenedetto e oggetto di provvedimenti dei tribunali.
Restrizioni derivanti dal regime punitivo che aleggia intorno alla parola cannabis; che obbligatoriamente mi porta a riflettere sull’uso ricreativo della stessa e ad una polemica che da decenni imperversa nella società italiana.
In questi giorni ho chiesto ad un amico medico -che si è per molti anni impegnato per  aiutare drogati- quale fosse la sua valutazione circa la liberalizzazione della cannabis, del fumo per capirsi. Si è dichiarato favorevole e mi ha indirizzato verso le riflessioni web del dottor Gessa, scienziato che ha girato il mondo valutando come la liberalizzazione avvenuta in Olanda piuttosto che in Colorado abbia nel medio periodo provocato la diminuzione del numero dei drogati da droghe pesanti e ridotto -se non annullato- il mercato illegale. Ricordando come peraltro nessuno studio scientifico abbia dimostrato che l’utilizzo della cannabis abbia effetti nocivi nel lungo periodo, forse il motivo per cui la “maria” è stata rimossa dall’elenco delle sostanze nocive indicato dagli organismi internazionali.
Coloro che in Italia si oppongono alla liberalizzazione hanno -per me, adesso- un atteggiamento ipocrita perché contemporaneamente accettano che lo Stato lucri su alcol e fumo, la cui dipendenza da genera un impatto parimenti significativo sulla salute degli utilizzatori e di coloro che si possono trovare coinvolti incidenti generati dai briachi. Non che chi ha fumato erba non esponga gli altri al rischio di essere investiti o simili, ma resta l’ipocrisia di fondo. Lancia il sasso e nasconde mano.
Una ipocrisia sospetta perché naturalmente il crimine organizzato sostiene queste posizioni a tutela del proprio business. Quindi politici del passato e del presente che si pongono come paladini alla lotta contro la liberalizzazione del “fumo” fanno il gioco dei trafficanti, importatori, produttori e spacciatori che operano nella illegalità.
La produzione controllata in termini qualitativi peraltro taglierebbe le gambe ai prodotti illegali che spesso sono ottenuti con metodi di coltivazione che innalzano oltre ogni ragione il contenuto di principio attivo facendolo divenire “hobby” ulteriormente pericoloso. Sì, perché quando si arriva al 40% di THC, il principio che dà lo sballo, vi possono essere effetti collaterali pericolosi per l’utilizzatore. Era consentita in Italia la coltivazione di cannabis con THC minore dello 0,5%, generando un settore economico di coltivazione, elaborazione e commercio che è stato poi penalizzato dalla marcia indietro delle istituzioni italiane, che sembrano fare il gioco dei criminali. Un Thc sotto il 10% ottenuto con coltivazioni senza additivi tende a ricreare quel prodotto che negli anni ’60 si sparse dagli Stati Uniti -spesso riportato a casa dai militari in Vietnam- al resto del mondo. Weed grass, così la chiamarebbe Dude nel film di Coen.
Molti sono gli aspetti tecnici, ivi compresi i modi di cessione che potrebbero essere resi legali, che altri devono esaminare: l’importante è intraprendere questo percorso.
Non vedo l’utilità di ingolfare inquirenti, tribunali e galere con chi è coinvolto nelle droghe a base cannabis, caricando di costi la collettività e impedendo l’espulsione di delinquenti non italiani (un imputato non si può espellere..). Bastano quelli nostrani. E bastonare le droghe pesanti, tutto il resto, senza pietà. Mica ci deve pensare Brumotti!