Lo scalpellino aretino a Striscia la Notizia!

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di Paolo Tagliaferri

Molti di noi, in queste settimane, cercano di convivere con fatica con un isolamento forzato, relegati in casa a svolgere in solitudine attività lavorative in questa strana forma che tutti chiamano smart working o lavoro agile. Una condizione purtroppo obbligata, dato il perdurare di una epocale e drammatica emergenza sanitaria che non sembra per il momento voler mollare la presa. Gli uffici si svuotano e in tanti trascorrono le proprie giornate in solitudine nelle proprie case, davanti ad un monitor freddo ed inespressivo e che dovrebbe sostituirsi ad ogni rapporto sociale o semplice contatto con il genere umano. Per molti la tecnologia e le telecomunicazioni sono diventati il mezzo e lo strumento per un nuovo modo di lavorare. Abbiamo imparato a districarci fra videoconferenze, collegamenti in remoto, condivisione di documenti su piattaforme virtuali, applicazioni di ogni tipo e funzionalità, dove tutto sembra comunque essere possibile e senza bisogno di mettere neppure il naso fuori dalle proprie mura domestiche. Ma ci sono molte attività che da sempre hanno nella solitudine il loro tratto dominante, la loro caratteristica irrinunciabile ed imprescindibile. Che si tratti di piccoli artigiani, di professionisti e di artisti, sono tutti accumunati dalla necessità di una completa concentrazione e di un totale isolamento, senza i quali non sarebbe possibile svolgere al meglio la propria attività. Vecchie e nuove professioni che non hanno probabilmente sofferto di questa nuova realtà che ha invece privato molti di noi dell’abituale e costante contatto con i propri simili. Il lavoro di scalpellino esiste fin dagli albori della civiltà, da quando ancora si lavorava solo con la forza delle proprie mani, senza che macchine, attrezzature o robot venissero a darci il loro prezioso supporto, ma che in molte professioni ha significato il relegarci progressivamente al ruolo di semplici comparse. Il lavoro, o per meglio dire l’arte dello scalpellino, ha attraversato i secoli fino ad arrivare a noi praticamente immutato. L’essenza stessa della propria opera si limita a quei pochi semplici e arcaici strumenti, martello e scalpello, forse divenuti nel tempo più efficienti e resistenti, ma che non hanno trovato alternative per l’opera di questi instancabili e pazienti artisti della pietra. I segreti del mestiere sono sempre gli stessi, segreti spesso custoditi gelosamente, magari tramandati in famiglia e che necessitano di passione, dedizione e pazienza. L’arte di un mestiere antico ma interpretato ancora oggi da persone volenterose e di talento. A metà ottobre, con sorpresa e curiosità, siamo stati deliziati dal bel servizio mandato in onda da Mediaset nell’appuntamento serale di Striscia la Notizia. L’inviato Davide Rampello ha mostrato le bellezze di Arezzo, incontrandosi poi con Sauro Gallorini, moderno scalpellino aretino. Immagini suggestive della parte antica del nostro centro storico, di piazza Grande, della Pieve di Santa Maria, della Basilica di S.Francesco con gli affreschi di Piero e della chiesa di S.Domenico con il crocifisso di Cimabue. Una città in cui “il tempo sembra essersi fermato e dove ogni pietra racconta una storia e regala una emozione”. Ho incontrato anch’io Sauro nel suo piccolo laboratorio di Agazzi, un piccolo locale in cui con attenzione ti fai largo fra stemmi, bassorilievi, incisioni, tutte rigorosamente realizzate da lui, con l’impiego di materiali di recupero, vecchie lastre di pietra o di marmo ma che con la sua maestria e paziente lavoro, hanno acquistato la bellezza tipica delle opere antiche. Non trovo macchine o attrezzature, solo una piccola mola per appuntare gli scalpelli. Per il resto esiste solo un semplice piano di lavoro dove Sauro, con scalpello e martello, incide le proprie opere. La specialità di Sauro è riprodurre stemmi, incidere scritte con caratteri originali, ma anche realizzare opere più complesse come camini monumentali. Le sue opere vanno ad abbellire ville e case di prestigio e talvolta castelli; luoghi in cui, proprietari di solito facoltosi, amano contornarsi di ornamenti e complementi di arredo di fattura antica senza dover far visita a qualche antiquario. Sauro mi mostra le sue opere, il suo banco di lavoro, i suoi attrezzi. Il locale è angusto e spartano, con le pareti di mattone ancora non intonacate. I suoi bassorilievi e le sue incisioni sono sparse un po’ ovunque. Alcune sono in bella mostra sistemate su dei supporti, altre sono a terra o sopra i piani di lavoro. Ti sembra di essere entrato nella bottega di un antiquario o nel laboratorio di un restauratore di opere antiche o nel seminterrato di un museo adibito temporaneamente a magazzino. Non puoi credere che quelle sono opere “moderne”, incise e realizzate da poche settimane, al massimo da qualche mese. Ti aspetteresti che, dopo essere state ripulite e sistemate, se ne debbano ritornare alla loro originale sistemazione, ovvero nelle suntuose stanze di un museo, oppure in un lussuoso negozio di antiquario o all’interno di maestose cattedrali. Ma invece sono riproduzioni, opere recenti, scaturite dalla maestria di questo moderno scalpellino. A terra noto una lastra di pietra con dette incisioni, ed una crepa che la attraversa quasi da un lato all’altro. Ma anche quella non è originale, ma è una rottura fatta intenzionalmente per ricreare l’idea dell’opera antica. I bordi delle pietre sono consunti, le scritte sbiadite e talvolta incomprensibili come se fossero state calpestate per secoli. Mi mostra il suo caminetto di casa, anche questo da lui realizzato, ovviamente con tanto di incisioni. Nella sua casa ci sono anche alcuni dipinti, riproduzioni di opere di pittori famosi. Anche quelle sono opera di Sauro. Non gli chiedo dove ha imparato a fare tutte quelle bellissime opere d’arte. So già la risposta. E’ semplicemente talento, passione, dedizione a pazienza. Mi racconta delle sue visite al Museo Nazionale del Bargello a Firenze o all’’Opificio delle pietre dure sempre a Firenze. “Guardo e provo a ricreare quello che desidero. Se sbaglio, rinizio da capo”. Con il tempo ha acquisito dimestichezza, capacità, migliorando le sue tecniche di artista dello scalpello. Ma resta umile, non si dà delle arie. In fondo e da sempre, la vita dello scalpellino non è stata mani nelle prime file, ma costantemente nelle retrovie. La parola scalpellino, fin dall’antichità, veniva usata talvolta in senso quasi dispregiativo per identificare scultori senza alcun valore, artisti senza arte. Ma sappiamo che i primi scalpellini furono quelli che lavorarono alla costruzione delle Grandi Piramidi e nel corso dei secoli entrarono a far parte delle varie gilde e corporazioni delle arti e dei mestieri delle città italiane. La loro attività divenne con il tempo “l’arte dello scalpellino” e a questi artisti venivano commissionati, come avviene oggi per Sauro, bassorilievi e rifiniture esterne-interne di case e palazzi. Oggi come allora era un lavoro duro, anche solo per la pesante e poco collaborativa materia prima. Lo scalpellino che lavora per ore la pietra, consumando ingenti energie e costretto per ore in posizioni scomode. Il mestiere dello scalpellino “di città” non è assolutamente morto, ma continua grazie agli artigiani della pietra come Sauro, che senza mostrarsi o vantarsi, lavorano con passione e volontà regalandoci delle vere e proprie opere d’arte.