AREZZO, ALLARME TERZIARIO: UN’IMPRESA SU TRE A RISCHIO CHUSURA IN CASO DI NUOVO LOCKDOWN

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Pubblicati i dati provinciali aretini dell’ultimo Osservatorio congiunturale curato da Format Research per conto di Confcommercio Toscana, che ben descrive la situazione di crisi che la pandemia ha causato anche a livello economico
Dopo una timida ripresa estiva è di nuovo crollato il clima di fiducia degli imprenditori. Sette su dieci guardano con timore l’ipotesi di un nuovo lockdown, che per uno su tre potrebbe significare la fine dell’attività.
Il rialzarsi della curva dei contagi nelle ultime settimane, e le conseguenti misure adottate dal Governo, ha di nuovo spinto in basso tutti gli indicatori economici (andamento dell’attività, ricavi) anche in provincia di Arezzo, rievocando gli spettri del lockdown già vissuto a primavera. Così, dopo una timida ripresa estiva, è di nuovo crollato il clima di fiducia degli imprenditori del terziario: sette su dieci guardano con timore l’ipotesi di una nuova chiusura generalizzata, che per uno su tre potrebbe addirittura significare la fine dell’attività.
È quanto emerge dal focus di approfondimento sulle imprese del terziario della provincia di Arezzo, realizzato nell’ambito dell’Osservatorio Congiunturale Toscana da Confcommercio Toscana in collaborazione con Format Research.
Le prime ripercussioni della pandemia a livello economico si fanno vedere anche nei numeri: in provincia di Arezzo si contano 16.820 imprese operative nel commercio, nel turismo e nei servizi, in calo rispetto a quelle rilevate dodici mesi fa. Anzi, a settembre 2020 si è registrato lo scostamento negativo più intenso degli ultimi 10 anni (-105), dovuto prevalentemente alla decelerazione dell’apertura di nuove attività. Perché, è ovvio, con questi chiari di luna la voglia di fare impresa è molto diminuita.
L’indagine rileva poi segnali di profonda sofferenza dal punto di vista del fabbisogno finanziario, certificando una ripresa ancora lontana sul fronte della liquidità. Negli ultimi sei mesi è infatti cresciuta la quota di imprese che hanno fatto domanda di credito nel periodo compreso tra aprile e settembre (44%) e, dopo le difficoltà che hanno caratterizzato i primi mesi, in due casi su tre la risposta degli istituti di credito è stata positiva. In generale, l’introduzione del «DL Liquidità» ha spostato l’attenzione dagli aspetti relativi al costo del credito (giudicato in miglioramento) alle tempistiche di erogazione. Complessivamente, migliora dunque il giudizio delle imprese del terziario della provincia di Arezzo circa il costo dei servizi bancari.
Una impresa su due (52%) ammette di essere in forte difficoltà nel rispettare le scadenze fiscali. Il dato è nettamente più marcato presso gli operatori della ristorazione, la ricezione turistica, gli esercizi del commercio al dettaglio non alimentare.
Da sottolineare inoltre la crescente paura di rimanere vittime della criminalità: il 20% dei commercianti e dei titolari di pubblici esercizi aretini avverte il rischio di usura e i tentativi della malavita di impadronirsi delle aziende. Si tratta di timori fortemente accentuati dal particolare momento storico e legati all’incertezza degli operatori economici del territorio, specialmente quando questi avvertono un senso di abbandono dal punto di vista del sostegno (e di aiuti concreti) erogati dalle istituzioni.
“La nuova stretta imposta dal governo a tante attività del terziario ha aumentato a dismisura anche tra gli imprenditori aretini la sfiducia nel futuro e il timore più che concreto di non farcela ad andare avanti”, commenta il direttore di Confcommercio Toscana Franco Marinoni, “in particolare, un nuovo lockdown configurerebbe uno scenario apocalittico ad Arezzo: sarebbero a rischio chiusura il 30% delle imprese del terziario, con ricadute devastanti sull’occupazione, in special modo nei comparti della ristorazione e della ricezione turistica, già pesantemente toccati. Ma non se la passa molto meglio il commercio non alimentare, visto che i consumi sono fermi. Ecco perché invochiamo misure di sostegno per le imprese a tutti i livelli istituzionali, dai Comuni alla Regione e al Governo. Ognuno per quanto può deve dare una mano alle imprese, se non vogliamo risvegliarci un giorno in un Paese senza più negozi e servizi. Il Covid non si combatte con le chiusure, ma con l’aumento delle misure di sicurezza personale e soprattutto della educazione e della responsabilità di ciascun cittadino, anche perché molti esperti internazionali raccomandano di imparare a convivere con la pandemia, piuttosto che seppellirci vivi. Trattenere il fiato fino a che non sarà finita equivale a morire, ormai l’abbiamo capito”.