Ma i treni erano puntuali…. così ci si possono buttare sotto.

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Toltomi con piacere una soddisfazione torno alla riflessione…
Quello che racconta Liliana Segre dipinge una crudeltà bestiale che va ben oltre il crimine di mettere a morte persone appena giunte nei campi di concentramento, come appunto è accaduto a suo padre. Non c’è niente di cui gloriarsi né per l’una né per l’altra cosa. Basterebbe che gli ignoranti  italiani che si dichiarano antisemiti andassero a leggere in uno dei loro siti preferiti (www.ilprimatonazionale) il ritratto del più giovane militare italiano che ha ricevuto la medaglia d’oro per il valore dimostrato durante la grande guerra. Lunardi parla di un giovane che si arruolò volontario falsificando i suoi documenti, quando al fronte venne fuori che aveva soltanto 16 anni lo mandarono a casa. Appena compiuti diciasett’anni il giovane tornò subito al fronte, si distinse subito e trovò la morte in una nuova azione eroica a meno di 18 anni. L’autore sovranista ne elogia il comportamento, ma stranamente dimentica un aspetto tutt’altro che secondario. Il giovane in questione si chiamava Sarfatti, chi ha letto la prima parte di questa mia riflessione ha già trovato questo cognome. Infatti era il figlio di Margherita Sarfatti, l’ebrea che in seguito divenne amante di Mussolini. Il giovane eroe della 1ª guerra mondiale era un ebreo che come molti della sua ” razza” aveva aderito con entusiasmo all’ interventismo italiano. Non fosse morto sui campi di battaglia, quell’eroe dei fascisti italiani -anche noto come cavalier Benito Mussolini- lo avrebbe mandato a morire in qualche campo di concentramento nazista, era coetaneo del padre della Segre.
Basta questo per significare come questi nostalgici insultano la Storia (per sovramercato, non solo il più giovane medaglia d’oro era ebreo, lo era pure il più anziano decorato di medaglia d’oro -pure morto in azione di guerra-; conferita nel 1918 al 62enne tenente Blum che era già medaglia argento quale soldato semplice volontario nel 1915).
Spero che in molti leggano e ascoltino le storie di chi ha subito le leggi razziali. Farebbero bene anche a conoscere la storia locale. Ci trovebbero la storia della famiglia Calò, importante per gli aretini. Ebrei -che colpa!- decidettero che la madre incinta e con tre bimbi potesse essere al sicuro pur rimanendo a casa nel pisano: furono arrestati e scaraventati ad Auschwitz dove furono uccisi al loro arrivo. Calò padre (m.o.v.m., strano come questi ebrei derisi dai fascisti risultino poi veri combattenti!) venne in terra aretina, divenne vice comandante d’una brigata partigiana locale; ignaro del destino della famiglia, morì insieme a decine d’aretini a S. Polo, straziati dai nazisti.
Proprio in questi giorni sto leggendo “3 vite per una lira” di Enzo Gradassi (riposi in pace) e Santino Gallorini, € 19 da C&P- Effigi.
Un approccio meno edulcorato alla memoria della resistenza aretina rispetto al noto “fuochi sui monti…” del Curina, ci leggo gli stessi nomi ed episodi, visti con una prospettiva priva di esaltazione retorica e marketing. Ci troverete i fascisti locali, i “famosi” Vecoli, Abbatecola, Solìto; campioni di pavidità e crudeltà, dovreste ricordare questi modelli di pochezza umana ai neofascisti locali. Ritrovereste la storia del povero Brocherel ucciso da due fucilate alla schiena a tradimento da chi lo aveva invitato a casa sua. O Pio Borri, anche lui ucciso alle spalle, a freddo. Comprenderete forse meglio le strane dinamiche di quel periodo dopo l’8 settembre 43, quando il “tengo famiglia” divenne imperativo per molti in camicia nera che si affrettarono a cambiare fronte andando ad appoggiare i patrioti, a scapito dei loro selvaggi fascisti commilitoni. Porci che in diversi casi vennero fucilati dopo il giudizio dei tribunali speciali nel 1945-46, altri furono giustiziati per i loro crimini dai compagni degli assassinati, altri cercarono di rifarsi una vita della nuova Italia.
Mi è facile dire che in molti casi le ricostruzioni della resistenza aretina sono agiografiche e si comprende che i combattimenti erano spesso scaramucce o scambi di fucileria con lo scopo principale di procurarsi la via di fuga. Ma tanti furono assassinati dalla ferocia nazi-fascista senza motivazione e legalità. Come tre aretini inermi detenuti nel carcere di San Benedetto – due Tani, l’avvocato Sante 40anni ed il fratello sacerdote Giuseppe 30anni, ed il prestoso Aroldo Rossi 29anni- che non avevano mai alzato un dito contro quei fascisti (i due civili, ancor meno il prete ammazzato “gratis”) cui avevano dichiarato opporsi, una offesa alla civiltà; in quei momenti e poco distante le camicie nere uccidevano due combattenti per la libertà, il belga (!) Meuret e l’orafo piemontese Oddone. Che differenza da quel dux che sarebbe stato pescato mascherato da militare tedesco, con la sua amante e l’oro sottratto a Banca d’Italia: tre qualità fascistissime, vigliacco, puttaniere e ladro. Pensateci la prossima volta che incrociate qualcuno che elogia il ventennio: infamatelo, è facile e se lo merita.