Complicate semplificazioni o semplificazioni complicate?

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Di  Roberto verdelli

Ho dato un’occhiata al recente decreto “semplificazioni” per quanto attiene gli aspetti relativi alle procedure edilizie. La prima impressione che ho avuto è quella di avere a che fare con un testo “complicato”. Si tratta di modifiche a precedenti disposizioni con infiniti rimandi a commi, articoli e leggi a sua volta modificati, con altri commi, articoli e leggi.

Ho consultato un testo bifronte che metteva sulla sinistra il testo precedente alle modifiche e, sulla destra, quello modificato. Il modificato era regolarmente più lungo del precedente. Ho pensato, tra me ”qui non si comincia bene” come disse quello che suonò al campanello della chiromante e questa gli rispose: “chi è?”.

Non voglio entrare nel merito delle disposizioni modificate, sarebbe inutilmente noioso e non servirebbe a nulla dal momento che quasi tutte le modifiche apportate si prestano o si presteranno a varie interpretazioni o necessiteranno di ulteriori norme o circolari esplicative.

Senza nulla semplificare e, semmai, complicando un po’ quel che di confuso già c’era.

Ormai è così!

Non c’è più nulla da fare se non ripartire daccapo.

Ci stiamo ormai “incartando” su impianti normativi che, da più di quarant’anni rivedono e riformano le categorie d’intervento sugli edifici introdotte con l’art.31 della L.457/78 (nata, tra l’altro, per il piano casa) oppure sulle modalità di applicazione degli oneri di urbanizzazione anch’essi introdotti alla fine degli anni settanta con la “famigerata” legge Bucalossi.

Alle norme dello Stato si sono aggiunte quelle delle Regioni sino a confondere sempre di più gli operatori ed i cittadini.

Non abbiamo più certezze nemmeno su come si calcola il volume (perché oltre a quello insegnato alle elementari ci sono almeno altre tre modi per farlo!) per non parlare dei calcoli delle superfici perché anche di queste ne esistono a iosa e per ogni occasione.

In tutto questo tripudio di norme si è perso di vista l’unico motivo per il quale è lecito che un’amministrazione (sia essa: Stato, Regione, Provincia o Comune) legiferi, pianifichi o disponga e cioè che i processi di trasformazione del territorio avvengano;

– nel miglior modo possibile;

– nel rispetto delle regole che la collettività si è data.

Bisogna prendere atto che regolare i processi di trasformazione del territorio in genere e dell’architettura in particolare, è estremamente complesso. Ho la sensazione che, in questa rincorsa al produrre regole, si è perso la testa sino a non percepire più lo scopo primario e cioè cercare di produrre o modificare: i territori, le città, e gli edifici nel miglior modo possibile. Insomma ci siamo più concentrati a produrre regole che ad intervenire nel migliore modo possibile. Non importa se la città viene brutta, basta che sia in regola! Perché purtroppo non è sempre vero che una città a posto con le regole è sempre e comunque bella!

Leggo e rileggo queste norme di semplificazione trovandole, ancora una volta, matrigne, astruse e complicate. Semplificare non può voler dire consentire di modificare un prospetto con un intervento di manutenzione straordinaria anziché di ristrutturazione edilizia oppure modificare il sistema delle tolleranze o delle deroghe, oppure, peggio ancora inserire definizioni che potranno solo portare ad ulteriori dubbi interpretativi.

Se si vuole semplificare non si può condizionare l’intervento al fatto che esso : “ non comporti mutamento urbanisticamente rilevante delle destinazioni d’uso implicante incremento del carico urbanistico” perché questo non lo capisce nessuno e perché, per chiarire l’arcano, ci vorranno altri due decreti: uno per stabilire cosa si intende per “rilevante” e l’altro per indicare l’autorità deputata al controllo. Chi si prenderà la briga di individuare “la rilevanza e l’implicanza” dell’intervento?

Per oltre quaranta anni ho studiato, formulato e gestito norme e disposizioni edilizie ed urbanistiche ed ho ormai maturato la convinzione che bisogna ripartire da capo.

Ragionare con la testa sgombra dal pregresso.

Vorrei fare uno sforzo di astrazione ed enunciare alcuni principi che ritengo fondamentali:

1)- Le regole.

Penso che non se ne possa fare a meno, ma, per favore, che siano semplici e comprensibili!

Le regole sono date dalle leggi e dalle norme degli strumenti urbanistici. Si chiariscano le competenze e gli ambiti di applicazione. Dopo di ciò nessuna legge e nessuno strumento urbanistico può sovrapporsi o interferire con altra legge o strumento urbanistico.

Le leggi e le norme degli strumenti devono essere poche e brevi. Non più di dieci leggi tra edilizia, urbanistica, ambiente e lavori pubblici.

Ciascuna legge non dovrà essere più lunga della Divina Commedia che, per studiarla e neanche tanto bene, ho impiegato tre anni della mia adolescenza.

Per dare alcuni riferimenti il dlgs 152/2006 recante alcune norme in materia di tutela ambientale consta di 318 articoli e sei interminabili allegati, il contenuto del PIT è pari ad almeno 10 commedie dantesche, uno stampato di una comune SCIA è di circa 30 pagine ed il solo schema di asseverazione per il bonus 110% è di una decina pagine. La deriva burocratica è “super partes” e riguarda tutti: lo stato, le regioni, le province nonostante sembrassero abolite, i comuni e le loro associazioni, gli enti parco, le riserve e così via.

2)- Non è possibile fare progetti attraverso le norme.

E’ ormai prassi del legislatore o del pianificatore cercare, attraverso la norma, di incidere sul progetto. Per un certo tempo anch’io ho pensato che sussistesse questo dovere ed ho cercato di creare norme che prefigurassero soluzioni. Col passare del tempo mi sono reso conto che tali sforzi, quasi mai, producevano i risultati sperati. Fatta la norma trovato l’inganno e, di seguito, rivista la norma e ritrovato un nuovo inganno. Le leggi dovrebbero indicare, procedure e sanzioni, le norme le specifiche regole dello specifico ambito. Niente di più!

3)- Non si può prescindere dal parere di merito.

Dato che non è possibile progettare attraverso le leggi e le norme, per la valutazione di qualsiasi progetto, bisogna ricorrere al merito! Ho dibattuto a lungo di tali problemi confrontandomi con chi, alla luce di una presunta tutela della libertà di espressione, rivendicava il diritto di non essere giudicato. Con qualche pasticcio e molta confusione il sistema legislativo è venuto incontro a tali istanze. La maggior parte delle Amministrazioni hanno eliminato le loro commissioni edilizie od urbanistiche mentre sono ancora soggetti a valutazioni di merito gli interventi in aree tutelate paesaggisticamente oppure su edifici vincolati. Altri progetti sono soggetti ad approvazioni o valutazioni anche se, di fatto, la loro approvazione consiste solo nella verifica del rispetto delle regole, come quelli rilasciati ai fini della sicurezza sismica o antincendio o per l’esercizio del pubblico spettacolo.

E’ forse proprio sulle valutazioni di merito che si potrebbe più facilmente semplificare.

Per montare due pannelli solari in un giardino di una casetta di campagna all’interno del parco del Casentino occorrono: il parere della Commissione Comunale del Paesaggio, il parere sella Sovrintendenza ed il parere dell’Ente Parco. Per fare un nuovo edificio a 10 piani nella periferia di Arezzo, a ridosso delle mura medicee, non occorre alcun parere di merito.

Forse qualcosa non va!

Di questi esempi se ne potrebbero fare molti. Se c’è veramente l’intenzione di semplificare qualcosa cominciamo almeno con l’eliminare le storture.

Si può legittimamente sostenere che due o tre pareri siano meglio di uno?

Si ritiene che uno stesso funzionario possa esprimersi, nell’arco di uno o due mesi, in maniera differente rispetto allo stesso progetto, come nel caso di un vincolo monumentale che si sovrappone ad uno paesaggistico?

Si possono mettere in discussione aspetti tecnici che dovrebbero essere oggettivi?

Si stabilisca con chiarezza quali sono i progetti da assoggettare a valutazioni di merito.

Si individui un unico soggetto che deve esprimere il parere.

Si chiariscano le modalità per accertare gli errori e si determinino le responsabilità e gli oneri a carico di chi sbaglia.

Se si vuol semplificare si cominci almeno con questo.