TAR: è legittima la decisione del Csm di non confermare Roberto Rossi alla guida della procura di Arezzo.

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Lo ha stabilito la prima sezione del Tar del Lazio, che, con una sentenza depositata oggi, decidendo nel merito della questione, ha respinto il ricorso del magistrato che chiedeva fosse annullata la delibera con cui il plenum di Palazzo dei Marescialli, il 24 ottobre scorso, aveva detto ‘no’ alla sua permanenza nell’incarico direttivo.

“Oggetto della valutazione dell’organo di autogoverno – scrivono i giudici amministrativi di primo grado – non e’ stata l’opportunita’ delle scelte investigative svolte dal ricorrente nell’ambito dei procedimenti di indagine quanto, sulla base del dato di fatto del procedere parallelo delle indagini e dell’incarico extragiudiziario, l’inopportunita’ della scelta compiuta dal ricorrente di non comunicare allo stesso Csm il mutamento del contesto nel quale tale ultimo incarico si stava svolgendo, contravvenendo ad un obbligo di trasparenza e correttezza.

Il magistrato, nel non rinunciare all’incarico, aveva consentito che la stampa nazionale desse ampio risalto mediatico alla notizia delle indagini avviate in relazione al dissesto dell’istituto bancario in questione e, nel contempo, desse avvio una serie di “indagini giornalistiche” sulla regolarità dell’operato del magistrato che, nella veste di consulente “lato sensu” governativo, si era trovato a condurre una delicata indagine penale che avrebbe potuto interessare, sia pure indirettamente, il Governo in carica.

La condotta era censurabile sia se il magistrato avesse avuto consapevolezza della problematicità sia se non l’avesse avuta, in quanto, nella prima ipotesi, si sarebbe palesata una situazione di conclamata e consapevole violazione delle ragioni di opportunità che devono contrassegnare l’integrità del ruolo, nonché la credibilità e il prestigio della funzione svolta; mentre, nell’altra ipotesi, doveva comunque prendersi atto di una “madornale ingenuità istituzionale”, comunque incompatibile con la delicatezza delle funzioni dirigenziali svolte e oggi sottoposte a valutazione dì conferma.

Il CSM – ricordano i giudici amministrativi – concludeva quindi la sua motivazione, rilevando che “La condotta tenuta dal Dott. Rossi alla luce della profonda analisi effettuata, incide negativamente sull’apprezzamento dei parametri dell’indipendenza e dell’imparzialità, certamente, almeno, sotto il profilo dell’immagine del magistrato, le cui necessarie caratteristiche di rigore, equilibrio, indipendenza e capacità di sottrazione, anche soltanto potenziale, ad impropri condizionamenti esterni risultano gravemente compromesse dall’insieme delle condotte, commissive ed omissive, sopra più puntualmente descritte. In particolare, il riscontro di una pluralità di circostanze non trasparenti mina profondamente la credibilità e il prestigio di cui un Procuratore della Repubblica deve necessariamente godere, compromettendo in modo decisivo la capacità di continuare a ricoprire il ruolo di dirigente nella Procura di Arezzo.

Per il CSM il dr. Rossi doveva comportarsi in modo da rendere indubitabile che l’azione svolta non fosse in alcun modo influenzata da interessi personali, tali da ingenerare nella pubblica opinione sospetti (a prescindere da ogni valutazione di sostanziale fondatezza, del tutto irrilevante nella prospettiva qui considerata) di mancanza di serenità d’animo o di compiacenza nei confronti di taluno dei soggetti interessati, anche solo indirettamente, al procedimento del quale era (disponendo o mantenendo una auto-assegnazione dei procedimenti) istituzionalmente chiamato ad occuparsi”.