A un amico: riflessioni sul razzismo.

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Un amico, se 35 anni di differenza di età permettono un tale rapporto, ha postato la dichiarazione di una giovane donna francese che contesta eventuali accuse di razzismo estese genericamente a chi come lei assicura non aver mai espresso alcuna posizione razzistica.

Non voglio con questo incrinare le convinzioni granitiche che costituiscono il nerbo della vita di un giovane uomo sino al momento in cui il dubbio ne possa divenire parte integrante -per ogni individuo ad un momento diverso, io lo pongo al momento in cui ho iniziato a guardare i manifesti funebri-; sono sicuro che Catherine e Piero hanno fatto un buon lavoro, oltre a essere stati fortunati, e quindi ti indirizzo queste parole fiducioso di farti comprendere come possano esistere visioni diverse dello stesso fenomeno.

La signora avrà domandato a tutti coloro di razze o etnie diverse che ha incontrato nella sua vita se qualunque sua parola o atteggiamento ha ferito il loro stato d’animo? Perché, al momento, l’affermazione della signora risulta insufficientemente dimostrata. Bisognerebbe chiederlo anche gli altri, ai suoi interlocutori. Perché il razzismo è insito nella natura umana e si è alimentato in millenni della nostra presenza su questo pianeta.

Rimanendo in Italia in tempi recenti forse avrai sentito una barzelletta: lo sai perché gli americani hanno i negri e noi italiani abbiamo i napoletani? Gli americani hanno scelto per primi. Barzelletta razzistica, doppiamente. Anche ridere a questa barzelletta è espressione del nostro razzismo.

Eppure noi italiani da alcuni decenni viviamo in una democrazia europea di cristiani e bianchi dove nonostante le leggi il razzismo continua ad esprimersi. Magari col ritenere comunque inferiore una particolare etnia o più in generale lo straniero senza mezzi di sussistenza. Ma dovremmo chiederci se alcune centinaia di anni fa noi saremmo stati parte di una famiglia ricca, nobile e agiata oppure servi della gleba, dormendo insieme ai maiali e accettando che il signore venisse a trombare la nostra moglie. Perché era (ed è) solo una questione di culo essere da una parte o dall’altra.

Io credo di non essere razzista nel senso compiuto della parola ossia non ritengo che esistano razze che sono inferiori per quoziente d’intelligenza, ma ritengo che il popolo giapponese nel 1935-1945 fosse un popolo indegno: può essere considerata un’affermazione razzista? Gente che riteneva l’imperatore quale figlio del sole, che combatteva senza rispetto per gli avversari o per le popolazioni civili dei territori conquistati, gente che riteneva (forse anche oggi) la popolazione femminile genericamente inferiore a quella maschile e adatta soltanto al piacere erotico, non ha il mio rispetto. Ma parimenti potrei dire che numerosi neri americani non hanno voglia di lavorare e vivono in condizioni che spesso ricordano quelle di aree del sud Italia. Dove immigrati nordafricani vivono la quotidianità di sottomessi. Razzismo sottotraccia? Indifferenza, tanto son bianco e vivo ad Arezzo? Una delega affidata col voto, ma mai approfondita? Certo dico che prima di preoccuparsi dei migranti occorre garantire supporto ai nostri vecchi o alle famiglie che chiedono sostegno. Ma so anche che taluni gruppi criminali o economici hanno bisogno di schiavi, ma nessuno nasce schiavo. E’ forse solo stanchezza? Perchè il razzismo non si esprime soltanto per differenze razziali dove diviene evidente pel colore della pelle, esiste sovente per censo e -solo è più difficile da individuare- nel caso di credo religiosi; ha frequentemente motivazioni storiche non ben definite, ruggini che si trascinano nei secoli e finiscono per assumere colorazioni successive. Sentimenti che si basano spesso su superficiali conoscenze o nozioni storiche, o peggio su informazione deformata ad’arte.

In molti casi non basta non avere commesso ingiustizie, diviene anche importante aver combattuto contro quelle che ci possono essere passate davanti. Visioni diverse dello stesso fenomeno. E la morte di Minneapolis ne è un ulteriore esempio.

Ti faccio altri esempi. Esprimo adesso un valore per me assoluto:

il tricolore è il simbolo della Repubblica italiana e come tale merita ogni rispetto.

Credo di condividere con te questo valore. Un principio fondante della mia vita. Cui non posso derogare. Quindi non comprendo come chi condivida questo valore possa far comunella con chi si puliva il culo col il tricolore. Per me, il principio non può vendere per un successo elettorale.

Perché poi si fa fatica a stigmatizzare tutti quei comportamenti che esprimono apprezzamento per il fascismo come regime. Dire che i treni erano in orario (sempre che lo fossero) per sillogismo porta ad accettare le leggi razziali. Sentir dire: l’unico errore fu la guerra! Cazzata, e le libertà civili?

Ti potrei raccontare le polemiche quando Gianfranco Fini in visita ufficiale in Israele andò a portare omaggio alle vittime della Shoah: discussioni, contestazioni. Chi non comprendeva che in quel momento era un rappresentante ufficiale della Repubblica italiana. E c’erano persone che non comprendevano come lo sterminio della razza ebraica sia un crimine immondo. E altre che non comprendevano come le leggi razziali del 1938 rappresentino una macchia nel passato della nostra penisola, tanto che è stato necessario scriverlo a perenne memoria nella Costituzione repubblicana.

Temo simili individui esistano anche oggi. A me gli ebrei-israeliani non stanno simpatici, ma la shoah fu una bestialità cui l’Italia collaborò!

È faticoso essere un uomo e non un pupazzetto, nella mia esperienza questo può avvenire soltanto momento in cui il dubbio, la visione dell’altro, entrano a far parte della tua dinamica di pensiero. Probabile arrivi anche per te, non so se meglio prima o poi.