AREZZO SOTTO LA CAPPA DI UN ORDINE ILLEGITTIMO: AZIONE NE CHIEDE LA REVOCA

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L’ordinanza 138 del 27/05/2020 del Sindaco di Arezzo ha imposto l’uso della mascherina con uno strumento eccezionale ma non sempre utilizzabile.

E’ questo il caso che affligge i cittadini di Arezzo che si trovano letteralmente schiacciati da un atto del tutto illegittimo, previsto solo per il caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale. Si badi bene… a carattere esclusivamente locale.

Ma così non pare atteso che si vive in uno stato di pandemia globale e il nostro Paese ha disposto lo stato di emergenza sino al 31 luglio prossimo.

Dunque l’ordinanza pubblicata è fuori dal presupposto di fatto in quanto non siamo in uno stato di emergenza sanitaria a “carattere esclusivamente locale

Ma le perplessità non finiscono qua.

Nei richiami normativi il provvedimento chiude con il rimando a “l’ordinanza del Presidente della Giunta Regionale n. 26 del 6 aprile 2020, con cui è stato disciplinato l’uso della mascherina” senza rendersi conto (ma ci si chiede come sia stato possibile) che l’ordinanza 26 ha perso la sua efficacia per espressa disposizione della successiva ordinanza della Regione Toscana n. 57 del 17/05/2020 avente ad oggetto “ULTERIORI MISURE IN MATERIA DI CONTENIMENTO E GESTIONE DELL’EMERGENZA EPIDEMIOLOGICA DA COVID-19. AVVIO DELLA FASE 2”.

Altro aspetto ed altra illegittimità. La parte motiva del provvedimento confligge con un dato di fatto evidente ed innegabile. Sin dal 17/05/2020 la Regione Toscana, nella sua ordinanza afferma che “la situazione epidemiologica della Toscana presenta un andamento positivo e tale da non dover introdurre misure restrittive rispetto alla tempistica dettata dalle disposizioni nazionali per la riapertura delle attività economiche, produttive e social”. Diversamente opinando, “pur a fronte di un forte abbattimento della diffusione del contagio”, in modo, ancora, immotivato e non sostenuto da adeguata e necessaria istruttoria, nell’ordinanza 138/2020 del Sindaco si afferma che “sussiste la necessità di adottare rigorose misure di prevenzione del contagio nei rapporti sociali”.

Ci chiediamo: quale necessità se nello stesso contesto la Regione Toscana consente una misura diversa e di minore intensità, laddove prevede di “confermare l’utilizzo obbligatorio della mascherina protettiva, in spazi aperti, pubblici o aperti al pubblico, nel caso non sia possibile mantenere il distanziamento interpersonale”?

Diversamente, il sindaco di Arezzo stringe le maglie e perentoriamente ordina paternalisticamente agli Aretini che “con decorrenza 28 maggio 2020 e sino a nuova ordinanza di revoca che ogniqualvolta ci si trovi: a) in spazi all’aperto pubblici o comunque privati aperti al pubblico, b) in esercizi commerciali aperti al pubblico, c) in altri luoghi al chiuso accessibili al pubblico è obbligatorio adottare tutte le misure precauzionali adeguate a proteggere sé stessi e gli altri dal contagio, mantenendo la distanza interpersonale di almeno un metro e indossando necessariamente la mascherina o comunque qualunque altro dispositivo di protezione delle vie respiratorie, purché in grado di coprire naso e bocca e di provvedere contestualmente ad una frequente e puntuale disinfezione delle mani.

Per ultimo, ma non certo per ordine di importanza, l’ordinanza del Sindaco manca della necessaria contingibilità, urgenza e delimitazione temporale, elementi tutti carenti nell’ordinanza extra ordinem in oggetto.

Questa è la più evidente dimostrazione di una incapacità di gestire ed amministrare l’ordine pubblico ad Arezzo; un buon amministratore non può e non deve ricorrere a strumenti stringenti e limitanti e ancor di meno ricorrere a strumenti illegittimi quale è l’ordinanza 138 sull’obbligo di uso, sempre e dovunque, di mascherine per tutta la cittadinanza.

Tutto quanto sopra premesso, il comitato di Arezzo In Azione chiede la revoca dell’ordinanza n. 138 del 27/05/2020 del sindaco di Arezzo al fine di non continuare a mantenere i cittadini in uno stato di obbedienza ad un provvedimento illegittimo.